lunedì 26 maggio 2014

Riparte la grande diplomazia vaticana e Netanyahu e Hamas saltano un turno

La diplomazia vaticana riparte alla grande: la mossa a sorpresa di questo viaggio del Papa in Terra Santa è stata infatti l'invito rivolto ad Abu Mazen e Shimon Peres per un incontro in Vaticano. Era difficile perfino immaginare qualcosa che potesse smuovere l'immobilismo in cui era precipitato il dialogo israelo-palestinese, eppure quel qualcosa è accaduto. Francesco ha offerto il Vaticano quale luogo neutrale per un colloquio fra i due presidenti, ufficialmente si tratta di una preghiera comune per la pace, ma Abu Mazen e Peres sono soprattutto due politici di lungo corso, due 'colombe' dei rispettivi schieramenti che da tempo non riescono più a far valere le ragioni del dialogo. 



E allora ci ha pensato papa Francesco a restituirgli un ruolo di primo piano, proponendogli un inedito faccia a faccia Oltretevere e con un inedito mediatore: la Santa Sede.

Si sente, dietro l'operazione, la mano abile del nuovo Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, chiamato da Francesco ad occuparsi delle questioni internazionali più che dei mille affari interni della Curia. E Parolin si è mosso dietro le quinte per organizzare il viaggio del papa Giordania, Territori palestinesi e Israele, lavorando di sponda con l'ottima squadra dei nunzi presenti nell'area, in particolare monsignor Giuseppe Lazzarotto in Israele, monsignor Giorgio Lingua in Giordania e Iraq, monsignor Mario Zenari in Siria. Parolin stesso viene dalla scuola diplomatica del cardinal Achille Silvestrini, quella che sceglieva il dialogo, la tessitura silenziosa, la costruzione paziente di relazioni anche in situazioni considerate difficili o ostili. L'attuale Segretario di Stato, d'altro canto, si è confrontato in passato con Paesi complicati quali il Venezuela, il Vietnam e la Cina.

Per altro il Da sottolineare ancora che il Papa chiamando in Vaticano ufficialmente i due presidenti ha escluso il capo del governo israeliano, quel Benjamin Netanyahou da sempre rappresentante di una destra che con molta fatica si siede al tavolo delle trattative. La Santa Sede ha così fatto capire che per far ripartire il dialogo sono necessari anche gli interlocutori giusti; sul fronte palestinese d'altro canto l'organizzazione fondamentalista di Hamas non è stata presa in considerazione, si consideri per altro che mentre il Papa arrivava Terra Santa il suo leader a Gaza, Ismail Haniyeh, volava a Teheran, per prendere parte a una conferenza. 

Insomma l'iniziativa vaticana ha teso a mettere fuori gioco, almeno per una fase di questa infinita partita per la pace, chi con più ostinazione rifiuta il dialogo. Ancora da sottolineare come più volte, nei discorsi del Pontefice, sia tornata la proposta di una presenza della minoranza cristiana in Medio Oriente che non fonda più la propria sicurezza sull'appoggio di altre minoranze o di qualche regime, ma sul principio di cittadinanza. Anche su questo piano si avverte una nuova visione politica del Vaticano in ragione della quale i principi democratici e il riconoscimento dei diritti umani - compresa la libertà religiosa - non sono più un obiettivo irraggiungibile.

Quest'articolo è stato pubblicato sul Secolo XIX
Francesco Peloso


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