sabato 29 marzo 2014

L'ambigua linea della Cei sugli abusi sessuali: se la prudenze prevale sulla verità

La Cei non riesce proprio a farcela: da diversi anni ormai sta lavorando a una versione convincente delle linee guida antipedofilia, ma ogni volta inciampa sullo stesso punto, ovvero la piena collaborazione con le autorità civili, vale a dire polizia, carabinieri, magistratura e poi anche assistenti sociali e, eventualmente, commissioni di laici. Ieri un nuovo documento ha visto la luce dopo essere stato approvato dal consiglio episcopale permanente di gennaio. La precedente versione delle linee guida – risalente al 2012  - era stata bocciata dalla Congregazione per la dottrina della fede circa un anno fa; ora la Cei ha mandato la versione corretta ai piani alti del Vaticano, vedremo quale sarà la risposta. Ma andiamo con ordine.



Il documento della Cei da una parte stabilisce che una volta appurata la veridicità della ‘notitia criminis’ (cioè verificata la fondatezza dell’informazione ricevuta circa gli abusi commessi da un sacerdote) il vescovo denuncia immediatamente il caso alla Congregazione per la dottrina della fede. In tal modo le norme vaticane aggiornate hanno inteso accorciare le procedure interne alla Chiesa per il procedimento canonico; solo che a questo punto il vescovo si ferma. Non essendo quest’ultimo un pubblico ufficiale, spiegano prudentemente le linee guida della Cei, non è obbligato alla denuncia presso le autorità civili. L’unica novità in materia è un generico inciso nel quale si precisa che tale collaborazione non è dovuta “salvo il dovere morale di contribuire al bene comune”. Tutto qui.

Secondo tale impostazione, il vescovo si attiene a un principio fondamentalmente omertoso: cioè la notitia criminis è appurata, si spiega che le circostanze dei fatti devono essere verificate nel dettaglio, ma poi, quando è il momento di andare dai carabinieri, ci si attiene a un silenzio formale. Più che il pubblico ufficiale, è in discussione il cittadino-vescovo il quale, così facendo, segue  norme estranee a quelle della comunità che vuole guidare. Ed è esattamente qui che, negli ultimi 15 anni, si è infranta la credibilità della Chiesa coinvolta nello scandalo pedofilia da una parte all’altra del mondo. 

Per altro la Congregazione per la dottrina della fede precisava, nelle norme messe a punto nel 2011, che – pur nella differenza dei sistemi giuridici – è importante cooperare con le autorità preposte a perseguire il crimine dell’abuso sessuale, “in particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale”. La risposta della Cei in materia è dunque particolarmente debole. E anzi si specifica, qualora invece fosse la magistratura ad aver aperto un’indagine su un “chierico”, che “i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero”, (si fanno qui diversi riferimenti alla normativa in vigore compresa quella concordataria), così come si sottolinea l’inviolabilità dell’archivio del vescovo.

Il neo Segretario generale della Cei, ha detto ieri che, in ogni caso, il vescovo ha il dovere morale di favorire la giustizia che persegue i reati, ma anche questo concetto non si ritrova nel documento. All’epoca delle prime linee guide della Cei, il procuratore di giustizia vaticano, monsignor Charles Scicluna, che perseguiva i reati e promuoveva la linea della tolleranza zero sulla pedofilia, criticò il ritardo dei vescovi italiani nel reagire agli abusi;  successivamente finì a fare il vescovo nella natìa Malta. 

Da pochi giorni, tuttavia, per volontà di papa Francesco, si è insediata una nuova commissione pontifica guidata dal cardinale americano Sean O’ Malley  - e di cui fanno parte quattro donne e quattro uomini – che dovrà occuparsi della materia. E’ possibile che l’organismo prenda in esame anche le nuove linee guida della Cei. Nel frattempo la diffidenza di Bergoglio verso la Cei del quasi sfiduciato cardinale Bagnasco continua a crescere.

Quest'articolo è uscito pure sul Secolo XIX


Francesco Peloso 

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