venerdì 29 novembre 2013

Ratzinger l'anglicano


Il dualismo irriducibile del papa emerito, il tentativo mancato di restaruare e rifomrare nello stesso tempo. Ma così facendo BXVI ha anche aperto la strada al cambiamento di questi mesi. Il gran rifiuto di un teologo.



 Chi è veramente Joseph Ratzinger?  lo studioso dall’eloquio educato ma dalla penna inflessibile che ha vigilato e messo al bando ogni interpretazione teologica poco ortodossa per i 24 anni durante i quali ha svolto il suo lavoro di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede? 


Il pontefice eletto con il sostegno di Opus Dei e Comunione e liberazione che ha liberalizzato la messa preconciliare in latino, aperto le porte al gruppo ultratradizonalista dei lefebvriani, creato incidenti a catena con l’Islam e provato a ‘normalizzare’ definitivamente il Concilio Vaticano II? Oppure è il Papa del ‘gran rifiuto’, il vescovo di Roma che si è dimesso per salvare la Chiesa ormai travolta dalle crisi interne, il pontefice di origine tedesca che dal suo Paese ha mutuato anche l’idea di un cristianesimo plurale, non solo cattolico? O, ancora, è l’uomo che ha aperto il dossier pedofilia e provato ad affrontare uno dei nodi più drammatici per la Chiesa universale?
Si potrebbe proseguire e annoverare fra le sue caratteristiche certamente quella di autore di best-seller trasformatisi già in long seller. E proprio a partire dalla sua opera in tre volumi su Gesù è partito l’ultimo inedito dibattito fra il papa emerito e il matematico Piergiorgio Odifreddi.

La cosa ha fatto scalpore naturalmente, ma soprattutto è parsa la più clamorosa smentita di quel volersene restare chiuso in disparte, annunciato nel febbraio scorso al momento delle sue dimissioni. Benedetto XVI ha voluto contestare apertamente le critiche che un ateo d’assalto come Odifreddi gli aveva mosso. Fra l’altro la lettera è stata occasione per difendere alcuni dei motivi di fondo del suo pontificato: Ratzinger ha rivendicato il proprio impegno nella lotta agli abusi sessuali nella Chiesa e ha rinnovato quella sfida-dialogo fra fede e scienza che ha ritenuto, a torto o a ragione, essere il banco di prova decisivo per la Chiesa nell’età moderna. Per uno che doveva scomparire alla vista del mondo non è poco.

Evidentemente la pubblicazione della lettera a Odifreddi ben difficilmente può essere stata decisa senza il consenso di papa Francesco e d’altro canto l’inedita situazione di un ex papa ancora in vita ha fatto sorgere l’esigenza da parte dello stesso interessato di intervenire nel dibattito pubblico che lo riguardava. Gli eventi succedutisi negli ultimi sei mesi raccontano una sequenza precisa: prima Benedetto XVI si è dimesso provocando un ampio sconcerto nella Chiesa e in particolare negli ambienti più integralisti – in effetti le dimissioni sono esattamente il contrario di ciò che fece Wojtyla il quale espose in pubblico la sua malattia restando fino alla fine al suo posto – poi è tornato a far sentire la sua voce con un intervento che in qualche modo contribuisce a rendere normali, accettabili le dimissioni; il papa emerito non è neanche più un mistero nascosto al mondo. S’intravede un possibile dualismo con Bergoglio? In parte sì, ma questo è il rischio che hanno deciso di correre.  

C’è un bel po’di tradizione anglicana in quello che è accaduto. Circa un anno fa infatti il primate della Chiesa d’Inghilterra, Rowan Williams, ha lasciato il suo incarico per ritirarsi e dedicarsi all’insegnamento; in questo Williams è simile per temperamento a Ratzinger anche se esprime posizioni decisamente liberal sul piano dottrinario. La coesistenza da ruoli differenti con Justin Welby, l’attuale primate eletto dal sinodo inglese, non è in discussione, questa è la norma dall’altra parte della Manica. Nel febbraio del 2013 “Ratzinger l’anglicano”, ancor più che “il protestante” perché quello inglese è un modello di Chiesa con un leader paragonabile al papa, ha compiuto un passo in grado di innestare una svolta clamorosa nella storia della Chiesa. Ma il confronto con la Chiesa di Canterbury non finisce qui. Ancora sul fronte anglicano, infatti, Benedetto XVI operò nel 2009 una scelta che produsse due risultati contrapposti: da una parte aprì un conflitto ecumenico e, contemporaneamente, suscitò importanti novità. Stiamo parlando della costituzione apostolica, ‘Anglicanorum coetibus’, con la quale si istituivano ordinariati personali  - cioè strutture create ad hoc in vari Paesi  - per accogliere il clero e i fedeli anglicani in rotta con la propria Chiesa spintasi troppo in là su ordinazioni femminili e omosessuali, riconoscimenti delle coppie gay ecc.

In tal modo sono affluiti nelle fila della Chiesa cattolica un certo numero di sacerdoti anglicani, conservatori sì, ma sposati. E’ qualcosa di più di quanto avviene nelle chiese orientali in comunione con Roma nelle quali da sempre è permesso il sacerdozio uxorato (i maroniti libanesi, i greco-cattolici in Ucraina); in questo caso si tratta di organismi che vengono incorporati nelle chiese nazionali di nazioni come l’Australia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna. E proprio in quest’ultimo Paese, è stato ordinato nel settembre scorso, dal vescovo Malcolm McMahon di Nottingham, il primo prete cattolico sposato. E’ un ex seminarista anglicano passato al cattolicesimo – dunque non un sacerdote anglicano convertito - si chiama Andrew Harding, ha due figli e una moglie, Janine. La storia non segue dunque percorsi lineari: un provvedimento nato per accogliere anglicani dissidenti rispetto alle riforme, apre la porta a un principio di cambiamento rilevante nella Chiesa cattolica.

D’altro canto il cardinale Joseph Ratzinger è stato indubbiamente eletto per completare una svolta conservatrice di alto livello ma forse non era l’uomo giusto: è di certo stato lui – nel 2006 - ad aver coniato “i principi non negoziabili” (difesa della vita, no a riconoscimento coppie gay e finanziamenti pubblici a scuole confessionali) per i politici cattolici durante un incontro con i rappresentanti del partito popolare europeo in Vaticano; è ancora il Papa tedesco ad aver dato voce alle correnti più inquietanti del tradizionalismo cattolico dopo la scomunica del 1988 a Marcel Lefebvre che lui stesso aveva comminato da capo dell’ex Sant’Uffizio.  

E però è stato ancora il Papa tedesco ad affermare a Friburgo, nel 2011 che “le secolarizzazioni  – fossero esse l’espropriazione di beni della Chiesa o la cancellazione di privilegi o cose simili – significarono ogni volta una profonda liberazione della Chiesa da forme di mondanità: essa si spoglia, per così dire, della sua ricchezza terrena e torna ad abbracciare pienamente la sua povertà terrena”. Quindi aggiungeva: “Gli esempi storici mostrano che la testimonianza missionaria di una Chiesa distaccata dal mondo emerge in modo più chiaro. Liberata dai fardelli e dai privilegi materiali e politici, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo”.

Il dualismo di Benedetto XVI è il segno di una contraddizione irrisolvibile: il tentativo utopico di salvare l’istituzione riformandola e restaurandola allo stesso tempo. Da prefetto della dottrina della fede, del resto, Ratzinger ha definito meticolosamente ogni aspetto normativo, richiamato all’ordine teologi irrequieti e sperimentatori che, per ironia della sorte,  erano quasi sempre gesuiti. Su un altro versante ha declassato le apparizioni della madonna di Fatima a ‘rivelazioni private’ (con l’aiuto del suo vice Tarcisio Bertone rimastogli fedelissimo), colpendo con stiletto di velluto uno degli aspetti centrali dello spiritualismo wojtyliano, quella tensione verso il culto mariano che rischiava spesso di sconfinare in una sorta di sottoreligione parallela.

(settembre - ottobre 2013)

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