sabato 22 marzo 2014

Ior-Italia, il confine incerto della finanza vaticana (e delle banche italiane)

Che fine ha fatto la tangente Enimont? E dove sono finiti i conti di Angelo Balducci, l’ex gentiluomo di Sua Santità ed ex presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici, coinvolto nei vari filoni d’indagine sullo scandalo ‘G8-grandi eventi’? E Bisignani? E Andreotti? Per non parlare della madre di tutti gli scandali finanziari: il caso Calvi-Banco Ambrosiano-Sindona. In queste vicende e in altre simili è coinvolto lo Ior, ovvero la banca (che però è un istituto) vaticana, inaccessibile per molti decenni a quasi tutti tranne agli ‘eletti’ che potevano aprirvi conti e gestire movimenti finanziari. 

la sede della Banca d'Italia

Ovviamente quella dello Ior non è solo una  storia di scandali: dal punto di vista finanziario l’istituto contribuisce con circa 50milioni di euro ogni anno a salvare i bilanci vaticani da un passivo pesante, senza contare che le transazioni in favore di moltissime attività sociali, educative e caritative in ogni angolo del mondo passano da lì. E tuttavia il peso dell’opacità è grande, le mura leonine per molto tempo sono state invalicabili per la magistratura e le autorità di controllo finanziario.

Dunque l’opera di trasparenza intrapresa dalla Santa Sede – in realtà anche per non restare esclusa dal consesso finanziario mondiale – ha un valore almeno in parte storico. E tuttavia se gli organismi internazionali hanno promosso la Santa Sede in materia di antiriciclaggio, per la Banca d’Italia lo Stato del Papa è ancora un Paese ad alto rischio nonostante abbia rapporti con 35 banche “corrispondenti” nel mondo. Uno dei nodi irrisolti è appunto quello relativo al “passato”. La nuova governance dello Ior, infatti, si muove in un orizzonte di rinnovamento che parte dal 2013, per alcune procure e in parte anche per le istituzioni finanziarie, il problema non è però risolto. Sono punti di vista opposti sui quali è mancata, anche negli ultimi anni, una mediazione politica del governo italiano.

Fino al 2010 lo Ior operava attraverso le banche italiane che permettevano, di fatto, l’apertura di conti a nome dell’istituto; da lì prendevano il via movimenti finanziari di cui però non si conosceva la provenienza originaria (era come se il denaro cominciasse da quell’istituto il suo ‘viaggio’). Una prassi solo italiana. E’ in quell’anno che scatta pure il famoso blocco dei 23 milioni dello Ior che ‘transitano’ sul Credito artigiano in un’azione coordinata fra magistratura e organismi finanziari; via Nazionale invia a tutte le banche una circolare nella quale si declassa lo Ior a istituto non in linea con gli standard antiriciclaggio, il che significa non accettare più denaro che provenga dal Vaticano.

La Santa Sede approva allora a tempo di record una normativa sulla trasparenza dando slancio a un processo che languiva; del resto la scelta era fra una riduzione della propria giurisdizione accettando di fatto il controllo di Bankitalia sullo Ior, o  mettersi in regola con i parametri internazionali, mantenere intatta l’autonomia finanziaria e, di conseguenza, quella statale. La situazione è ora in una fase di stallo. In Vaticano però fanno un’ipotesi clamorosa: se il Pontefice vorrà fare chiarezza sul passato, si potrà procedere come si fa con gli archivi storici: vale a dire un una sorta di operazione verità sullo Ior per riconciliarsi con il passato. Quando? Difficile a dirsi, anche perché solo all’idea tremano in molti. 

Quest’articolo è apparso su Pagina99


Francesco Peloso

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