mercoledì 24 settembre 2014

Il caso Wesolowski scuote il Vaticano, arresti e processo penale per l'ex nunzio

E' finito agli arresti domiciliari in Vaticano l'arcivescovo polacco Jozef Wesolowski, 66 anni, ex nunzio in Repubblica Dominicana dove, secondo le accuse, avrebbe abusato sessualmente di diversi minori. La notizia diffusa ieri sera dalla Santa Sede è in sé clamorosa: rappresenta infatti il provvedimento forse più grave preso dalla Chiesa universale contro uno dei suoi esponenti coinvolti in casi di pedofilia.



“C'è stata una significativa accelerazione” dicono Oltretevere in merito all'andamento del processo che sembrava destinato ad avere comunque tempi un po' più lunghi. La storia è cominciata poco più di un anno fa, nell'agosto scorso, quando le indagini della giustizia del piccolo Paese caraibico hanno fatto emergere un quadro inquietante fatto di abusi e prostituzione minorile nei quartieri più poveri di Santo Domingo, la capitale della Repubblica Dominicana. Ad essere coinvolti il nunzio apostolico – cioè l'ambasciatore della Santa sede – ed altri preti, anche di origine polacca, finiti poi sotto processo in patria.

Una nota diffusa dal portavoce vaticano padre Federico Lombardi, precisava poi che il promotore di giustizia del Tribunale vaticano, l'avvocato Gian Piero Milano, aveva “convocato l’ex nunzio monsignor Wesolowski, a carico del quale aveva avviato un’indagine penale”. Quindi proseguiva: “al prelato - già condannato in prima istanza dalla Congregazione per la dottrina della fede alla riduzione allo stato laicale al termine di un processo amministrativo penale canonico - sono stati notificati i capi di imputazione del procedimento penale avviato a suo carico per gravi fatti di abuso a danni di minori avvenuti nella Repubblica Dominicana”. In base alla “gravità degli addebiti l’ufficio inquirente ha disposto “un provvedimento restrittivo che, alla luce della situazione sanitaria dell’imputato, comprovata dalla documentazione medica, consiste negli arresti domiciliari, con le correlate limitazioni, in locali all’interno dello Stato della Città del Vaticano”.

Il linguaggio formale e burocratico non può nascondere l'enormità del provvedimento preso dalle istituzioni della Santa Sede con il placet, evidentemente, di papa Francesco il quale vuole dare un segno forte e inequivocabile a tutta la Chiesa circa il fatto che non ci sono più coperture e insabbiamenti nei casi di abuso sui minori, anche qualora siano coinvolte personalità di alto rango nella gerarchia ecclesiastica.

Solo poche settimane fa, inoltre, lo stesso Lombardi riferiva che Wesolowski aveva fatto appello contro la sentenza di condanna canonica di riduzione allo stato laicale, nel frattempo tuttavia è andato avanti il procedimento penale che ora è entrato nel vivo. Ma lo stesso portavoce vaticano ricordava ancora un punto importante: “Avendo mons. Wesolowski cessato le funzioni diplomatiche con la connessa immunità potrebbe essere soggetto a procedimenti giudiziari anche da parte di altre magistrature che ne abbiano eventuale titolo”. Insomma i processi canonico e penale in Vaticano seguivano la loro strada ma se altri Paesi direttamente coinvolti – la Repubblica Dominicana o la Polonia – avessero la necessità di chiamare in giudizio l'ex nunzio, non c'erano ostacoli.

La cosa non è da poco anche perché le stesse autorità polacche nel febbraio scorso si erano informate in merito all'ipotesi di chiedere l'estradizione del nunzio ricevendone un diniego da parte della Santa sede proprio in virtù dello status speciale di diplomatico di cui godeva Wesolowski. Il suo caso era stato poi sollevato nei mesi scorsi anche alle Nazioni Unite di Ginevra, quando una delegazione della Santa Sede era stata ascoltata più volte in relazione all'applicazione delle convenzioni internazionali contro la tortura e per la tutela del fanciullo. Il diplomatico, cresciuto alla scuola wojtyliana, proveniente dal seminario di Cracovia, una carriera nelle ambasciate della Santa Sede dall'Asia, all'Africa, all'America, è stato nunzio nella Repubblica dominicana dal 2008 al 2013. I fatti che gli sono stati addebitati, dunque, sono abbastanza recenti e particolarmente gravi. Fra l'altro nelle indagini compiute a Santo Domingo emergeva anche la pratica dell'induzione alla prostituzione. Una gravità che ha pesato nel giudizio del pontefice e della giustizia vaticana.

Francesco Peloso


La battaglia di due papi contro la piaga pedofilia. Nessuna impunità.

Una storia torbida, in un Paese povero e periferico del mondo contemporaneo, che si sta però trasformando in un nuovo capitolo della lotta ingaggiata dagli ultimi due pontefici contro la piaga degli abusi sui minori da parte del clero. Non c'è dubbio che l'arresto in Vaticano dell' ex nunzio polacco Wesolowski, già ridotto allo stato laicale e ora processato penalmente, rappresenta il punto d'arrivo di una dolorosa e faticosa battaglia - che ha visto anche forti opposizione interne alla Chiesa - ingaggiata da Benedetto XVI prima e da Francesco ora.

Nella primavera scorsa, per altro, il papa aveva istituito una pontificia commissione per la tutela dei minori guidata dal cardinale e frate cappuccino, Sean Patrick O'Malley, arcivescovo di Boston, la città americana dove ormai 15 anni fa deflagrò lo scandalo abusi destinato a scuotere la Chiesa di tutto il mondo. Dell'organismo fanno parte anche un'ex vittima come Marie Collins, proveniente dall'Irlanda, Paese in cui la Chiesa è stata colpita in modo pesantissimo dallo scandalo, e altre donne, psichiatre e studiose del fenomeno, oltre a giuristi e sacerdoti come il gesuita Hans Zollern, tedesco, che hanno sostenuto l'urgenza di studiare il fenomeno per mettere in campo strategie di risposta adeguate alla gravità del fenomeno. Di certo c'è che, all'interno della Chiesa, le tante vicende di abuso sono diffuse ad ogni livello e non solo fra i sacerdoti come dimostra il caso dell'arcivescovo Wesolowski.

Di recente anche in Italia sono venuti alla luce fatti gravi come quello di don Mauro Inzoli, diocesi di Crema, uomo forte di Comunione e liberazione, condannato, canonicamente, a una vita di penitenza e di preghiera che lo esclude per sempre dall'attività di sacerdote. Ma naturalmente le vicende sono numersoe e in varie parti del mondo: così in molti, da oggi, tremano perché l'esempio che ha voluto dare il papa significa porre fine agli insabbiamenti, alle coperture, alla rimozione del problema. Tanto da riaprire le prigioni del Vaticano dopo il processo al 'corvo' svoltosi due anni fa. E' stato infatti il procedimento giudiziario contro il maggiordomo infedele di Ratzinger, Paolo Gabriele, il ritorno in grande stile della giustizia penale Oltretevere, e se si pensava che quella fosse un'eccezione, il caso dell'ex nunzio finito agli arresti dimostra il contrario.

Francesco Peloso

Entrambi questi articoli sono stati pubblicati dal Secolo XIX




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