giovedì 25 settembre 2014

Il caso Wesolowski è solo all'inizio: chi ha coperto per trent'anni l'ex nunzio?

Anche altri Stati, non solo la Repubblica Dominicana, sono sulle tracce dell'ex nunzio apostolico di origini polacche, Jozef Wesolowski, accusato di aver commesso abusi sessuali su minori negli anni in cui svolse la sua missione nella piccola isola caraibica (2008-2013). Se a Santo Domingo, nella capitale di un Paese poverissimo confinante con Haiti, Wesolowski ebbe gioco facile a ricattare o indurre alla prostituzione ragazzi più o meno adolescenti, è possibile che comportamenti simili si siano ripetuti nel corso degli anni soprattutto se si considera la copertura diplomatica, e forse le protezioni inconfessabili fuori e dentro la Chiesa, di cui godeva l'ex nunzio. 



Inoltre, secondo notizie diffuse nella Repubblica Dominicana, la Santa Sede avrebbe comunicato al ministero degli esteri locale che le autorità di altri Paesi starebbero indagando sull'ex diplomatico vaticano. Va ricordato che Wesolowski ha alle spalle una lunga carriera diplomatica; fu ordinato sacerdote da Karol Wojtyla nel 1972 a Cracovia, nel 2000 divenne arcivescovo e a ordinarlo c'era di nuovo Giovanni Paolo II. A partire dagli anni '80 Wesolowski entrò nel servizio diplomatico, in ragione di tale funzione ha lavorato in Costa Rica, Giappone, India e Svizzera, è stato poi nunzio apostolico in Bolivia quindi in Kazakhstan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Da ricordare, infine, che in quanto nunzio nella Repubblica Dominicana ricopriva pure il ruolo di delegato pontificio per la confinante Haiti e per Puerto Rico.

Intanto il caso comincia a mostrare tutta la sua complessità. La storia degli abusi commessi dal clero è infatti anche – a volte soprattutto - una vicenda di coperture e insabbiamenti. Chi ha aiutato l'ex nunzio a restare nell'impunità? Possibile che tutto sia avvenuto senza che nessuno sapesse? Visti i precedenti le domande sono legittime. 

Nel frattempo il Vaticano ha diffuso ieri alcune precisazioni a partire dalla decisione di procedere con l'arresto dell'ex arcivescovo. In questo caso, ha spiegato il portavoce padre Federico Lombardi, le motivazioni sono quelle classiche: rischio fuga e inquinamento prove. Ancora si specifica che i “capi d'imputazione” riguardano gli abusi sessuali e il possesso di materiale pedopornografico e si basano da una parte sul processo canonico da parte della Congregazione per la dottrina della fede dove già il nunzio è stato condannato in primo grado e ridotto allo stato laicale. Quindi sul materiale fornito dalle stesse autorità dominicane. 

Da sottolineare inoltre che nel luglio 2013 papa Francesco emanò una riforma del diritto penale attraverso la quale venivano introdotte nella legislazione vaticana un'ampia fattispecie di reati relativi agli abusi contro i minori e pene particolarmente severe. Tuttavia, ha spiegato padre Lombardi, il processo si farà con la vecchia normativa perché i fatti sono avvenuti prima che la nuova legge entrasse in vigore e quest'ultima non può essere applicata retroattivamente. In ogni caso l'ex diplomatico rischia 6 o 7 anni di reclusione, più le eventuali aggravanti, mentre se la fase istruttoria si concluderà, come sembra assai probabile, con un rinvio a giudizio, il processo potrebbe tenersi all'inizio del prossimo anno.

Ma sullo sfondo della vicenda comincia ad emergere la questione estradizione. La Procura generale della Repubblica Dominicana ha fatto sapere che l'arresto era una misura necessaria ma, in ogni caso, la giusta strada da seguire sarebbe quella della consegna di Wesolowski al Paese caraibico. A suo tempo anche la Polonia aveva sondato il Vaticano per lo stesso motivo e ora la richiesta di estradizione potrebbe arrivare a sorpresa anche da altri Paesi. Di fatto l'eventuale processo interno alle mura leonine eviterebbe l'estradizione e consentirebbe alla Santa Sede di ottenere due risultati: dare l'esempio a tutta la Chiesa con un atto senza precedenti – il processo in Vaticano a un ex arcivescovo accusato di pedofilia – e mantenere il controllo su una vicenda dalla quale potrebbero emergere circostanze ancora imprevedibili. Tuttavia, almeno in vis ipotetica, le autorità vaticane potranno concedere l'estradizione alla fine del processo.

Quest'articolo è stato pubblicato sul Secolo XIX

Francesco Peloso





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