sabato 21 dicembre 2013

Rischi e chance di papa Francesco, una perestrojka con gli ‘alleati’

Il supporto di grandi gruppi multinazionali per cambiare il Vaticano sembra indicare un dato di fatto: il sistema non è riformabile dall’interno. E tuttavia l’arrivo dei super consulenti apre un problema al papa che aveva criticato la globalizzazione neoliberista.

L’ingresso di alcune fra le più grande multinazionali della consulenza finanziaria e amministrativa nei sacri palazzi pone alcuni problemi di fondo relativi alla riforma interna del Vaticano. Lo schema di quanto sta avvenendo ho provato a riassumerlo, sia pure in modo incompleto, in un articolo per Linkiesta. Qui mi limito a ripetere che Mc Kinsley, Ernst & Young, Kpmg, Promontory group, stanno smontando lo Ior e ogni dicastero e ente della Santa Sede per ristrutturare uffici e funzioni, rimuovere le opacità profonde del sistema – di cui per altro si sa ancora poco – ottimizzare i costi, ridurre la burocrazia. La procedura tecnicamente è giusta, prevede l’ingresso Oltretevere dei migliori professionisti  del settore, di laici, di una visione internazionale. 


E tuttavia la questione lascia un po’ interdetti. La Santa Sede in mano alle multinazionali? Di fatto società di questa portata rappresentano a loro volta poteri complessi, relazioni, ideologie. Certo opereranno secondo il mandato che hanno ricevuto, ma intanto emerge un dato: la scelta compiuta implica la non riformabilità interna del sistema che deve ricorrere ai ‘marines’ della finanza globale per salvare la barca di Pietro. E del resto che vi sia una forte guida ‘americana’  - nord e sud – nella gestione della Chiesa uscita dall’ultimo conclave, è un fatto certo e non per forza negativo, anzi qui sta una delle ragioni della riuscita dell’operazione.  

E però la questione pone pure dei problemi al Bergoglio-pensiero. Il Papa ha criticato duramente la globalizzazione, il sistema economico unico che governa il mondo. Secondo Francesco la crescita neoliberista non produce automaticamente redistribuzione, questo anzi è un falso mito. La redistribuzione è una scelta politica ispirata a principi come la solidarietà, l’amore cristiano, la convivenza, la giustizia sociale.  Per questo, dice il Papa, il modello cui guardare è quello del poliedro con molte facce e articolazioni – sociali, politiche, religiose, nazionali , umane – e non la sfera perfetta della globalizzazione che cancella le differenze e ha una componente totalitaria.

Solo che egli stesso per ricostruire e ripulire il Vaticano deve ricorrere appunto agli strumenti della sfera, vale a dire a quei gruppi che lavorano nel motore stesso della globalizzazione capitalistica aggiornando di continuo il sistema. Di più: la trasparenza finanziaria, l’adesione alle norma antiriciclaggio internazionali, sono oggi possibili grazie a sistemi globali di controllo e di scambio d’informazioni fra governi, banche centrali, autorità di sorveglianza, e così via. Moneyval - l’organismo che certifica la normativa antiriciclaggio – è un tipico prodotto di questi decenni di economia globalizzata (così come globale è la criminalità, in effetti).

Su un piano più generale tutta la questione dell’accesso ai diritti umani è un tema legato alla globalizzazione (non a caso Wojtyla parlò di globalizzazione della solidarietà, al contrario e specularmente, Francesco ha evocato una globalizzazione dell'indifferenza). Restano allora un paio di valutazioni. Da una parte se quella di Bergoglio è una sorta di perestroijka, il papa argentino sembra aver colto un elemento critico decisivo: il sistema, appunto, non è più in grado di riformasi dall’interno, cioè da solo. Da qui lo sbarco dei marines, dei laici, dei tecnici e di altri pezzi di Chiesa in Vaticano. L’intuizione probabilmente è giusta, Ratzinger che provò a conservare la tradizione e a cambiare le cose nel medesimo tempo, alla fine è stato costretto a mollare la presa, per questo ha compiuto (è stato in certo modo costretto a compiere) un atto rivoluzionario come le dimissioni. D'altro canto Bergoglio ha ben chiaro in mente che non c'è riforma della struttura senza rinnovvamento del messaggio, da qui la ripresa a ranghi forzati dei temi conciliari. 

Resta però da vedere con quali potei interni alla curia si scontra realmente la riforma bergogliana considerato che lo stesso papa, per portarla a termine, ha bisogno di una task force di questa entità e di tale ingombro. Sotto questo profilo viene ancora una volta alla luce  un lungo e mai chiarito capitolo della storia recente della Chiesa: parliamo degli anni che vanno dallo scandalo del banco ambrosiano fino ad oggi. E' nel corso di questi decenni che si accumulano rapporti a volte torbidi con la politica, la finanza, il potere.

C’è però anche un problema teorico più generale. La critica di papa Francesco al modello economico dominante costituisce sicuramente un fatto nuovo e per molti versi clamoroso in un mondo fin troppo passivo e uniforme. E tuttavia è bene che la Santa Sede prima o poi affronti anche la questione di un governo dei fenomeni globali in base appunto a una visione etica e sociale, della quale non sembra si possa prescindere.  Si tratta di un obiettivo tutt’altro che semplice e fino ad ora non raggiunto da nessuno; è però un'opera necessaria altrimenti questa parte del discorso rimarrà sempre in mano, per dirla retoricamente, ai banchieri.

Francesco Peloso

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