giovedì 11 settembre 2014

Da Ucraina e Stato islamico la sfida alla leadership del Papa

A un anno e mezzo dalla sua elezione, dopo aver goduto dei favori dell'opinione pubblica mondiale per la ventata d'aria nuova portata nella Chiesa universale, la leadership di papa Francesco viene ora messa alla prova da importanti avvenimenti internazionali. La sfida non scontata è data dal drammatico passaggio storico nel quale ci troviamo: il rincorrersi di conflitti e crisi internazionali ­ con due punti chiave, il Medio Oriente e l'Ucraina - cioè nel secondo caso l'Europa - e l'assenza di nuovi equilibri internazionali in grado di 'governare', o almeno limitare, l'espandersi dei fronti di combattimento.



Si fa particolarmente sentire l'assenza di soggetti in grado di svolgere una funzione negoziale. Le Nazioni Unite non sembrano in grado di assumere l'ònere di questo compito, essendo i loro organismi e meccanismi decisionali ormai superati. Si tratta di un particolare di non poco conto considerato che all'Onu, storicamente, nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, la Chiesa di Roma ha fatto riferimento in base all'equivalenza fra 'famiglia delle nazioni' sotto il profilo istituzionale e 'famiglia umana' nel linguaggio politico­-evangelico del magistero dei vari pontefici.

Il passaggio nel quale si trova il pontificato è allora decisivo. Da una parte, infatti, Bergoglio deve portare a termine quelle riforme interne al sistema vaticano cominciate da tempo e ora in corso d'opera ma ben lontane dall'essere concluse. Dall'altra, il primo papa proveniente dal sud del mondo deve fronteggiare un concatenarsi di crisi che chiede al sistema delle nazioni, nel mondo globalizzato, di mettere a punto nuovi strumenti di governance in nome dei valori e diritti universali affermati nelle carte delle Nazioni Unite. Tuttavia proprio quei princìpi rischiano di restare vaghi ricordi di fronte agli orrori che si susseguono impuniti.

In un compito tanto arduo però il papa non è solo. La presenza di un diplomatico stimato e di rango come il cardinale Pietro Parolin alla guida della segreteria di Stato costituisce un riferimento certo per l'azione della Santa Sede sulla scena internazionale, così come l'articolata rete dei nunzi sparsi nelle zone calde del mondo che ha ripreso a funzionare a pieno regime dopo il periodo critico vissuto nel pontificato precedente. D'altro canto, l'urgenza di rilanciare l'azione diplomatica ecclesiale nelle aree di crisi era una priorità nell'agenda del papa.

In questo senso va letta l'iniziativa dell'incontro fra i presidenti di Israele e Palestina, Shimon Peres e Mahmoud Abbas, in Vaticano alla presenza del patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo I. Cioè come la prova di un'opzione possibile, quella del dialogo israelo­-palestinese, nel momento in cui questa era stata rimossa come un tabù e relegata al mondo dell''impossibile'. Di fronte all'assenza di soggetti politici in grado di forzare verso il negoziato, il papa ha compiuto, con il supporto dei suoi collaboratori, un gesto da istituzione disarmata che aveva un valore politico e profetico.

In tale prospettiva ha poco senso parlare di 'fallimento' o 'sconfitta' del pontefice; i veri sconfitti, in questa vicenda, paiono piuttosto quelle popolazioni, da una parte e dall'altra del confine, che rimangono vittime dell' 'inevitabilità' della guerra decisa con alterni cinismi a tavolino.

Ma è sul fronte 'russo' che la Santa Sede incontra oggi le maggiori difficoltà. C'è la famosa lettera del papa a Putin del settembre 2013, quando il capo del Cremlino ospitava il G20. In quel frangente Bergoglio spinse per evitare l'intervento dell'aviazione statunitense contro il regime di Bashar al-Asad. È ipotizzabile che una certa vena anti­-yankee abbia influenzato le parole del papa argentino in quella circostanza? La circostanza è plausibile, tuttavia in Francesco agiva anche un rifiuto quasi istintivo della guerra come soluzione dei conflitti armati, una tendenza riscontrabile in quasi tutti i papi del Novecento e del nostro secolo.

Da allora ci sono state due importanti novità. L'incancrenirsi della crisi mediorientale ­ - anche grazie al disimpegno politico ed economico europeo e americano rispetto ai fatti che hanno sconvolto la regione negli ultimi anni ­ - e l'apertura del 'fronte' ucraino.

Il dilagare dell'Is (ex Isis - Stato islamico dell'Iraq e del Levante) in Iraq con l'attacco alle comunità cristiane e yazidi ha indotto una reazione dei vescovi locali e della diplomazia vaticana. Di fatto la Chiesa ha chiesto protezione anche militare per i cristiani e le altre minoranze in fuga; valgano per tutti le parole reiterate dell'osservatore della Santa Sede all'Onu di Ginevra, monsignor Silvano Maria Tomasi, che ha parlato esplicitamente di intervento militare (il ritorno alla famosa teoria dell'ingerenza umanitaria elaborata da Wojtyla al tempo della guerra in Bosnia).

Il papa condivideva una simile richiesta (si veda la lettera al segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon del 13 giugno) ma individuava anche due rischi. In primo luogo c'era la preoccupazione che l'intervento statunitense contenesse nei fatti quella stessa arbitrarietà contestata pochi mesi prima a Obama rispetto ad al-Asad; i raid aerei in Iraq infatti prendevano il via senza un accordo internazionale preventivo e senza un pronunciamento dell'Onu.

La Santa Sede intuiva immediatamente un secondo problema, collegato al primo: un appello internazionale del Vaticano per un intervento militare senza avallo Onu a protezione dei cristiani avrebbe acuito le tensioni fra islam e cristianesimo, dando paradossalmente all'Isis quella credibilità che invece gli mancava largamente nel mondo musulmano, anche sunnita.

La strada insomma era ed è stretta. Da qui la prudenza 'linguistica' del pontefice, cui ha fatto seguito l'intervento del segretario di Stato Parolin per scongiurare l'idea del conflitto fra religioni. Per la stessa ragione il patriarca di Baghdad, monsignor Louis Sako, ha chiesto insieme alla protezione dei cristiani vittime di violenza, un ritorno della politica e della diplomazia. Altrimenti l'intervento militare - ha chiosato - non servirà a molto. Sotto questo profilo si è pronunciato anche il nunzio in Siria, monsignor Mario Zenari; secondo lui le mancate riforme democratiche da parte del regime e la negazione degli ideali di libertà contenuti nella prima fase delle proteste popolari nel paese hanno finito con l'alimentare le frustrazioni dei siriani e l'estremismo, mentre anche il conflitto siriano ha bisogno di una soluzione politica, pena il degenerare ulteriore delle violenze. 

In tale contesto va registrata un'ulteriore divisione che comincia ad attraversare il fronte ecclesiale. Se i leader cattolici dell'Iraq hanno invocato a più riprese una mobilitazione internazionale per salvare le comunità cristiane messe in fuga dalla piana di Ninive, sta prendendo forma anche un polo opposto, già delineatosi per esempio negli Stati Uniti, di organizzazioni cattoliche che chiedono al presidente Obama di non ricorrere ai bombardamenti. Al contrario la conferenza episcopale tedesca si è espressa a favore della distribuzione di armi ai curdi in funzione anti-Isis. È insomma un movimento frastagliato quello che si scorge, sintomo di una situazione non facile da sciogliere. Nel frattempo in Vaticano cresce l'allarme per un quadro generale che, nello stallo internazionale, rischia di diventare definitivo nella sua instabilità fino a sancire l'impossibilità per i cristiani di tornare nei loro villaggi e nelle loro abitazioni. 

Da rilevare infine che, quando la Casa Bianca ha cominciato a prendere seriamente in considerazione la possibilità di colpire l'Isis anche in Siria, l'Osservatore romano ha titolato (27 agosto) 'Il dilemma di Obama', facendo riferimento alla contraddizione insita nella posizione di Washington: considerare Assad un nemico per poi in qualche modo allearcisi allo scopo di frenare l'ascesa dell'Isis. Resta il fatto che la Santa Sede in Medio Oriente dovrà riscrivere la mappa della propria presenza politica e delle proprie relazioni internazionali anche in base all'evoluzione degli eventi. Qui si può fare solo un cenno al Libano e al difficile frangente in cui si trova mentre il patriarca maronita, il cardinale Bechara Rai, dialoga con i vertici di Hezbollah - forza religiosa sciita, nemica acerrima di Israele ­ - per cercare la soluzione alla crisi politica del paese dei Cedri, che è sull'orlo della disgregazione.

La crisi ucraina ha mostrato poi al pontefice un'altra faccia di quella complessità est-europea che tanto spesso ha scosso alle fondamenta il Vecchio Continente. Al di là del groviglio di ragioni geopolitiche ed 'energetiche' del conflitto, i due nazionalismi, quello ucraino e quello dei filo­russi, si nutrono abbondantemente di motivazioni religiose: greco­-cattolici da una parte e ortodossi fedeli al patriarcato di Mosca dall'altra. Il capo della Chiesa greco­-cattolica ucraina, l'arcivescovo Sviatoslav Schevchuk, ha giocato un ruolo importante nel denunciare, dal suo punto di vista, l'aggressione russa e nel dare una veste identitaria e nazionale alla Chiesa ucraina fedele a Roma. Lo stesso ha fatto il patriarcato moscovita di Kirill assumendo in pieno le ragioni di Putin.

Se le parole di Francesco su questa vicenda sono state improntate alla richiesta di una pacificazione, la Santa Sede non può restare insensibile di fronte ai sentimenti dei greco-cattolici. Il quadro fin qui delineato non può, per ragioni evidenti, contenere una versione definitiva delle posizioni e del ruolo del Vaticano nell'attuale convulso contesto storico. Il papa argentino si trova a dover fare i conti con il cambiamento di strategia americana nel mondo. Da qui la sfida per la nascita di un multipolarismo di cui ancora non si vede traccia.

Francesco ha indicato più volte nella richiesta di far cessare il traffico d'armi una priorità a livello globale. Si tratta di una proposta utopica? Forse, eppure la sua è di nuovo l'opzione che un'istituzione disarmata può lanciare con la dovuta forza e rilevanza alla comunità internazionale, aprendo alla possibilità di una stagione di disarmo convenzionale dopo quello nucleare negli anni della guerra fredda.

Infine si pensi alla telefonata del papa alla famiglia di James Foley,il reporter assassinato in Iraq dall'Is. In quell'atto c'è una parte consistente della novità di Francesco: il gesto umano e diretto di un capo religioso e di Stato che prova a smantellare gli artifici del potere.

Francesco Peloso

Quest'articolo è apparso su Limes versione web

Nessun commento:

Posta un commento