giovedì 18 dicembre 2014

Usa-Cuba negoziati anche in Vaticano, vince la linea antiembargo della Santa Sede

“La Santa Sede, accogliendo in Vaticano, nello scorso mese di ottobre, le delegazioni dei due Paesi, ha inteso offrire i suoi buoni offici per favorire un dialogo costruttivo su temi delicati, dal quale sono scaturite soluzioni soddisfacenti per entrambe le parti”. E' in questo passaggio del comunicato diffuso ieri sera dalla Segreteria di Stato, dallo stile tipicamente diplomatico, che il Vaticano ha certificato in via ufficiale il proprio decisivo ruolo nel negoziato svoltosi fra Stati Uniti e Cuba. La storica svolta ha dunque avuto per teatro anche i sacri palazzi, pure Oltretevere si è trattato per la liberazione del detenuto americano accusato di spionaggio Alan Gross e soprattutto per un clamoroso riavvicinamento fra i due Paesi.


E del resto non a caso il Papa ha subito espresso “vivo compiacimento per la storica decisione dei governi degli Stati Uniti d’America e di Cuba di stabilire relazioni diplomatiche, al fine di superare, nell’interesse dei rispettivi cittadini, le difficoltà che hanno segnato la loro storia recente”. C'è molto di più insomma del pur significativo rilascio di un prigioniero. Nello specifico poi il Vaticano ha fatto sapere che “nel corso degli ultimi mesi papa Francesco ha scritto al Presidente della Repubblica di Cuba Raúl Castro, e al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per invitarli a risolvere questioni umanitarie d’interesse comune, tra le quali la situazione di alcuni detenuti, al fine di avviare una nuova fase nei rapporti tra le due parti”. I due leader, da parte loro, nei discorsi pronunciati nella di ieri serata (in Italia, ndr) hanno voluto ringraziare esplicitamente papa Francesco.

E così a meno di due anni dalla sua elezione, Bergoglio - il vescovo di Roma venuto dal Sud America – ha strappato un risultato eccezionale: la fine della seconda guerra fredda, quella caraibica, fra la Cuba castrista e gli Stati Uniti. In questo risultato però non vanno sottovalutate alcune componenti importanti che hanno consentito a Francesco di diventare protagonista di un evento eccezionale. In primo luogo la grande capacità diplomatica del suo Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, il quale per altro viene dall'esperienza nella nunziatura del Venezuela chavista. Parolin è personaggio che di rado si vede in pubblico, pronuncia pochi discorsi programmatici sui temi internazionali e lavora a stretto contatto con le cancellerie di mezzo mondo.

In tal modo in poco più di un anno ha restituito alla Santa Sede una centralità diplomatica e internazionale che era andata perduta. In quest'ottica va letto pure l'incontro avvenuto nei sacri palazzi solo lo scorso 15 dicembre fra il Segretario di Stato John Kerry e il cardinal Parolin; in quell'occasione il Vaticano si schierò a favore della chiusura di Guantanamo appoggiando in tal modo un'antica richiesta cubana e dando allo stesso tempo man forte all'amministrazione Obama che aveva promesso di smantellare la prigione-presidio sull'isola senza poi riuscirci.

Ma nel riconoscimento pubblico a Francesco arrivato da Obama e Castro c'è anche l'eredità di Wojtyla e Ratzinger i quali nei loro importanti viaggi a Cuba nel 1998 e nel 2012, si pronunciarono per la fine dell'embargo secondo una linea sempre confermata dalla Santa Sede; “Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba” fu la storica formula di Giovanni Paolo II. Importante poi il ruolo della Chiesa cubana che non ha mai ceduto ai pasdaran dell'anticastrismo sotto la guida del cardinale Jaime Ortega il quale ha contribuito a far rilasciare numerosi dissidenti politici.

L'isola per altro aveva già accolto i negoziati fra la guerriglia colombiana delle Farc e il governo di Bogotà anche in questo caso la Chiesa sta svolgendo una funzione negoziale. Ma il precedente forse più prezioso è quello di Giovanni XXIII che cercò di fermare Kennedy e Krusciov durante la crisi de missili a Cuba del 1962.

Quest'articolo è stato pubblicato sul Secolo XIX

Francesco Peloso


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