giovedì 19 dicembre 2013

Il Papa economista dell’Evangelii Gaudium


Se una parte della società viene abbandonata a sé stessa nelle periferie del mondo non c’è forza di sicurezza che possa mantenere l’ordine sociale. Parola di Papa Francesco. Questo è l’articolo che ho pubblicato su Linkiesta dedicato all’Esortazione apostolica che ha scatenato il dibattito sul Bergoglio marxista o non marxista, fra dottrina sociale della Chiesa e sospetti di social-peronismo

Quasi un’enciclica più di un’enciclica: l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco è, per stessa ammissione del suo estensore, un discorso “programmatico” sulla Chiesa del prossimo futuro che dovrà rinnovare sé stessa e riscrivere le proprie  priorità pastorali. Il documento, che doveva semplicemente tradurre in un discorso omogeneo le conclusioni del sinodo dell’anno scorso sull’evangelizzazione, è diventato un testo chiave del pontificato, una sorta di ‘summa’ del Bergoglio-pensiero. 

E se sono diversi gli aspetti più strettamente ecclesiali sui quali il papa chiede modifiche profonde, di certo una questione emerge più di altre: il primo pontefice non europeo ha infatti messo nero su bianco un attacco ‘senza se senza ma’ al sistema del capitalismo globalizzato come unica dottrina economica del mondo. Se questo tipo di discorso non era mancato già nel magistero dei suoi predecessori, indubbiamente il distacco clamoroso del papato dal vecchio continente avvenuto nello scorso marzo, ha prodotto una novità interpretativa di fondo dando vita a una critica di sistema all’economia contemporanea che trae spunto dal Vangelo e interviene nella modernità.

Uno dei passaggi centrali questa impostazione viene fuori al punto 59 dell’esortazione, nella quale si tocca un tema delicato: l’iniquità sociale che genera violenza. Scrive Bergoglio: “quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente tranquillità” . E questo accade “non soltanto perché l’iniquità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice”. Insomma, “il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste”, “contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte”. Siamo dunque lontani da un’analisi rassicurante sui possibili ‘aggiustamenti’ in senso perequativo del capitalismo, si dice piuttosto che è lo stesso sistema a produrre ingiustizia e violenza.

Certo il pontefice chiede ai politici di studiare una riforma della finanza e dell’economia che promuova la solidarietà e dia vita a un’economia etica “in favore dell’essere umano”, e tuttavia non c’è dubbio che gli accenti sono quanto mai radicali nel presentare il tema delle diseguaglianze. Non solo: Francesco mette sotto accusa anche un pensiero in base al quale “ogni crescita economica favorita dal libero mercato” porti con sé una ricaduta positiva, cioè “una maggiore equità nel mondo”. Il Papa bolla così chi la pensa in questo modo: “Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”.

La questione naturalmente ha un forte impianto teologico e spirituale. Ancora una volta il papa usa un linguaggio estremamente diretto per definire l’impegno della Chiesa in quest’ambito. “Occorre affermare senza giri di parole – spiega infatti Francesco nell’Esortazione apostolica – che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli”. Il papa rilancia quindi l’opzione preferenziale per i poveri e sottolinea che essa “è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”. L’attuale sistema di sviluppo al contrario è fondato su “un’economia che uccide”, per questo “non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato”. Il Papa vede anche i rischi della sua impostazione e afferma: “lungi da me voler proporre un populismo irresponsabile”, tuttavia servono cambiamenti radicali e per questo Bergoglio fa appello alla politica “tanto denigrata” che rimane invece “un’altissima forma di carità” il Papa invoca per questo dal Signore affinché “ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri!”. Tutta l’Esortazione è cosparsa da queste tematiche che ritornano nel testo come un fiume carsico, passando anche per i nodi critici delle migrazioni, delle nuove schiavitù, delle tossicodipendenze.

In questo senso la Chiesa che immagina Francesco “è in stato permanente di missione”, guarda agli altri continenti e non attribuisce all’Europa e alla sua cultura una sorta di primato ‘naturale’ del cattolicesimo; è una Chiesa – quella di Bergoglio - che vive nelle metropoli, nei grandi centri urbani del mondo. “Nelle grandi città – rileva Francesco – si può osservare un tessuto connettivo in cui gruppi di persone condividono le medesime modalità di sognare la vita e immaginari simili e si costituiscono in nuovi settori umani, in territori culturali, in città invisibili”. Qui nascono nuove culture ma anche segregazioni e violenze, qui si trovano cittadini a pieno titolo e “non cittadini”, “cittadini a metà”, “avanzi urbani”. E’ ancora nelle città che le persone “molte volte lottano per sopravvivere e, in questa lotta, si cela un senso profondo dell’esistenza che di solito implica anche un profondo senso religioso”. Sotto questo profilo la svolta di Bergoglio ha carattere decisivo: è la fine del cattolicesimo succube dell’urbanizzazione come fenomeno moderno che erodeva – per esempio in America Latina – fedeli a una Chiesa tradizionalmente radicata nelle aree rurali (è il caso del Brasile). E’ il tentativo di riappropriarsi dello spazio urbano contemporaneo, post-moderno, anche quello delle megalopoli, una scelta strategica che viene più da Buenos Aires che non da Roma.

Il Papa, infine, ma non certo per ordine d’importanza, chiede una riforma profonda alla Chiesa a partire da una decentralizzazione che rimetta al centro  le singole diocesi e le conferenze episcopali nazionali – le quali devono godere di una certa autonomia anche sul piano dottrinale - levando potere e ruolo alla curia romana e allo stesso papato; quest’ultimo, anzi, in qualità di istituzione, è chiamato anch’esso a una conversione a partire proprio dal modello di Chiesa annunciato nel documento. Fra l’altro Bergoglio afferma: “non credo si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la chiesa e il mondo”, per questo non è nemmeno opportuno che il papa “si sostituisca agli episcopati locali in ogni singola questione. Ancora Francesco torna su un tema decisivo: la necessità di aggiornale ai tempi determinate regole e norme della Chiesa. “Ci sono norme o precetti ecclesiali – si spiega nel testo – che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa. Come canali di vita”. Si tratta di elementi che possono essere riformati per restituire alla Chiesa “una predicazione che permetta realmente di raggiungere tutti”.   

Francesco Peloso


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