lunedì 15 settembre 2014

Il Papa e il Vaticano obiettivi a rischio? L'ipotesi attentato non è così remota

La Santa Sede alza silenziosamente il livello della sicurezza intorno al papa: le nuove minacce dell'Is, l'organizzazione fondamentalista dello Stato Islamico, cominciano infatti a destare allarme nei sacri palazzi. Già da tempo del resto, gli uomini addetti all'incolumità del pontefice si lamentavano per le scarse precauzioni adottate da Bergoglio nei suoi incontri pubblici, nel suo rapporto stretto con la folla, con i fedeli, con la gente. Ma ora la questione è più seria: l'ipotesi attentato non è più solo uno scenario di fantapolitica. Così fra servizi di sicurezza e gendarmeria – d'intesa con le autorità italiane – si sta cercando di verificare in primo luogo la reale portata delle minacce e dei rischi quindi di mettere a punto piani specifici per rispondere ad eventuali attacchi terroristici dalle parti di piazza San Pietro.


D'altro canto il Vaticano già ai temi di Bin Laden e al Qaida era fra gli obiettivi sensibili monitorati costantemente dalle forze dell'ordine e di 'intelligence', lo stesso accade ora. Tanto più che in questi giorni a confermare la concretezza delle minacce contro papa Francesco c'è anche una figura istituzionale come l'ambasciatore dell'Iraq in Vaticano, Habeeb Al Sadr. Il diplomatico ha dichiarato “di aver avvertito i responsabili della Santa Sede” circa l'ipotesi avanzata dagli analisti del suo Paese in merito a un attentato contro il papa; al Sadr ha spiegato che il rischio nasce anche dal fatto che la Chiesa appoggia il governo iracheno nella battaglia contro l'Is. 

Solo poche settimane fa del resto, l'inviato di Bergoglio, il cardinale Fernando Filoni (ex nunzio a Baghdad), ha visitato l'Iraq, incontrato le autorità e i patriarchi della regione sostenuto la richiesta proveniente da questi ultimi di un intervento militare esterno per fermare l'aggressione fondamentalista alle comunità cristiane. Nella stessa direzione è andato il rappresentante del Papa all'Onu di Ginevra, monsignor Silvano Tomasi, che ha ripetutamente invitato la comunità internazionale a fermare l'avanzata dello Stato Islamico. Certo, la Santa Sede ha pure posto come condizione che i bombardamenti siano autorizzati da una qualche decisione delle Nazioni Unite, cosa che fino a questo momento non è avvenuta, ma si tratta di particolari non rilevanti per le milizie del 'califfo' al Baghdadi interessate piuttosto a colpire in modo clamoroso 'infedeli' e cristiani.

Va detto però che non tutti i leader cristiani la pensano nello stesso modo. Un importante distinguo viene infatti proprio dal capo della Chiesa irachena, il patriarca caldeo Louis Sako che, se pure ha condiviso con decisione gli appelli per un intervento a difesa delle comunità cristiane, ha chiamato in causa pesantemente anche il governo iracheno - controllato dalla maggioranza sciita (e fino a poco tempo fa con l'esclusione totale dei sunniti) e strettamente legato a Teheran. Sako ha denunciato l'incapacità delle autorità di Baghdad di mantenere la legge e l'ordine, quindi ha proposto un'azione militare sul terreno che veda uniti peshmerga curdi e truppe regolari irachene con il supporto dell'Onu e di tutte le componenti locali per favorire il ritorno dei profughi cristiani nei loro villaggi.

 Nel frattempo in Iraq è nato un nuovo esecutivo – guidato da al Abadi - aperto anche ai sunniti e ai curdi e che avrà fra le altre cose il compito di ricostruire le forze armate. Se insomma l'obiettivo comune è la difesa dei cristiani, restano, anche nella Chiesa, valutazioni diverse sulla crisi in atto. E' in questo contesto che il Papa ieri, nel corso dell'angelus, ha riaffermato che “la guerra è una pazzia” mentre la risposta armata “fa solo aumentare il male”; allo stesso tempo, però, è tornato anche a parlare di quanti vengono uccisi per la loro fedeltà a Cristo.

Quest'articolo è stato pubblicato sul Secolo XIX

Francesco Peloso






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