venerdì 10 gennaio 2014

Aiuto il Papa è di sinistra, viva i ricchi!

Il Catholic Herald e Tempi rompono gli indugi, la Chiesa ha bisogno dei ricchi, poche storie, e poche critiche alla finanza e ai milionari. Il Papa non è marxista e i giornali di sinistra, liberali e gay, lo dipingono in modo falso. Già, ma i conti – è il caso di dire – non tornano.

Alla fine non hanno retto: Scalfari, la rivista omosessuale americana The Advocate, il Papa che mette in croce (sic!) il capitalismo. È troppo, al diavolo il Vangelo e tutto il resto: la Chiesa ha bisogno dei ricchi per mettere in pratica l’opzione preferenziale per i poveri. Il paradosso che sfiora il ridicolo tocca però un punto nevralgico del dibattito apertosi nelle file del mondo cattolico anglosassone e americano a partire dalla pubblicazione dell’Evangelii Gaudium, l’Esortazione apostolica di papa Francesco. Il problema è stato sollevato dal direttore del Catholic Herlad, settimanale cattolico inglese, in un editoriale apparso sullo Spectator. E con conseguenza che ci pare inevitabile, è stato rilanciato in Italia dalla rivista dalla rivista Tempi di Comunione e liberazione.

 I colpevoli della falsa immagine del papa ‘di sinistra’ sono naturalmente i media progressisti di tutto il mondo che, con ragguardevole tempismo e coincidenza d’intenti, hanno dipinto il ritratto ingannatore del Pontefice che apre ai gay, abolisce il peccato ma soprattutto – e qui sta la sostanza del ragionamento – se la prende con i ricchi, è insomma un cripto marxista. Il fatto è, afferma Luke Coppen, direttore del Catholic Herlad, citato da Tempi, che “c’è un prezzo da pagare nel permettere a tali miti di crescere, un prezzo che potrebbero essere stato pagato, per esempio, dall’arcidiocesi di New York, che forse perderà una donazione milionaria”. La diocesi del cardinale Timothy Dolan, spiega Coppen, “sta infatti cercando di raccogliere 180 milioni dollari per restaurare la cattedrale cattolica della città, e un potenziale donatore ha detto di essere così offeso dalle parole inventate del Papa da voler rinunciare alla donazione”. Di sicuro fra le missioni fondamentali della Chiesa c’è il restauro della cattedrale di New York. 

Ma ironia a parte il ragionamento procede e tocca un punto decisivo: “Sotto Francesco, la Chiesa si è profondamente impegnata in quello che i teologi chiamano ‘l’opzione preferenziale per i poveri’”, “ma per optare per i poveri, la chiesa ha bisogno dei ricchi. Dei pochi generosi milionari, per esempio, che finanziano la maggior parte delle iniziative cattoliche in Inghilterra e in Galles (tra cui una parte significativa della visita di Stato di Benedetto XVI nel 2010); se solo uno di loro fosse stato ingannato dall’immagine distorta ‘marxista’ di Francesco, la Chiesa qui sarebbe in difficoltà”.

C’è tutto in questo passaggio. Ben più che le frasi fantasiose di Scalfari sul peccato o della rivista gay degli Usa che riconosce l’intelligente apertura al mondo di Papa Francesco, la cosa che ha urtato di più di questi mesi di pontificato è la critica alle sperequazioni sociali, al sistema finanziario ingiusto, alle teorie economiche che lo giustificano. Questo modello economico è anticristiano e antievangelico per il Papa di Roma che ha deciso, unico fra i leader mondiali, di affrontare 'il problema' di fondo di questi anni: cioè la crisi economica globale, le sue conseguenze sulla vita della gente e la natura oppressiva, per molti versi, di tale impostazione. Si può discutere di tutto questo naturalmente, lo hanno fatto diversi giornali americani e inglesi giudicando nel merito la dottrina sociale di Berogolio, trovandone spunti positivi o criticandola.

Ma l’obiezione sollevata dal Catholic Herlad e rilanciata da Tempi arriva al nocciolo della questione ed è di natura profondamente ideologica. Il vero idolo che non va toccato, il tabù da rispettare sempre, è il flusso inarrestabile del capitalismo finanziario legato al sistema sociale che ne scaturisce; se questo comandamento viene rispettato alla lettera, ci si può legittimamente attendere un po’ più di compassione e di elemosina dai ricchi, anzi dagli straricchi che con le loro ‘donazioni’ mandano avanti le opere di carità o restaurano le cattedrali.

Posto, ovviamente, che il Papa non è marxista, resta però un fatto: Francesco ha messo radicalmente in discussione la validità universale di uno sviluppo alla cui base sono poste diseguaglianze in continua crescita  che non hanno precedenti nella storia (e non per questo ha invocato l’abolizione della proprietà privata); ciò che, al contrario, chiede il direttore del Catholic Herald - forse neanche avendone una chiara coscienza - è l’ancien régime, né più né meno.

La rinuncia al dettato evangelico, alla profezia, all’annuncio del cuore del messaggio cristiano, per non vedersi negati i dollari di qualche super magnate. E’ il modello del conservatorismo compassionevole di George W. Bush e dei teocon repubblicani: l’etica è una virtù dei signori del potere e del denaro che la esercitano come una concessione, una ‘charte octroyée’; non diritti, non giustizia, ma benevolenza di alcuni potenti. Solo un Papa che veniva fuori dall’Europa - e da un sud del mondo cattolico - poteva mettere così decisamente in crisi la ‘cristianità’, intesa come rapporto plurisecolare fra trono e altare di origine medioevale. Un principio che, se pure messo in discussione nella cultura moderna, continuava a perpetuarsi nelle alte gerarchie ecclesiastiche e nelle forme del rapporto fra denaro, potere e Chiesa così ben esposte da Coppen.  Forse siamo a una svolta storica, ma lo scontro all’interno del mondo cattolico è solo al suo inizio. A favore del Papa gioca il fatto che la crisi interna del cattolicesimo, la sua perdita di credibilità a livello mondiale, aveva raggiunto da tempo livello di guardia nonostante le grandi donazioni multimilionarie. Per il resto vedremo.

Infine una considerazione: quando si parla di stampa di sinistra, liberal ecc. in realtà si è vuole porre nel centro del mirino il Papa, come era già avvenuto nel procedente pontificato: sotto attacco finiva il Segretario di Stato per le sue oggettive mancanze ma si puntava a Benedetto XVI che, evidentemente, non aveva soddisfatto pienamente le attese e si pensava già ad altre soluzioni.

Francesco Peloso  







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