giovedì 12 dicembre 2013

Esame Moneyval, i media promuovono troppo in fretta la Santa Sede


Il lungo cammino del Vaticano nell’applicazione degli standard antiriciclaggio è ancora in corso, molti passi avanti vengono segnalati dall'organismo del Consiglio d'Europa insieme a qualche ritardo non di poco conto.  Il processo è aperto, ma la battaglia per la trasparenza è tutt'altro che conclusa
 

Da poco più di due anni, cioè da quando il tentativo della Santa Sede di applicare a sé stessa gli standard internazionali in materia di antiriciclaggio è entrato nel vivo, l’opinione pubblica segue con attenzione ogni capitolo di questa lunga e contorta vicenda. Nel frattempo si sono succedute diverse legislazioni specifiche in Vaticano, si sono consumate dimissioni e polemiche allo Ior, è scoppiato il caso vatileaks assai intrecciato con le vicende finanziarie della Santa Sede, si è passati infine a un nuovo pontificato e quindi a una serie rapida e incalzante di interventi legislativi sulla materia.

Circa un anno e mezzo fa venne pubblicato il primo rapporto di Moneyval – l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le legislazioni antiriciclaggio e antiterrorismo degli Sati - che conteneva alcuni importanti apprezzamenti per l’azione appena intrapresa dal Vaticano accompagnati da una serie lunga e complessa di richieste dovute a carenza di vario genere. Il punto è che una volta entrati nell’ambito dei controlli internazionali non se ne esce più, nel senso che si apre un working in progress destinato a non concludersi mai del tutto perché ha bisogno di continue verifiche circa il rispetto degli standard internazionale sull’antiriciclaggio.

Così anche nell’ultimo rapporto reso noto in questi giorni da Moneyval nel quale vengono sottolineati gli ulteriori progressi compiuti, emerge un dato tutt’altro che secondario: manca ad oggi, in Vaticano, un regolamento che certifichi che tipo di clientela possa aprire un conto allo Ior. Non è cosa da poco perché, suggerisce Moneyval, questa lacuna ha una conseguenza concreta: e cioè che l’Aif, ovvero l’Autorità di vigilanza interna ai sacri palazzi, non possa dare il via libero all’applicazione delle procedure semplificate nei rapporti che intercorrono fra lo Ior e un altro istituto bancario di qualsiasi Paese. Il che significa che il Vaticano non può essere ancora del tutto considerato uno Stato che ha aderito completamente agli standard intenzionali e di conseguenza dovrà essere oggetto di controlli rafforzati ogni volta che svolge una transazione economica. E’ anche vero, si osserva, che norme di questo tipo sono allo studio e che dovrebbero essere emanate quanto prima. Ancora si chiede con una certa insistenza che Ior e Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica) vengano sottoposte a ispezioni da parte dell’Aif, e anche in questo caso si aggiunge che provvedimenti in tal senso sono prossimi.

Molti altri sono gli aspetti messi sotto la lente d’ingrandimento, fra questi la necessità che la stessa Aif moltiplichi i controlli sulle operazioni finanziarie, un percorso in atto ma anche qui da implementare notevolmente. Non sono poi passate inosservate agli occhi dei commissari di Moneyval le numerose indagini giudiziarie condotte anche dalla Procura di Roma in materia di riciclaggio che avevano come oggetto conti aperti allo Ior; la cosa non viene citata esplicitamente ma vi sono diversi riferimenti abbastanza chiari a tali questioni e alle loro implicazioni nel lungo rapporto.

Quello appena descritto è un quadro assai parziale, in certo modo appena accennato, del percorso in atto, e tuttavia molti media e giornali fin dal 2012 annunciarono che la Santa Sede era stata “promossa”, cioè che gli esami erano finiti. Nel caso delle norme antiriciclaggio in continua evoluzione, così come è in continuo mutamento la criminalità internazionale finanziaria, è il caso di dire che gli esami non finiscono mai. Non solo: in relazione al Vaticano se è vero che la riforma in atto ha un profilo storico – ma è stata in buona parte indotta dall’inserimento della Santa Sede nei meccanismi finanziari dell’euro e in quelli globali – bisogna anche dire che l’operazione non è scontata nei suoi esiti. E proprio la connessione, lo stretto rapporto, fra la crisi del precedente pontificato e la riforma economica sta a dimostrare quanto questa storia contenga elementi contraddittori, di difficile lettura e di difficile applicazioni anche per quella parte della Chiesa che lavora alacremente al cambiamento. La stessa vicenda dell’Aif, prima sottoposta al potere superiore della Segreteria di Stato e oggi  - dopo lungo braccio interno al Vaticano - resa autonoma e quindi in linea con i parametri internazionali, la dice lunga su quanto fosse problematico Oltretevere affrontare questo nodo.  

Se dunque si deve parlare sempre con prudenza di progressi e di passi avanti nel caso della Santa Sede e di qualsiasi altro Stato e non di promozioni, è anche forse venuto il momento che la stampa italiana in particolare compia un salto di qualità e si abitui a valutare l’intera vicenda nel suo giusto contesto, che non è quello di un comunicato della Sala stampa della Santa Sede, ma di un complesso intreccio di relazioni con autorità internazionali quali l’Ue, il Consiglio d’Europa, la banca centrale europea e anche  - non si dimentichi – la Casa Bianca tanto per semplificare.

La piccola o grande vicenda della finanza vaticana, per noi così evocativa di storie e trame della prima repubblica mai del tutto chiarite (con pesanti propaggini nella seconda), si coniuga oggi sul piano della globalizzazione economica e impegna la Chiesa a ridefinire il proprio rapporto con la finanza in base – come pure si dice nel rapporto – alla propria missione. Non sparirà dunque la banca vaticana, ma è necessità vitale per la Santa Sede restituire certezza, credibilità e trasparenza -  contro la dilagante opacità degli ultimi decenni -  al proprio rapporto con la ricchezza economica quale strumento non eludibile di attuazione di una missione che pone la persona umana al suo centro. La sfida è aperta.   


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