mercoledì 15 gennaio 2014

Il Papa, padre Spadaro e la ricerca della felicità: la Chiesa fra rivoluzione e ideologia

Il 7 gennaio scorso padre Antonio Spadaro, collaboratore o uomo di fiducia di papa Francesco, è intervenuto con un lungo articolo sul Corriere della Sera per interpretare ‘correttamente’ le parole di Bergoglio sulle coppie omosessuali. Il caso è ormai noto. Davanti a un folto gruppo di Superiori di congregazioni religiose, Francesco ha fatto un esempio che non poteva non destare scalpore: una bambina  è triste perché la “fidanzata” della madre non le vuole bene, la madre, si  deduceva dall’esempio, aveva divorziato o si era separata dal padre della ragazzina in precedenza.

Cosa deve fare la Chiesa, si domandava il papa. Può limitarsi a negare il valore dell’affetto che la bambina sta cercando? Deve solo emettere una condanna rispetto a quella famiglia anomala (la madre e la fidanzata)? Come può misurarsi, insomma, umanamente di fronte a questa situazione? E’ legittimo quindi l’amore che la bambina vuole ricevere?  E se sì, qual è il compito di un sacerdote in un caso simile?




E’ lungo questa frontiera che il Papa ha in effetti aperto le porte della Chiesa al mondo liberandola da una cupa intransigenza ideologica che la stava separando dal suo stesso popolo. Ha per questo aperto alle coppie omosessuali? No, se si pensa a una frontiera puramente legislativa (della quale però il papa non ha parlato nemmeno in termini negativi), sì se si guarda invece al riconoscimento pieno e indiscusso dei sentimenti che si muovono al suo interno.

Spadaro, che aveva pubblicato il colloquio del Papa con i religiosi sulla Civiltà cattolica, è andato dunque a compiere una serie di precisazioni. In sostanza ha cercato di sottrarre l’intervento del Pontefice alle strumentalizzazioni “di destra e di sinistra” e anche al dibattito ‘italiano’ sul riconoscimento delle unioni civili che per pura coincidenza si è animato nel momento in cui venivano pubblicate le parole di Bergoglio. Tuttavia se la coincidenza temporale è stata casuale in senso assoluto, va anche detto che il tema fa parte comunque dell’agenda politica internazionale e quindi anche italiana, di questi mesi e anni, dunque è un caso fino a un certo punto che le due questioni – l’intervento del papa e il dibattito pubblico e politico - s’intreccino.

L’operazione che fa Spadaro, in realtà, è quella di cercare di smussare la forza dirompente dell’azione di papa Francesco per non provocare strappi e rifiuti eccesivi in un tessuto ecclesiale e nella militanza cattolica più assidua fin troppo prudente, conservatore e spesso incapace di misurarsi con la stessa libertà di pensiero dimostrata da Bergoglio su tematiche ‘difficili’(lo stesso non può però dirsi della gran parte dei fedeli che sembrano al contrario entusiasti del processo di liberazione innescato dal Pontefice). Spadaro, insomma, cerca di coprire il Papa ‘a destra’ ben sapendo che da quella parte sono i malumori più profondi e il disorientamento provocati da Francesco. Così facendo corre però un rischio: quello di negare artificialmente, almeno un po’, la carica di rottura del bergoglismo, riconoscibile in molti suoi atti, non ultimo, per esempio, il modo in cui ha scelto le porpore cardinalizie italiane (per cui si preferisce parlare del Burkina Faso per non dire dell’imbarazzo provocato in certi ambienti dalla nomina dell’arcivescovo Bassetti).

Tuttavia il direttore della Civiltà cattolica, nel suo intervento manda anche un messaggio forte all’interno della Chiesa, è il seguente:

“Misericordia significa questo: non giustificare peccati, ma accogliere con dolcezza l’umanità per la quale Cristo è andato in croce. E questo per annunciare la parola di salvezza in maniera efficace.

Il Papa è ben consapevole che l’uomo e la donna oggi stanno interpretando se stessi in maniera

diversa dal passato, con categorie diverse, anche da quelle a lui familiari. L’antropologia a cui la

Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento, e il linguaggio con il quale l’ha espressa sono un

riferimento solido, frutto anche di saggezza ed esperienza secolare.

Tuttavia sembra che l’uomo a cui la Chiesa si rivolge non riesca più a comprenderli come una volta. La Chiesa è chiamata a confrontarsi con l’enorme sfida antropologica, dunque. Per far sì che la Chiesa sia sale e luce, con tutta la ricchezza della sua tradizione e della sua dottrina, deve essere insieme «faro» che illumini da una posizione alta e stabile, ma anche «fiaccola» che si sa muovere in mezzo agli uomini, accompagnandoli nel loro cammino, a volte difficile e a tratti anche accidentato. Insomma: la sfida educativa cristiana consiste nell’evitare che la luce di Cristo resti per molti soltanto un ricordo lontano, o che, peggio ancora, resti in mano a una piccola ed eletta schiera di «puri»: questo trasformerebbe la Chiesa in una setta”.

L’uomo e la donna di oggi stanno interpretando se stessi in modo diversi dal passato, il rischio è che la Chiesa si trasformi  in una setta di eletti. Il discorso sarebbe lungo su questo punto anche su quanto è accaduto in Italia negli ultimi decenni (una setta sì, ma anche una lobby-gruppo di potere con forti legami politici); tuttavia la base del ragionamento sembra non lasciare scampo: o si cambia o si rischia la marginalità (anche qui: i cattolici americani nelle ultime due elezioni hanno votato in maggioranza per Obama e i democratici, i cardinali sono rimasti spiazzati, la linea pro-life ideologicamente intesa è stata sconfessata dai credenti divenuti latinos ecc. il problema riguarda dunque in primo luogo le gerarchie, la loro selezione ecc.).  
Ma il punto che trovo più delicato è per me un altro. Nell’esempio di Bergoglio c’è qualcosa di non detto ma di evidente: la bambina si lamenta perché vuole l’affetto della fidanzata della madre, vuole cioè  il bene, vuole,in parole povere, essere felice. Il problema dunque non è il peccato (che non viene abolito... altro tema sollevato dal papa è quello dei corrotti, dove il 'vero' peccato, si potrebbe dire, è far del male agli altri, sfruttarli) – la coppia in questione non vive la propria condizione come un fardello, questa è una proiezione della propria ideologia – ma la possibilità di amarsi, volersi bene, sapersi voler bene, essere felici anche in quella condizione, anche dentro quel cambiamento.

La Chiesa fino ad oggi ha trattato gli omosessuali come esseri umani dimezzati, egoisti, a volte malati, incapaci di condividere oltre sé stessi l’amore con il prossimo; ne ha fatto, insomma, una caricatura (e certo che dentro la Chiesa invece il problema è dirompente..). La famiglia anomala illustrata da Bergoglio sconvolge questa visione opprimente e mistificatrice – che non di rado alimenta una sottocultura discriminatoria a livello sociale e pubblico – e racconta della ricerca del bene, cioè ancora della felicità di una bambina con le sue due ‘madri’. E’ una rivoluzione? Fate voi. Ma il tema va ben oltre il fardello, è il riconoscimento della varietà umana e dei suoi sentimenti, importantissima perché viene da una delle più alte autorità religiose del Pianeta. Così come per Bergoglio non è un problema il battesimo di un figlio nato in un matrimonio civile o da una coppia non sposata; non solo non  c'è la condanna prima dell’amore evangelico, dell’accoglienza, ma troviamo qualcosa in più: è il  riconoscimento della piena dignità di quella storia, di quel vissuto, del diritto di genitori e figli di stare nel mondo senza anatemi (cosa che non cancella, come è ovvio, il sacramento del matrimonio, ma bisogna ricordarlo?).

Insomma si va oltre il tema dell’amorevole sguardo che si posa sul peccatore, il quadro umano – ci dice con ogni suo gesto il vescovo di Roma - non è costituito solo da questa visione un po’ fervorosa, di un’umanità sempre dolente. E qui si pone il tema di una Chiesa di fatto oppressiva – perché non indulgente, non accogliente, non in grado di riconoscere l’amore – e quello, parallelo, della ricerca della felicità da parte degli esseri umani, etero e omosessuali, sposati o non, a partire dai bambini, che non di rado ci illuminano il cammino.

Francesco Peloso

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