giovedì 20 febbraio 2014

La sfida del Papa sulla famiglia contro l’irrilevanza della Chiesa

Papa Francesco ha lanciato una sfida fondamentale alla Chiesa: quella di porre un argine alla deriva intransigente che sta trascinando verso l’irrilevanza il cattolicesimo nell’età contemporanea (lo ha notato giustamente Massimo Faggioli in un suo recente articolo). Per questo Bergoglio ha aperto una grande discussione sulla famiglia che comincia con il concistoro straordinario del 20 e 21 febbraio per poi proseguire con due sinodi generali dei vescovi, il primo ad ottobre prossimo (un sinodo straordinario) e un anno dopo il secondo per dare seguito alle decisioni prese nella prima assise.

I temi della famiglia sono connessi a quelli della sessualità, delle relazioni interpersonali e sentimentali, alla questione dei diritti. E’ verosimile che su molte del tematiche più delicate e divisive all’interno delle gerarchie la posizione della Chiesa, alla fine di questo percorso, non cambierà sotto il profilo dottrinale.  Sarà possibile, tuttavia, che si registri, in termini generali, un innalzamento della soglia d tolleranza e della capacità di accoglienza e di comprensione dell’altro. Il che di conseguenza comporterà un restringimento dell’area culturale integralista, quest’ultima infatti sottolinea costantemente e in modo univoco il nesso fra tradizione e divieto, fra contestazione della modernità e intransigenza clericale.

La Chiesa ‘ospedale da campo’ è stata la prima risposta di Francesco, l’idea proposta con un’immagine molto semplice e forte, è quella di un’accoglienza che riguarda indistintamente l’umanità offesa o ferita nel suo complesso senza distinzioni ulteriori. Ma se questi sono stati i primi segnali positivi, sul periodo medio lungo rischiano di risultare insufficienti rispetto al problema posto dallo stesso pontefice; se tutto infatti si risolverà in una forma di maggiore benevolenza, il distacco fra Chiesa e società potrà rallentare finché perdura l’effetto Bergoglio, ma inevitabilmente riprenderà a crescere col tempo.

E’ dall’epoca dell’Humane vitae di Paolo VI – cioè dalla fine degli anni ’60 - che il problema famiglia-sessualità rappresenta la spina maggiore per la Chiesa di Roma. Anche perché, come è noto e come sembrano dimostrare ampiamente i risultati del questionario diffuso fra i fedeli in preparazione del sinodo, molti degli insegnamenti classici della Chiesa in materia sessuale sono largamente disattesi. E’ una situazione che dura da molti anni e che non conosce inversione di tendenza perché corrisponde al mutamento di un’epoca, non solo alle mode del momento.

In questo contesto una carta decisiva è quella di ammettere alla comunione i divorziati risposati. “Tutti hanno diritto a una seconda chance nella vita” ha detto fra l’altro in questi giorni il cardinale Walter Kasepr, tedesco della coerente liberal, grande elettore di papa Francesco, e soprattutto relatore al concistoro straordinario sulla famiglia. La sua posizione è chiaramente a favore del superamento di questo divieto e non a caso il pontefice lo ha chiamato a introdurre i lavori di questi giorni. Non tutti i cardinali naturalmente condividono questa impostazione, e tuttavia per la Chiesa si tratta di una prova di credibilità decisiva. Se su questo punto – che prevede il pentimento e il perdono, e quindi il riconoscimento dell’errore e del peccato ma anche la possibilità di emendarsi e di amare nuovamente o per la prima volta, di ricostruirsi in definitiva una famiglia  - ci sarà un passo avanti concreto tale da poter fare la differenza.

Se insomma sul punto in cui la discussione anche all’interno della Chiesa è più avanti, quella appunto dell’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati, si arriverà in tempi non lunghissimi a una decisone innovativa, questo sarà un segnale forte e inequivocabile per tutte le chiese locali. In tal caso il cattolicesimo romano potrebbe trovare la forza di rimettersi in marcia e affrontare quel confronto con la modernità per troppi decenni rimandato. 

Francesco Peloso 

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