sabato 28 dicembre 2013

Intrighi, insabbiamenti e ‘misteri’ dietro il processo a Paolo Gabriele


COLD CASE/ In questo primo ‘cold case’ che pubblico, cioè vecchi articoli da recuperare, ritroviamo il processo a Paolo Gabriele, il famigerato maggiordomo del papa che trafugò decine di documenti riservati dall' appartamento di Papa Ratzinger. L’idea di un Vatican tabloid mi venne più o meno in quell’epoca, era l’ottobre del 2012, tanto la storia si prestava ad essere un moderno romanzo popolare del potere, con immancabili zone d’ombre, omissis, doppie verità. Il pezzo in questione è stato pubblicato in quei giorni sul sito internet di Micromega


In nome di Sua Santità
“In nome di Sua Santità Benedetto XVI gloriosamente regnante il Tribunale invocata la Santissima Trinità ha pronunciato la seguente sentenza…” Forse basterebbe questa frase, pronunciata nella tarda mattinata del 6 ottobre dal presidente del tribunale vaticano Giuseppe Dalla Torre, per dare l’idea di cosa sia stato il processo a Paolo Gabriele, l’assistente di camera del Papa che ha fatto uscire dall’appartamento di Joseph Ratzinger centinaia di documenti riservati. Il resto è storia nota o quasi. Quattro udienze in tutto, 8 testimoni ascoltati oltre all’imputato, due ore di camera di consiglio e il gioco è fatto. Arriva una condanna a un anno e mezzo su sei che ne rischiava l’imputato, vengono concesse tutte le attenuanti possibili in base al Codice Zanardelli del 1889 ancora in vigore Oltretevere; eppure non basta. Dalla Torre, infatti, non fa in tempo a finire la brevissima lettura del testo di condanna che un trafelato direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, convoca un briefing improvvisato di fronte a 140 giornalisti provenienti – come nei più classici degli eventi mediatici - da ogni parte del mondo, per dire che sì, il Papa pensa davvero di concedere la grazia. Alleluja, tutto è bene quel che finisce bene.

Ripercorrendo le tappe che hanno scandito il periodo trascorso dal 25 maggio, giorno in cui si venne a conoscenza in via ufficiale dell’arresto del corvo (ma il fermo risaliva già al 23), si comincia a scorgere il profilo di questa breve e intensa storia. In realtà le parole fuoriuscite dal Vaticano ad ogni piccola svolta della vicenda, annunciavano e contenevano in sé un futuro già scritto che a volte, riottosamente, la stampa non ha voluto vedere tanto appariva prevedibile e già disegnato il percorso di ogni sviluppo successivo. Insomma era tanto facile che pareva difficile crederci.

Bastava ascoltarli, i responsabili vaticani, senza aggiungere altro, per arrivare facilmente alla soluzione del caso; come spesso avviene, la verità è nascosta nelle cose più semplici. Un esempio per tutti. Solo con la pubblicazione della requisitoria e della sentenza di rinvio a giudizio dell’ex maggiordomo del Papa  avvenuta il 13 agosto – occhio alla data, un capolavoro – si viene a sapere dell’esistenza di un secondo imputato. Si tratta di Claudio Sciarpelletti, tecnico informatico della Segreteria di Stato arrestato e poi rilasciato su cauzione il 25 maggio;  è accusato di favoreggiamento, avrebbe passato documenti proibiti a Gabriele. Ma subito padre Lombardi  - che pure in precedenza aveva recisamente negato e smentito la notizia dell’arresto di un secondo indagato diffusa da alcuni media – si affretta a dire: “attenzione, la sua posizione è molto meno grave di quella di Gabriele, non è paragonabile”; per giorni si spiega che il tecnico informatico non ha avuto un ruolo chiave nella vicenda, si fa capire che non c’entra niente o c’entra poco, e si anticipa, così, quanto sta per succedere. Il processo a Sciarpelletti verrà in effetti immediatamente stralciato alla prima udienza del processo assecondando la volontà della difesa.

Il fatto è che Gabriele deve essere responsabile solo di furto aggravato, è lui il cattivo (dalle buone intenzioni, però, voleva salvare la chiesa spiega lui, e la cosa gli viene riconosciuta come attenuante) da isolare, senza complici, senza collaboratori, senza suggeritori. Unico colpevole il cui destino è già scritto. Per settimane negli incontri con la stampa Gabriele viene chiamato “Paolo”, “Paoletto”, come fosse uno cui è capitato un brutto incidente con linguaggio familiare. E’ solo l’ironia sbalordita dell’opinione pubblica a far cadere quella modalità nelle comunicazioni ufficiali, “Paolo” diventa perlomeno “Gabriele” a volte, addirittura, “l’imputato”. Almeno le apparenze vanno salvate.

Processo lampo e via alle celebrazioni del fu-Concilio Vaticano II
La storia del corvo ha alcun protagonisti e una serie di comprimari, è una storia di crimini e reati in “white collar”, a volte in “clergyman” i cui contorni restano sfuggenti. Il processo – con meccanismo ad orologeria - si chiude appena in tempo per permettere al sinodo sulla “nuova evangelizzazione” di cominciare ( il 6 ottobre la sentenza, il 7, domenica, la messa d’inaugurazione dell’assise con 262 padri sinodali) senza il contorno imbarazzante dei vatileaks; poco dopo prendono il via  le celebrazioni del fu-Concilio Vaticano II in piazza San Pietro. Nel frattempo l’assise indetta da Giovanni XXIII è stata ampiamente museizzata, il Concilio largamente sconfitto, gli episcopati di tutto il mondo ridotti alla ragione a suon di nomine d’ordine e disciplina, il dissenso marginalizzato, comunque espulso dal sacro collegio cardinalizio. Il Papa intanto scrive il ‘prequel’ della vita di Gesù, “L’infanzia di Gesù”, volume che si annuncia best-seller presentato alla Buchmesse di Francoforte da una Rizzoli che ha ottenuto la gestione dei diritti dal Vaticano. L’ordine regna a Varsavia mentre monsignor Rino Fisichella, avverte che anche gli scandali ai piani alti dei sacri palazzi degli ultimi mesi sono un segno della crisi della fede.

E’ questo lo spettacolo cui assiste il cronista che fino al giorno prima si è occupato di nomi, complici, cordate, smentite, documenti sulla mancata trasparenza vaticana, abusi di potere, di denaro, sessuali. E si rimane quasi storditi da questo ritorno a una normalità falsata, che, dopo le cronache di feroci lotte intestine, vuole mostrare una Chiesa tutta intenta a riflettere su sé stessa. Il maquillage non riesce, il trucco nero cola dagli angoli degli occhi, quello della Santa Sede è un volto stanco e provato. E pensare che solo pochi mesi fa il Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Angelo Becciu, uno dei più stretti collaboratori del cardinale Tarcisio Bertone, aveva tuonato contro il libro di Gianluigi Nuzzi e l’intera categoria dei giornalisti. Il 29 maggio, sull’Osservatore romano, il monsignore affermava: “penso che in questi giorni, da parte dei giornalisti, insieme al dovere di dare conto di quanto sta avvenendo, ci dovrebbe essere anche un sussulto etico, cioè il coraggio di una presa di distanza netta dall’iniziativa di un loro collega che non esito a definire criminosa. Un po’ di onestà intellettuale e di rispetto della più elementare etica professionale non farebbe certo male al mondo dell’informazione”.

Una settimana indimenticabile
I giorni che vanno dal 23 al 25 maggio sono quelli decisivi, ma lo si capirà solo col tempo, quando nel brevissimo processo faranno in tempo comunque a venire fuori alcuni dati non trascurabili. Il 23 c’è la perquisizione dell’abitazione privata di Paolo Gabriele, dura dalle 15,50 alle 23 e 45. Già alle 20 il maggiordomo viene portato in una camera di scurezza. Si apprenderà poi che la cella non è l’Excelsior (nonostante le prime descrizioni fornite dal Vaticano lo lasciassero bonariamente intendere), sono in corso dei lavori, si spiegherà dopo, e per questo durante 20 giorni Gabriele verrà trattenuto in uno spazio non molto grande – assai angusto dirà lui – la luce accesa 24 ore al giorno per evitare atti autolesionistici, come confermeranno gli stessi gendarmi vaticani. Vengono portate via 82 casse di materiale durante la perquisizione nell’abitazione del maggiordomo, i documenti interessanti sono circa mille e l’avvocato difensore di Gabriele, Cristiana Arru, spiegherà che almeno la metà delle casse in questione contengono materiale vecchio e personale, raccolte di Famiglia cristiana, cose del genere. Gli agenti durante il processo spiegheranno all’unisono di aver verificato fin da subito che c’erano molti documenti originali identici a quelli contenuti nel libro “Sua Santità” di  Nuzzi. Ce li immaginiamo questi gendarmi vaticani che scovano le lettere autografe del Papa e dicono subito: “ma questo sta pure nel libro di Nuzzi!”. C’è poi la storia dell’assegno da 100mila euro indirizzato al Papa e di una pepita d’oro donata al Pontefice ritrovati in casa di Gabriele. Fra i gendarmi che hanno preso parte alla perquisizione si fa fatica a capire chi ha trovato per davvero i due oggetti nello studio dell’ex maggiordomo e chi, sembra la gran maggioranza di loro, li ha visti solo in caserma.

Un processo assai particolare
Nessun reperto relativo ai mille documenti ritrovati è stato mostrato durante il processo, secondo la difesa il materiale non è stato poi inventariato e dunque non si sa esattamente cosa realmente è stato trovato durante le indagini; particolari non indifferenti se si pensa che Paolo Gabriele è stato condannato per il solo reato di furto aggravato. Ancora, non esistono fotografie della perquisizione inoltre i gendarmi non hanno indossato guanti nel corso dell’operazione per cui non è stato possibile fare una perizia dattiloscopica sulla pepita. Fra l’altro è emerso nel processo che una perquisizione è stata compiuta pure l’appartamento di Castel Gandolfo di Paolo Gabriele, abitazione però non protetta dall’extraterritorialità, tuttavia anche lì, hanno detto gli agenti vaticani, sono stati ritrovati  “documenti nascosti”.

Sembra  però che la perquisizione sia avvenuta senza l’accordo delle autorità italiane, il che ha comportato l’esclusione di quel materiale dalle prove. Già, ma resta una domanda: di che materiale si trattava visto che non esiste un inventario dei ritrovamenti? I dubbi si accavallano, i buchi nel procedimento giudiziario si moltiplicano, fino a diventare macroscopici. Più volte, infatti, nel corso delle poche udienze, il Presidente del Tribunale Giuseppe Dalla Torre, quando un testimone si avvicinava a fornire elementi sull’identità di quanti hanno collaborato in un modo o nell’altro con Gabriele, richiamava tutti all’ordine: “stiamo all’oggetto del processo”, cioè  stiamo al furto aggravato; nemmeno la diffusione di carte segrete e riservate all’esterno veniva valutato, né nelle sue implicazioni penali né quale elemento essenziale per la ricostruzione della vicenda. E sì che c’era un intero libro come prova, un libro definito dal Vaticano solo poche settimane prima “un crimine”. Ma nonostante tutto questo, il ministro della giustizia Paola Severino, nel corso della festa della Gendarmeria vaticana, lo scorso 5 ottobre – il giorno prima della sentenza - ha potuto dire a proposito del processo celebrato Oltretevere: “si è lavorato con grandissima professionalità, e di questo va dato atto. C’è stata una immediata individuazione della persona, del presunto autore degli atti, e indagini celeri. Si e' dimostrata una grande efficienza”. Fra le due sponde del Tevere è tutto un ammiccare vicendevole.

Le rogatorie impossibili
En passant vale la pena ricordare che nelle prime settimane di indagini, da parte del Vaticano è stato agitato lo spauracchio di chissà quali rogatorie internazionali per appurare la verità e scoprire i temibili complici “italiani” di Gabriele. Va da sé che le mitiche rogatorie non sono mai partite, anche perché nei rapporti fra Stati vale il principio della reciprocità e dato che da tempi ormai antichi (almeno dall’inizio degli  anni ’80) una lunga serie di atti della magistratura italiana attende risposte, su questo fronte, al di là delle minacce, i sacri palazzi non sono andati; il diavolo, lo sanno bene a San Pietro e dintorni, fa le pentole ma non i coperchi, quindi meglio evitare il rischio di aprire un capitolo già in sé assai spinoso. Infine un particolare davvero speciale: il 24 maggio, quando già circola informalmente la notizia relativa all’individuazione della talpa, scoppia un’altra bomba: il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, lascia la presidenza dell’istituto in rotta di collisione con  la Segreteria di Stato.  Il Sole 24ore dava in questi termini la notizia: “la decisione - da tempo nell'aria - è arrivata oggi nel corso del consiglio di sovrintendenza della banca vaticana. É l'epilogo di un duro braccio di ferro tra Gotti Tedeschi e ambienti vaticani sull'applicazione della legge sulla trasparenza finanziaria e sulla conduzione degli affari dell'ente, gestiti in prima battuta dal direttore generale Paolo Cipriani”. La mattina dopo, il 25 maggio, il corvo trovava un volto e un nome: un maggiordomo insospettabile; sullo sfondo un libro divenuto un best-seller mondiale, nell’insieme un intrigo che appassiona i media di tutto il mondo. Il grande tabloid vaticano era pronto.
 
Non ci sono buoni
come in un vero romanzo del potere non ci sono buoni in questa storia. Quando la requisitoria e il rinvio a giudizio di Paolo Gabriele vengono pubblicati ad agosto, decine di omissis coprono i nomi di testimoni e sospettati. Il problema vero resta quello delle identità dei complici e quindi dei mandanti e anche delle ragioni e delle cause dello scontro interno. Si può dire qualcosa in proposito, ma siamo solo all’inizio. Come si ricorderà  la storia comincia con le denuncie da parte di monsignor Carlo Maria Viganò, pubblicate sulla stampa, in merito alla cattiva gestione finanziaria del Governatorato dello Stato vaticano. Il monsignore si lamenta anche del suo prossimo trasferimento, come poi regolarmente avviene, quale nunzio apostolico a Washington. Suo nipote, monsignor Carlo Maria Polvani, funzionario della Segreteria di Stato, lo ritroviamo fra i  testimoni del processo a Sciarpelletti il procedimento che per ora è stato stralciato e rimandato. Sciarpelletti è accusato, in buona sostanza, di essere stato un possibile tramite di documenti destinati a Gabriele e provenienti da ambienti vaticani. La posizione di monsignor Polvani dovrà essere appurata dal processo. Nel corso delle udienze emergono anche i nomi di altri due cardinali, possibili suggeritori di Gabriele: Paolo Sardi e Angelo Comastri, quest’ultimo vicario del Papa per lo Stato vaticano e a capo della Fabbrica di San Pietro. Non è finita. Il procedimento fa intravedere anche il volto idi Ingrid Stampa, ex governante-segretaria del Papa, sua minutante personale, da tempo però sostituita. Ha parlato di certo con Gabriele, poi “ne ha preso le distanze”, cosa si sono detti? Per alcuni la Stampa è in grado di pensare troppo liberamente e per questo è stata allontanata.

C’è poi don Georg Ganeswein che esce oggettivamente male da questa storia. Don Georg si definisce persona estremamente precisa cui non sfugge niente, e tuttavia Gabriele, sotto il suo naso fotocopia decine e decine di documenti, e gli soffia carte personali: una lettera di Bruno Vespa al Papa, un appunto di padre Lombardi sul caso di Emanuela Orlandi, e una lettera di un banchiere milanese.
Fra i possibile suggeritori di Gabriele ci sarebbe anche l’ex segretario del Papa Josef Clemens; quella di vatileaks è anche una questione di gelosie, una lotta interna alla cerchia tedesca del Papa, ma non solo. Dal calderone ribollente di scandali e colpi di scena, emerge infatti un Vaticano in cui tutti sono l’un contro l‘altro armati: la Segreteria di Stato, ‘l’Appartamento, gli altri dicasteri, i funzionari, l’ala diplomatica, la Gendarmeria e così via. Ancora, fra le persone ascoltate durante l’indagine c’è Vincenzo Mauriello, altro funzionario della Segreteria di Stato. Resta agli atti, poi, il caso clamoroso del confessore di Gabriele, padre Giovanni Luzi. Questi riceverà dall’ex maggiordomo copia di tutti i documenti trafugati e penserà bene, dopo qualche giorno, di darli alle fiamme “perché frutto di attività non legittima e non onesta”. Fra i cardinali non va dimenticato Attilio Nicora, presidente dell’Autorità d’informazione finanziaria che dovrebbe vigilare su tutti i movimenti di denaro sospetti. Non c’è il suo nome nelle carte del processo, ma c’è nei vatileaks. Nicora protesta perché l’autorità istituita con la nuova normativa sulla trasparenza finanziaria, viene successivamente depotenziata.

Ma complessivamente, al di là delle indagini e della vicenda Ior, va tenuto presente, parallelamente, che c’è tutta una vecchia guardia di potenti cardinali che non ha gradito troppo il cambio di potere avvenuto con il nuovo pontificato: si va dai cardinali Angelo Sodano e Leonardo Sandri, da Camillo Ruini a Giovanni Battista Re. L’arrivo di Bertone e dello squadrone salesiano con innesti di Focolarini ha suscitato proteste e rancori. Dunque non ci sono buoni, in questa storia, la rappresentazione pubblica della lotta per il potere mostra la decadenza dell’impero e i torti e le ragioni si confondono furiosamente fino a perdesi del tutto. 

Francesco Peloso 


  


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