domenica 1 marzo 2015

Il card. Montenegro parla dell'altra globalizzazione, quella dei popoli

Quest'intervista col card. Montenegro l'ho realizzata per Vaticaninsider
Nelle crisi in corso in Medio Oriente e Africa ci sono anche responsabilità occidentali, ha pesato la nostra indifferenza. Serve una politica che guardi al bene comune e non solo alle beghe di partito.
Le armi non hanno mai portato la pace, lo abbiamo già visto in Afghanistan e in Iraq. Abbiamo delle responsabilità verso quello che sta succedendo in Medio Oriente, siamo stati indifferenti verso le crisi che si stavano aprendo, la politica è presa da beghe interne e non si interessa del bene comune. I cristiani devono lavorare per l'accoglienza, li guida il Vangelo, e il cristiano è anche contemporaneamente un cittadino. La globalizzazione non può essere fatta a nostro uso e consumo, se viaggiano le merci devono poter muoversi anche gli uomini; in quanto all'Europa guarda solo agli aspetti economici e si dimentica della dignità delle persone. Parla chiaro il vescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, di recente nominato cardinale da papa Francesco da tempo impegnato sui temi delle migrazioni. Nei prossimi giorni, giovedì 26 febbraio, si svolgerà una marcia interreligiosa a Favara, in provincia di Agrigento – dal titolo . “nous sommes”, noi siamo - cui parteciperanno cristiani e musulmani. Un'iniziativa presa per rispondere agli attentati di Copenaghen e Parigi. La marcia è organizzata dalla Comunità “La Tenda di Padre Abramo”, vi prenderanno parte anche le scuole della zona, i frati francescani di Sicilia e ci sarà pure il vescovo di Agrigento.


Cardinal Montenegro, che significato ha una simile iniziativa in un momento difficile come quello che stiamo vivendo?
«Vuol dire che c'è anche un'altra possibilità, che si può stare uno accanto all'altro, e senza paura dell'altro. Dobbiamo imparare a non avere paura l'uno dell'altro e dobbiamo anche imparare a camminare insieme. E credo che la novità del nuovo mondo, quella che già papa Francesco auspica, è proprio questa».

Ma iniziative di questo tipo non rischiano di essere accusate di 'buonismo', di non essere comprese?
«Ognuno le legge con il cuore che ha o che vuole. Per noi fare questo vuol dire camminare sulla linea che il Vangelo ci dice e credo che anche il sogno di Dio sia questo; Isaia dice che l'assiro cammina con l'egiziano, l'egiziano con il popolo di Israele. Se questo è il sogno di Dio perché non posso iniziare a realizzarlo?. La paura del giudizio degli altri non può bloccarmi, e allora io credo che i fuochi fanno calore e luce, ma alcune volte le piccole scintille possono anche portare un incendio».

Cosa può fare la comunità cristiana, il credente, rispetto ai conflitti che viviamo, ai grandi fenomeni migratori?
«Credo che il cristiano prima di tutto non debba omologarsi con la massa, il Signore ha detto di essere lievito, e allora le linee di comportamento ce le dà il Vangelo. Il cristiano cammina non col codice in mano ma col Vangelo. Il Vangelo mi dà la pagina delle beatitudini, mi dà la pagine del giudizio dove il Signore si identifica con chi è povero, quindi so la strada che devo fare, e non posso sceglierne un'altra, farne solo un pezzo; o la faccio tutta o resto fermo».

Eppure le persone comuni vivono con allarme il fenomeno migratorio...
«Iniziative come quella di Favara sono soltanto un piccolo segno, un solletico, ma può darsi che qualcuno se ne accorga, se uno viene solleticato può girarsi dall'altro lato, può guardare in un'altra direzione. Se io vivo il Vangelo nel posto in cui mi trovo, questo pezzettino di terra dove poggio i piedi, già è cambiato. Anche i cristiani che hanno una mentalità di accoglienza cambiano una società. Il cristiano è credente ma è anche cittadino, non sono due lavori diversi. Non c'è il cristiano separato dal cittadino. Quindi se noi cristiani ci sbracciamo è una società che acquista sempre più la mentalità dell'accoglienza. Può sembrare faciloneria la mia, ma la forza del Vangelo è stata questa».

Rispetto ai problemi che stanno vivendo i popoli del Medio Oriente e dell'Africa, che tipo di analisi si senti di poter fare?
«Io credo che dovremmo prima fare un mea culpa poiché se siamo arrivati a questo punto è perché c'è stata tanta indifferenza e non si è voluto affrontare il problema. La politica è presa da altre cose, è presa dalle beghe personali e di partito e ci siamo dimenticati di cercare il bene comune. Bisogna tenere conto che molti dei governi che sono lì, sono governi corrotti, ma da chi sono sostenuti? Noi stiamo pagando le conseguenze di atteggiamenti che non sono stati trasparenti, e ora ci lamentiamo che questa gente gente venga a chiederci il giusto. Continuiamo a considerare l'Africa come un continente povero, però noi ci portiamo qua le loro materie prime, a loro non diamo il dovuto, e pretendiamo che questi se ne stiano lì a fare gli schiavetti. Se prendiamo atto di questo, forse può cambiare il tipo di politica, di confronto con queste realtà».

Si parla di un intervento militare per fermare il fondamentalismo, come valuta questa proposta?
sono convinto che le armi basta sfogliare i libri di storia, non hanno mai portato la vera pace. Immediatamente la possono portare ma non dura. E anche in questo tempo: se guardiamo all'Afghanistan, se guardiamo all'Iraq, ci accorgiamo che fino a quando c'erano i fucili puntati sembrava che tutto fosse a posto, appena si sono ritirati i fucili sono riprese le battaglie. Allora vuol dire che la guerra non dona mai la pace.

Ma è possibile allora che si ricostruiscano condizioni di convivenza dall'altra parte del Mediterraneo, fra fedi e popoli diversi?
Io ricordo con tanto piacere l'incontro di preghiera che abbiamo fatto nel primo anniversario del naufragio (il naufragio del 3 ottobre del 2013; ndr), eravamo rappresentanti di tutte le religioni, non ci siamo guardati con gli occhi storti, ci siamo ritrovati insieme e ci siamo messi a pregare insieme. Ancora è stato bello, per esempio, che per la mia nomina a cardinale ho ricevuto la lettera di augurio e di richiesta di continuare a impegnarmi con i rappresentanti islamici che ci sono qui in Sicilia. L'Islam non è terrorismo, come la nostra civiltà non è mafia. Poi è chiaro che in una civiltà moderna si può trovare il mafioso e il violento, come nel mondo islamico puoi trovare il mafioso e il violento, il terrorista ma non sono tutti uguali.

Lei si sente, come è stato detto, il 'cardinale di Lampedusa'?
Io sono il vescovo di Lampedusa. In ogni caso si parla spesso male del sud e della Sicilia, il papa ci ha dimostrato invece che si può parlarne anche bene, perché lui porta nel cuore Lampedusa in modo positivo.

Accoglienza: cosa è possibile fare concretamente su questo fronte?
Dobbiamo intenderci su cosa significa accoglienza, perché accoglienza non significa soltanto ti tiro fuori dal mare e ti do un piatto di pasta. Accoglienza è fare in modo che tu possa vivere dignitosamente. E allora ci vuole un atteggiamento diverso. Perché diventa come io faccio nascere un bambino per non abortire, poi appena nato lascio la mamma e il bambino e vado a salvare altre vite, ma quel bambino dovrà pur vivere. Il mio impegno è farlo nascere e aiutarlo a camminare. E lo stesso per l'accoglienza e credo che dovremmo rivedere il senso dell'accoglienza, dovremmo tener conto che questa gente non vuole restare tuta in Italia. Allora vuol dire che qualche norma deve cambiare; i richiedenti asilo hanno diritto a delle risposte. E se queste persone dicono: noi vorremmo andare altrove, vuol dire che questo problema non è solo italiano. L'Italia è il primo approdo che trovano, ma l'Europa fino adesso si è girata dall'altra parte, io sono stato in Consiglio europeo. Un'Europa che mette al centro solo l'economia e non guarda il volto degli uomini, è un'Europa che creerà sempre rotture, discrasie e lontananze, perché basta che uno abbia 5 euro in più di un altro, e il primo sarà più ricco e l'altro più povero. Così con soli 5 euro qualcuno starà un po' più in alto. Ma si può andare avanti così? Allora aiutiamo l'uomo a sentirsi investito della sua dignità, e questo significa una politica molto diversa.

In questo discorso rientra anche il riconoscimento della cittadinanza per i figli degli immigrati che nascono qui, il cosiddetto 'ius soli'?
Certo, non capisco la difficoltà che ci possa essere. Noi stiamo parlando di globalizzazione, ma la globalizzazione non possiamo farla a nostro uso e consumo, se io devo far circolare il denaro non ho difficoltà, se devo far partire una nave con delle merci basta che clicco il mouse e la nave parte. Ma come posso fare globalizzazione senza scambi di uomini che poi sono quelli che devono cliccare o scaricare la nave?.












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