martedì 14 gennaio 2014

Bergoglio compie un atto di giustizia, la porpora a monsignor Capovilla

Doveva arrivare un papa argentino per dare la porpora cardinalizia a monsignor Loris Capovilla,  storico segretario personale di Roncalli già quando questi era patriarca di Venezia e poi successivamente negli anni del pontificato. Capovilla ha ormai 98 anni ed è rimasto per molti fedeli, storici, persone di ogni cultura e credo la memoria vivente del Concilio Vaticano II.



 Ha pubblicato libri e non ha mai smesso di dialogare, con stupefacente lucidità, con gli interlocutori più diversi. E’ stato a lunga un’icona vivente dell’evento religioso più importante del secolo passato ma a rileggere le sue interviste non  ha mai assunto pose roboanti, la retorica non lo sfiora praticamente mai. Eppure, nell’arco di questi lunghi decenni, un riconoscimento che era quasi dovuto, quasi scontato, quello di una berretta rossa a testimonianza di una vita eccezionale, non è mai arrivato. Intanto altri segretari diventavano cardinali, arcivescovi, Prefetti.

Stanislaw Dziwisz, per quarant’anni al servizio di Giovanni Paolo II ha ben altra fama, si pensi solo ai rapporti tutt’altro che limpidi con una congregazione funesta come quella dei Legionari di Cristo; negli anni della malattia di Giovanni Paolo II poi, secondo diversi osservatori ha esercitato un potere personale più simile a quello di un rasputin che al ruolo di collaboratore del pontefice. Wojtyla lo voleva cardinale ma non fece in tempo a nominarlo, tocco a Benedetto XVI  che poi per non averlo troppo vicino lo spedì  però a fare l'arcivescovo di Cracovia dove si trova tuttora. Di monsignor Georg Gaenswein, il più stretto collaboratore di Ratzigner, si ricorda fra l'altro la testimonianza imbarazzante al processo contro l’assistente di camera del papa Paolo Gabriele, trafugatore dei documenti; durante il dibattimento si è contraddetto e come minimo ha fatto la figura del personaggio insipiente e incapace di cogliere la situazione che gli stava intorno.

Nel frattempo ha riempito le cronache mondane di qualche rivista semi-scandalistica con la sua partecipazione, il sorriso d’ordinanza e la bella presenza sempre in vista, alle serate di ciò che resta della nobiltà romana e del generone capitolino vicino al Vaticano. Amante del tradizionalismo, è stato nominato in extremis Prefetto della Casa Pontificia, ruolo altisonante ma divenuto praticamente inutile nel momento in cui il nuovo Papa si è trasferito a Santa Marta dove ha inaugurato una gestione delle relazioni personali e istituzionali slegata dai ridondanti e pomposi protocolli vaticani. Ora monsignor Georg aspetta una nomina arcivescovile in Germania, chissà se alla fine arriverà.

In questo quadro, però, non può essere taciuta la prepotenza un po’ sciatta e burocratica della Cei, che annoverando fra i suoi membri anche mosignor Capovilla, non ha fatto mai sentire, in tutto questo tempo, la propria voce per dare ruolo e valore alla figura di un testimone unico della storia della Chiesa. Così va il mondo, ma quando si guarda alla ‘ rivoluzione’ di questo papa, forse si dovrebbe parlare invece del ritorno alla ‘normalità’ delle cose.  

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