lunedì 6 gennaio 2014

Il Papa andrà in Medio Oriente, sullo sfondo la guerra in Siria e la presenza cristiana

Quest'articolo è uscito sul Secolo XIX

Si svolgerà a maggio in Terra Santa il prossimo viaggio del Papa fuori dai confini italiani, lo ha annunciato lo stesso Francesco ieri all'angelus. Una trasferta rapida, dal 24 al 26 maggio, con tre tappe: Amman in Giordania, Betlemme nei territori palestinesi quindi Gerusalemme in Israele. La visita ha un forte valore ecumenico, cioè di dialogo e di alleanza con gli altri leader cristiani,  sottolineato pure ieri da Bergoglio, ma indubbiamente la crisi siriana e in generale i conflitti e i rivolgimenti del Medio Oriente, faranno da sfondo inevitabile alla tre giorni del Papa.  

Scopo principale del viaggio, ha spiegato il Pontefice, «è commemorare lo storico incontro tra il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora, che avvenne esattamente il 5 gennaio, come oggi, di 50 anni fa».  Quindi ha aggiunto: «presso il santo sepolcro celebreremo un incontro ecumenico con tutti i rappresentanti delle Chiese cristiane di Gerusalemme, insieme al Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli».

Papa Francesco non ha intenzione di inanellare una serie incalzante di viaggi come i suoi due predecessori, anzi fino ad ora ha scelto con cura mete di particolare significato simbolico. Prima il Brasile, il gigante cattolico dell'America Latina, ora la terra di dove si svolse la storia della Salvezza. Uno degli amici più stretti di Bergoglio, il rabbino argentino Abraham Skorka, rettore del seminario rabbinico latinoamericano, espressione della componente liberal dell'ebraismo, ha ricordato di aver parlato più volte con il papa del suo desiderio di andare in Terra Santa, Francesco, ha aggiunto Skorka, «porterà un forte messaggio di pace alle popolazioni della regione». Se insomma l'abbraccio con le chiese ortodosse d'oriente rappresentate dal patriarca di Costantinopoli è uno dei temi della visita, certamente la gravissima crisi politica e umanitaria attraversata dal Medio Oriente costituirà un elemento imprescindibile del breve viaggio.

In questo senso la tappa ad Amman, in Giordania, ha grande rilievo; il Paese governato da Abdullah II infatti è da sempre punto di riferimento per la diplomazia vaticana nella regione. D'altro canto il fatto che il viaggio avverrà tra cinque mesi lascia aperte diverse incognite. Il conflitto siriano rischia infatti di allargarsi e coinvolgere i Paesi limitrofi; sia le forze jiahdiste contrarie ad Assad che il movimento fondamentalista Hezbollah libanese alleato invece del regime di Damasco, stanno provando ad esportare il conflitto oltre i confini siriani. D'altro canto la battaglia fra le forze di Assad e i ribelli del Libero esercito siriano (Free Syrian army) va avanti cruenta e sanguinosa, e proprio su questo versante della crisi di recente le Nazioni Unite hanno accusato Assad di crimini di guerra. E' in questo contesto drammatico, con sei milioni di profughi e sfollati dalla Siria, che si gioca anche la delicata partita dei cristiani nella regione.

Qui esistono almeno due linee che si confrontano: da una parte la tradizionale chiesa maronita-cattolica libanese che teme il prevalere di forze estremiste anticristiane, dall'altra il ragionamento di alcuni esponenti di Chiesa - dal nunzio in Siria Mario Zenari al patriarca di Baghdad Louis Sako - che, pur denunciando le aggressioni alle comunità cristiane, ritengono che la Chiesa non possa dare il proprio sostegno a regimi efferati per garantirsi protezioni e privilegi. Al contrario, affermano, bisogna lavorare su nuovi processi di cittadinanza e dialogo interreligioso in tutto il Medio Oriente. Fra queste differenti posizioni il Papa dovrà affermare una linea vaticana autorevole e non di parte che parli nel medesimo tempo in difesa dei cristiani (molti dei quali e da molti anni emigrano), della pace e di tutte le vittime dei conflitti e delle violenze, a qualsiasi fede appartengono.

Francesco Peloso 

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