venerdì 27 dicembre 2013

Siria, vittime senza nome e senza religione


In Siria muoiono decine di migliaia di musulmani sunniti in gran parte uccisi dal regime di Assad, ma in Occidente va per la maggiore la persecuzione dei cristiani. E allora consideriamoli tutti senza fede questi morti, tutti uguali, vittime di guerra, se la religione diventa solo uno strumento di divisione e strumentalizzazione.

Vorremmo ricordare in questi giorni di festa e di crisi, in un natale attraversato dal silenzio delle strade assorte e ripiegate su sé stesse, che la guerra come al solito è al di là del mare. Non così lontana da noi ma abbastanza da non farsi sentire troppo forte. Non si potranno citare i nomi e le lingue sconosciute di tutti quelli che cadono, e bisogna pur tener presente che la politica, le strategie, la diplomazia, i calcoli dei governi, gli interessi economici, sono quasi sempre più forti dell’umano. E non c’è retorica, infine, buona a superare la differenza fra le parole e i fatti, fra le foto intraviste di cadaveri, le città in fiamme, e quel minimo di quiete che ci raccoglie in questi giorni. 
Eppure qualcosa va detta su questa crisi siriana, l’ennesima di una lunga serie di guerre che ho visto per mia fortuna da lontano negli anni di una vita. Tanti da sapere che fra non molto, fra poco, un’altra guerra prenderà il posto dei conflitti degli ultimi mesi. Ci sarà modo e tempo per dire, poi, le cose che vanno dette sul piano politico, storico, dell’analisi e del dubbio.  

Oggi mi preme tornare a sottolineare qualcosa che sento urgente e mi sta sullo stomaco allo stesso tempo. Di queste cifre troppo grandi per essere comprese – cinque, sei milioni di profughi e sfollati – di queste contese che raccontiamo, delle distanze di valutazione e di giudizio fra di noi, importa fino a un certo punto. Perché quei bambini accatastati, che pure qualcuno posta su facebook per disperazione, per richiamare l’attenzione con un grido disperato e muto, non li posso nemmeno più guardare. Di quella gente in un Paese chiamato Siria conosciuto attraverso l’esperienza e la passione di altri, ho imparato pure qualche frammento di storia  in questo tempo, e mi chiedo quando e come potranno mai scusarci, quei siriani, laggiù, e sopportarci, noi che pure non siamo felici in questo momento, e la nostra scarsa speranza diventa d’improvviso risibile, insopportabile. Ma è così che vanno le cose, “niente di nuovo sul fronte occidentale”.

Quel che non torna è questo strano insistere e negare. Insistere sul massacro dei cristiani in Siria, sulla persecuzione di una minoranza aggredita da una ribellione diventata tutta fondamentalista e jihadista. E in questo nuovo mito si dissolve il mare di morti siriani, musulmani sunniti in grandissima parte e in grandissima parte uccisi e fatti a pezzi dall’armata del governo di Damasco, cioè di Bashar al Assad. E allora, questi morti, preferisco pensarli tutti senza religione, per non fare differenze, per non cedere all’inganno dialettico della ragione ideologica di chi sostiene il regime e dato che sente l’insostenibilità morale della parte scelta nella contesa, si appoggia al simulacro del fondamentalismo per giustificarsi e costruire la realtà fittizia della propaganda; il fondamentalismo quale protagonista inevitabile dello scenario mediorientale e globale, terrorismo in franchising, sigla ceduta al migliore offrente per complicare e riaprire conflitti e negoziati. (Intanto nel grande gioco della guerra, hezbollah e i pasdaran inviati dall'Iran scompaiono nelle cronache del fondamentalismo siriano, perché non funzionali alla persecuzione cristiana).

Tutto si confonde nell’ondata fondamentalista che entra in campo al momento opportuno, sul terreno militare e sui media, così la ribellione democratica e disperata diventa guerra alla minoranza cristiana, l’orrore messo in atto da decenni dal regime si dissolve, le parole dell’Onu che denunciano i crimini di guerra e contro l’umanità di cui è responsabile Assad vengono avvolti dalla cortina fumogena dei crocifissi staccati dalle chiese, e si racconta invece la mezza favola di 12 suore ortodosse rapite a Maaloula (cittadina cristiana), favola con poco fondamento e pochissima verità ma buona a coprire l’accusa che veniva infine prodotta – nelle stesse precise ore il 2 dicembre scorso - all’Onu contro l’autocrazia di Damasco quando finalmente dal palazzo di vetro si diceva che Assad è il vero responsabile dei crimini di massa.

(E così scompare dall’informazione il fatto che le suore abbiano parlato per telefono con il rappresentante delle Nazioni Unite per la Siria, Brahimi, che lo stesso nunzio apostolico a Damasco, monsignor Mario Zenari, abbia toccato la questione ‘sequestro’ con grandissima prudenza. E ancora non si prende in considerazione, neppure come ipotesi, il fatto che secondo altre versioni compresa quella data dalle religiose, il gruppo abbia lasciato il monastero perché finito sotto il tiro delle forze di Assad. E poco importa infine che  una portavoce accanita di Assad come suor Marie Agnes de la Croix – ‘la suora di Assad’- abbia ringraziato, nel corso di un’intervista in tv, l’esercito libero siriano, cioè la forza moderata di opposizione al regime, per aver tratto in salvo il gruppo di suore. Ma la guerra, si sa, si combatte anche sul terreno dell’informazione, e allora il silenzio è già una scelta).

Altri argomenti e altre ricostruzioni dovremmo allora raccontare, e ripetere analisi di scenari e di poteri. Lo abbiamo fatto, lo faremo di nuovo. Ma intanto diciamo questo: per noi i morti sono tutti uguali, esseri senza nome in un lontano Paese. Non è la loro fede che ci interessa, non la loro religione, se questa fede, questa religione, diventa la ‘scusa’ per giustificare la faziosità, la repressione, per coprire il sangue sparso dal regime con quello versato dai gruppi fondamentalisti.

Ci interessa sapere perché sono morti, ci interessa conoscere le ragioni che muovono un esercito e un governo al massacro senza concedere tregua o quartiere, senza aprire canali umanitari, senza provare a negoziare con la parte moderata della rivoluzione (e per lunghi mesi preponderante e maggioritaria), senza ammettere una responsabilità, nascondendo crimini efferati, senza dubbi, perché sostenuti da alleati potenti e da altre autocrazie religiose e laiche. E mi chiedo come mai quando il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, denuncia la violenza indiscriminata dei bombardamenti aerei del regime su Aleppo, questo non faccia breccia, non scuota. Ma già sento che di nuovo la politica prende il sopravvento;  per ora invece lasciamo andare, lasciamo i patriarchi cristiani della Siria e del Medio Oriente che non vogliono liberi cittadini di fedi diverse con pari diritti nei loro Paesi perché essi sono nemici di ogni vera laicità, e invocano il modello antico di comunità chiuse utili a proseguire in alleanze inconfessabili tanto più disonorevoli perché costruite oggi sulle macerie di una nazione.

 E’ in questo quadro che si consuma allora la battaglia ideologica intorno a una cristianità mediorientale già ampiamente ridotta al lumicino e all’emigrazione prima delle guerre e delle primavere in molti Paesi mediorientali, mentre tramonta ogni speranza di cambiamento verso i diritti e la libertà. In Vaticano fino a pochi anni fa si parlava con rassegnazione di fine della presenza cristiana in Medio Oriente, molte ragioni si mescolavano per descrivere questa tendenza che veniva guardata come ineluttabile mentre il conflitto siriano era ancora di là da venire. Oggi resiste solo la bandiera del comunitarismo, cioè di énclaves chiuse in sé stesse contrarie per definizione alla visione larga e aperta della cittadinanza, della democrazia. E non per caso diremmo, a sostenere questo modello sono i settori ultraconservatori del cattolicesimo nostrano e il patriarcato ortodosso di Mosca, alleato di ferro del regime putiniano in un rinnovato patto fra trono e altare che trova il suo speculare modello nell’islam fondamentalista e nell’estremismo della destra israeliana, quella di Netanyahu e  Lieberman, in un perfetto equilibrio delle armi e del terrore. E ancora risponde a precisi interessi strategici il ritorno della ‘Società imperiale ortodossa per la Palestina’, organismo zarista scomparso dopo la rivoluzione del 1917, rimesso in piedi da Putin quale ponte per la penetrazione russa in Medio Oriente in nome della difesa delle comunità cristiane.

Qualcuno un giorno, scriverà poi la storia di questo fondamentalismo terrorista, non tanto o non solo come forma estrema della lotta interna al mondo musulmano fra riformatori e conservatori, ma anche come capitolo della storia globale contemporanea. Bisognerà pur dire che cosa ha significato fino in fondo l’assedio di Sarajevo, la guerra cristiano-islamica  in Bosnia, nella ex Jugoslavia, che ha alimentato il fuoco dell’estremismo religioso islamico; o il conflitto ceceno con il suo portato jihadista e ancora prima la creazione artificiale della forza talebana in funzione antisovietica. La religione come fattore di violenza e di forza identitaria, sostanzialmente antidemocratica e antimoderna, va dunque analizzata per quella che è, non solo cioè nella versione della ‘religione strumentalizzata’, ma guardando fino in fondo e senza paura al rischio che la fede in quanto tale comporta a causa dell’assolutismo’ che si porta dentro. Sotto questo profilo oggi va detto che lo ‘spirito di Assisi’, è stato sconfitto, il tentativo del dialogo interreligioso non ha prodotto quella svolta auspicata da tanti e provata dagli uomini di buona volontà di tutte le fedi.

A ‘Ginevra2’ si faranno accordi, se si faranno, con il Paese degli ayatollah, l’Iran, che forse ha mostrato qualche timida apertura dopo decenni di oppressione interna ma esso resta, intrinsecamente, un modello di teocrazia politica contrario ai diritti umani fondamentali. E proprio su questi ultimi, crediamo, si misura oggi il senso dell’ umano, all’interno di esso vi è spazio per la libertà religiosa naturalmente, e tuttavia le diverse religioni, le teologie rispettive, da Roma a Mosca da Ryad a Teheran, devono cambiare radicalmente il passo se non vogliono che la questione religiosa diventi, più che una risposta possibile ai grandi enigmi dell’uomo, un fattore di divisione e di negazione delle libertà usato da poteri senza scrupoli per alimentare, come nel caso della Siria, false crociate per puntellare regimi corrotti e violenti.   

Francesco Peloso

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