lunedì 16 dicembre 2013

Il Papa che dichiarò la tregua nelle guerre fra Vaticano e mondo


Il New Yorker dedica un articolo al papa che sembra cogliere le novità di Bergoglio e i segni di rottura con i pontificati precedenti. In America si apre un dibattito vero fra sostenitori e critici di papa Francesco ma in Italia, dopo decenni di principi non negoziabili, si fa più fatica.

Viene ancora una volta dagli Stati Uniti una voce che, senza la retorica dell’agiografia o il ragionamento troppo sofisticato e alla fine neutrale, mette in luce alcuni punti chiari di questo dirompente pontificato di papa Francesco. Su The New Yorker, James Carroll ha infatti dedicato un articolo al papa argentino ripercorrendo alcuni momenti salienti degli ultimi mesi e incrociandoli con la sua esperienza di cattolico fedele al Concilio che ebbe la ventura di incontrare faccia a faccia – da ragazzo - Giovanni XXIII. 


Carroll di recente è tornato in Piazza San Pietro per un’udienza del mercoledì e ha toccato con mano il modo di fare di Francesco, il suo rapporto stretto e personale con la gente, l’incontro con una coppia che vive un sofferenza, l’abbraccio, la condivisione. “Chi sono io per giudicare?” è il titolo di un articolo che, a mio avviso, coglie un aspetto fondamentale della rivoluzione bergogliana: “il Papa – afferma l’autore - ha dichiarato una sorta di tregua unilaterale nelle guerre culturali che hanno diviso il Vaticano e gran parte del mondo. Ripetutamente, ha sostenuto che lo scopo della Chiesa è quello di proclamare l'amore misericordioso di Dio per tutte le persone più che di condannare i peccatori” e in modo particolare quanti hanno commesso peccati  relativi “al sesso e all'orientamento sessuale”. E appunto la famosa frase pronunciata dal pontefice in riferimento agli omosessuali in aereo di ritorno dal Brasile – chi sono i per giudicare? - è l’annuncio di una sorpresa, di un cambiamento di rotta.

Quella di Francesco, spiega il New Yorker, è “una visione inclusiva della Chiesa, incentrata su una identificazione con i poveri”, ed è appunto in questa visione, si spiega, che si muovono i cambiamenti teologici e organizzativi. C’è dunque un’evidente discontinuità fra la Chiesa di Francesco e i due pontificati precedenti e quanto sta facendo Bergoglio, del resto, si rileva ancora, si è passati dal dominio degli imperativi non negoziabili al principio dell’accoglienza che è fondamento per la fede e per qualsiasi dogma.

A questo si aggiunga l’insolito dibattito sul papa marxista o non marxista scoppiato ancora in America e nel mondo anglosassone dopo la pubblicazione dell’esortazione Evangelii Gaudium. La forte impronta anticapitalista, cioè di radicale messa in discussione del modello economico unico globale compiuta dal papa, ha destato giustamente attenzione e suscitato discussioni accese.  Sembra insomma che Oltre atlantico i critici di questo papa così come chi guarda positivamente a quanto sta avvenendo nella Chiesa cattolica, abbiano complessivamente avuto meno timori di affrontare i temi forti, di rottura, del pontificato. Da questa parte del mondo prevale per ora il tentativo di dipingere le novità sotto una lente di vulgata ‘francescana’, quasi il papa fosse un prete buono che finalmente guida la Chiesa con la saggezza del padre comprensivo e umile. Non era del tutto vero questo per Giovanni XXIII – che fu diplomatico in tempi di fuoco e convocò un Concilio che riformò la Chiesa profondamente – non sembra essere fondato neanche per Francesco. 

Il fatto è che dentro la Chiesa e il mondo cattolico nostrani, il cambiamento di paradigma del papa – quella tregua unilaterale nelle guerre culturali con il mondo di cui parla il New Yorker – non ha cittadinanza facile; solo fino a pochi anni fa infatti si coniugavano i principi non negoziabili  - di cui faceva parte per esempio il rifiuto ad ogni riconoscimento dei diritti dei gay – con le contestualizzazioni delle bestemmie del potente di turno che però garantiva il diritto della Chiesa di dettare le leggi al Parlamento su certe materie. 

Una nuova scala di priorità è stata però squadernata in questi mesi. I poveri, la complessità delle società contemporanee, la storia nel suo divenire collettivo, i grandi temi dello sviluppo, della distribuzione delle ricchezze, della creazione – temi biblici e evangelici per eccellenza e non solo figli della modernità  - sono tornati al centro del magistero mentre alla Chiesa si chiede di discutere liberamente della famiglia. Questo sommovimento ha lasciato il cattolicesimo italiano in primo luogo, e forse più in generale europeo, un po’ tramortito. I grandi cortei francesi contro le nozze gay sono rimasti ‘soli’, e non perché il papa appoggi una simile soluzione legislativa, solo non è quello il centro del mondo. Il che ci riporta al problema principale: che tipo di ideologia veniva promossa nei decenni passati dalla ‘Chiesa’, cioè dal Vaticano e dai leader cattolici che maggior peso avevano sulla scena pubblica? D’altro canto la risposta di popolo che Bergoglio sta ricevendo indica - nel modo più evidente e clamoroso possibile – che un cambiamento c’è stato e che il popolo di Dio aveva bisogno di altro linguaggio e forse pure di altre parole.    

Francesco Peloso 


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