mercoledì 11 dicembre 2013

Abusi sessuali e Santa Sede, un cambio d’epoca ma la crisi non è finita


Nel corso degli ultimi dieci anni la Chiesa ha completamente rovesciato l’approccio alla questione: dall’omertà alla denuncia interna. Ma ora la vera scommessa si gioca sul rapporto con i laici e con le autorità civili. Tuttavia c’è ancora chi si rifugia dalle parti di San Pietro. 
il cardinale O'Malley
L’istituzione da parte del Papa di un organismo vaticano che dovrà non solo indagare ma gestire e coordinare con le varie chiese locali tutte le politiche messe in campo dalla Santa Sede sul problema degli abusi sessuali nella Chiesa, rappresenta una svolta fondamentale. Ho assistito nell’arco dell’ultimo decennio, all’esplosione dello scandalo pedofilia nella Chiesa a partire dalla vicenda di Boston con l’arrivo a Roma di un cardinale, l’arcivescovo Bernard Law, che dalla città americana si rifugiava all’ombra di San Pietro per evitare di essere chiamato come testimone e forse come imputato.


La fuga a Roma per non rispondere dei reati commessi o coperti, per la verità, è una pratica non è del tutto conclusa se è vero che il nunzio vaticano nella Repubblica domenicana, Jozef Wesolowski, sul quale è stata aperta un’indagine giudiziaria nel Paese caraibico, ha preso anch’egli l’aereo all’ultimo momento – nel settembre scorso - approfittando anche del suo ruolo di diplomatico, per raggiungere la Capitale. Non ci sono notizie recenti sulla sua situazione, si sa solo che non è più nunzio. La magistratura lo ha incriminato per 5 casi di abuso sessuale per i quali  ci sono le prove, molti altri sarebbero però gli episodi che lo riguardano.


E tuttavia nel giro di questa decade abbiamo assistito a un cambio d’epoca: anche nella Chiesa si è passati dall’insabbiamento e dalla difesa dell’istituzione ad ogni costo, anche di fronte a crimini non solo gravi in sé ma anche particolarmente odiosi perché commessi contro una parte chiaramente indifesa e più debole, ad una denuncia pubblica del problema, ad un’assunzione di responsabilità. Da questo punto di vista l’azione svolta da personalità di primo piano come l’arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn o l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin, è stata di particolare significato perché a parlare e a muoversi sono stati uomini di punta dell’episcopato.

Sul cambio di prospettiva della Chiesa universale hanno però influito alcuni fattori: in primo luogo l’ondata di indignazione pubblica che ha travolto il clero negli Stati Uniti e poi in Irlanda – dove anzi dallo scandalo pedofilia è scaturita una crisi diplomatica con l’indebolimento delle relazioni fra i due Stati e una riduzione del peso stesso della Chiesa nella vita civile – , quindi i processi cui sono stati sottoposti con sempre maggior frequenza vescovi, sacerdoti, religiosi in vari Paesi del mondo. Il terzo dato – collegato al precedente - è stato il cambio culturale che ha interessato le società occidentali sui temi della sessualità e di conseguenza le vittime: quando queste ultime hanno cominciato a denunciare pubblicamente i fatti, i soprusi subiti magari molti anni fa, il muro del silenzio è crollato.

Si pensi che qualcosa di simile è capitato con la questione della violenza sessuale sulle donne: in passato la denuncia era una rarità e la condanna dei colpevoli quasi inesistente. E’ solo con il cambio di mentalità e cultura degli ultimi 40-50 anni che lo stupro ha assunto le dimensioni di reato a tutti gli effetti, infine annoverato fra i crimini contro la persona (e non più contro la morale), e infine, sia pure a fatica, sono cominciati ad arrivare i processi e le condanne.

La posizione del cardinale Dario Castrillo Hoyos, colombiano, a lungo in passato e ancora agli inizi degli anni 2000 prefetto della Congregazione per il clero, non è stata più difendibile. Hoyos ha sostenuto la linea dell’omertà mascherandola come necessità di tutelare l’autonomia della Chiesa rispetto ai governi e agli Stati, e in questo senso ha dato indicazioni per iscritto ai vescovi di tutto il mondo. Non è dato sapere fino ad oggi se questa politica fosse condivisa e fino a che punto da Giovanni Paolo II, il quale comunque chiese pubblicamente scusa alle vittime. Ma per scardinare antiche incrostazioni e poteri abituati ad essere al di sopra di ogni giudizio, ci voleva di più. Certamente Benedetto XVI si è mosso con maggiore decisione sul problema, ha compreso di certo l’entità della crisi e la caduta verticale di credibilità che essa comportava.

Eppure gli organismi vaticani, lo stesso ‘governo’ di cui si era circondato, non lo ha seguito fino in fondo su questa strada, anzi spesso ha rallentato e cercato di far saltare gli ingranaggi. In ogni caso due nodi culturali emergono dalla vicenda pedofilia che sembrano mettere in discussione la stessa collocazione della Chiesa nell’epoca contemporanea: la collaborazione con le autorità civili sul piano delle indagini, comprese quindi la giustizia e le polizie locali, e l’apertura ai laici sia come comunità di fedeli che a livello locale possono intervenire per gestire la crisi alla pari con i preti e il vescovo, sia in veste di esperti in qualità di educatori, insegnanti, psicologi, studiosi. C’è poi un terzo elemento importante che sta emergendo: di fronte allo scandalo di sacerdoti maschi abusatori, la presenza femminile nella gestione della crisi si sta rivelando determinante, il che per la prima volta ha messo in luce non solo un principio di parità mascile-femmininile nella Chiesa, ma una ‘superiorità’ della donna (religiosa o laica) nella percezione del problema e nella capacità di fargli fronte.  

Alcune di qeuste novità sono state elencate fra le opzioni cui dovrà fare riferimento la commissione nata nei giorni scorsi su iniziativa del Papa e del famoso Consiglio degli 8 cardinali, cioè da quel gruppo di porporati di ogni parte del mondo che sta affermando come il vero e nuovo governo della Chiesa. Del resto non a caso ad annunciare la prossima creazione dell’organismo è stato l’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean Patrick O’Malley, che a lungo si è dovuto occupare della questione abusi e che naturalmente fa parte del C8 papale. Un esperto della vicenda, Hans Zollner, gesuita, capo dell'Istituto di Psicologia e responsabile del Centro per la protezione dell’Infanzia della Pontificia Università Gregoriana, creato poco tempo fa proprio per affrontare il problema abusi nella Chiesa, ha fatto alla Radio Vaticana alcune considerazioni interessanti. Da una parte ha ricordato l’impegno di Ratzinger sulla materia, poi ha affermato: “la decisione di Papa Francesco di costituire una specifica Commissione per la protezione dei minori e delle vittime degli abusi è di grande importanza per tutta la Chiesa. Innanzitutto perché è la prima decisione concreta che nasce dal ‘Consiglio degli 8’, il gruppo di cardinali costituito dal Papa per aiutarlo nel governo della Chiesa e nella riforma della Curia”. Quindi ha aggiunto: “Da quanto ha annunciato il card. O'Malley, dando la notizia, i porporati erano molto convinti su questo punto e il Pontefice ha accolto la proposta con grande entusiasmo e decisione. Il fatto stesso che questa sia la prima decisione del ‘C8’ dimostra che il Papa a la Chiesa universale prendano molto sul serio il tema della prevenzione degli abusi sui minori e degli abusi in genere”.

Di recente ho avuto modo di parlare con alcuni appartenenti alla vita religiosa, cioè al mondo delle congregazioni e dei missionari, del problema abusi. Dopo qualche esitazione ad affrontare la questione, è emerso che in molte diocesi a parte le parole, poco è cambiato rispetto al passato. Insomma la pratica della soluzione interna – lo spostamento del prete da una diocesi all’altra, il tentativo di non far uscire la questione fuori dalle stanze della curia o della casa generalizia – è ancora molto diffusa; tuttavia in molti altri casi le cose stanno  cambiando. Anche in un Paese dove il cattolicesimo ha avuto un grande ruolo storico ed è parte della tradizione nazionale come la Polonia proprio negli ultimi mesi lo scandalo è esploso, un po’ sul modello di quanto è avvenuto negli ultimi anni in Irlanda. La vicenda del nunzio apostolico e di alcuni sacerdoti polacchi nella Repubblica dominicana ha aperto una discussione senza precedenti nell’opinione pubblica e ha fatto anche emergere le posizioni più arretrate dell’episcopato.   


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