sabato 28 marzo 2015

La storia del cardinale Posadas Ocampo ucciso dai narcos perché non si arrendeva

Nel mese di settembre del 2014 ho scritto per il mensile Jesus un lungo servizio-inchiesta nel quale ricostruivo la vicenda dell'assassinio del cardinale Juan Jesùs Posadas Ocampo avvenuta nel 1993 in Messico. La vicenda è legata al momento in cui il narcotraffico diventa padrone del Paese; la morte del porporato, stranamente rimossa dalla Chiesa e dal Vaticano, racconta di come la saldatura fra crimine organizzato e potere politico possa diventare letale e implacabile per chi vi si oppone anche quando si tratta di un cardinale. La storia di Posadas Ocampo, con suggestioni che qui non possono essere raccontate ma che aiutano a comprendere il contesto e i retroscena dell'omicidio, viene narrata anche dal celebre romanzo "Il potere del cane" di Dan Wislow.  

Il cardinale Posadas Ocampo

“Abbiamo il diritto di sapere la verità”. Così l'attuale arcivescovo di Guadalajara, il cardinale Francisco Robles Ortega, nel maggio scorso, a Roma, è tornato a chiedere giustizia - non vendetta, ha voluto precisare - per il suo predecessore, il cardinale Juan Jesùs Posadas Ocampo, ucciso in Messico 21 anni fa in circostanze mai del tutto chiarite.

Un omicidio politico con più mandanti, un martirio cristiano contemporaneo: è lungo questa duplice strada che si snoda la storia di questo evento drammatico considerato fra i più clamorosi episodi di violenza che hanno colpito la Chiesa in epoca moderna. E in effetti nonostante ogni anno in varie parti del mondo religiosi e missionari trovino la morte in situazioni estreme - per delinquenza comune, persecuzione, sequestro - il caso di un porporato ucciso in uno scontro a fuoco è decisamente raro. Anche per questo la vicenda di Posadas Ocampo fa storia a sé nella Chiesa: l'arcivescovo venne assassinato con ben 14 colpi di pistola all'aeroporto di Guadalajara nel 1993.

La versione ufficiale diffusa a ridosso dell'assassinio fu quella dell'incidente: il cardinale sarebbe stato colpito per errore nello scontro a fuoco fra due bande rivali di narcotrafficanti; ben presto, tuttavia, emerse una verità assai più oscura. Posadas Ocampo, infatti, denunciava la malapianta del traffico di droga che si stava diffondendo come un cancro nel Messico infiltrandosi nelle istituzioni, fra le forze di polizia, nella vita dei paesi e delle città, corrodendo la vita dei giovani, mettendo in circolazione fiumi di denaro sporco che alimentava la violenza e la voracità degli stessi cartelli della droga.

L'arcivescovo – venne alla luce anni dopo - era stato vittima di un agguato premeditato e preparato con cura, ma l'aspetto più inquietante scaturito dalle indagini ancora oggi aperte, era il coinvolgimento nell'attentato delle più alte autorità politiche del Paese fino a sfiorare la presidenza della Repubblica, carica allora ricoperta da Carlos Salinas de Gortari. “Non vi sono prove del coinvolgimento diretto di Salinas de Gortari, però ci sono prove relative al coinvolgimento dei suoi uomini” ha detto di recente l'avvocato Jesùs Becerra Pedrote, uno dei legali che più a lungo si è impegnato nella ricerca della verità lavorando d'intesa con la Chiesa messicana.

Ciò che conta, in ogni caso, è che non esiste ancora una verità accertata sulla morte del porporato; allo stesso tempo la Chiesa, per tutto questo tempo, ha sostenuto – trovando conferme crescenti in prove e testimonianze - la tesi del complotto politico-criminale; diversi vescovi hanno invocato una risposta giudiziaria definitiva, una sentenza che indicasse i responsabili materiali e gli ideatori di uno dei più gravi fatti di sangue che hanno colpito il Paese. Accanto a ciò, tuttavia, oggi l'episcopato propone che Posadas Ocampo venga dichiarato ufficialmente 'martire' dalla Chiesa di Roma, e del resto mai come in questo frangente storico la questione dell'assassinio del porporato anti-narcos torna d'attualità. Vale la pena infine sottolineare come fra le alte figure ecclesiastiche, l'unica che ha sempre sostenuto la tesi governativa sull'omicidio del cardinale, è quella del nunzio apostolico dell'epoca, monsignor Girolamo Prigione. Quest'ultimo fu anche uno dei promotori, in quegli anni, del ristabilimento delle relazioni diplomatiche fra Messico e Santa Sede proprio sotto la presidenza di Carlos Salinas de Gortari.

Sul soglio di Pietro siede infatti un papa di scuola latinoamericana che più volte ha esplicitamente indicato nel narcotraffico una delle piaghe più gravi del nostro tempo collegandolo alla crescita della criminalità organizzata, a fenomeni come il traffico d'armi e la tratta dei migranti, al diffondersi di ricchezze illecite. Per Papa Francesco contrastare il fenomeno droga è dunque una delle priorità della Chiesa in particolare alle latitudini meridionali dell'America, ma non solo. Durante la sua visita del giugno scorso a Cassano Jonio, in Calabria, ha compiuto un atto senza precedenti pronunciando una storica scomunica nei confronti di tutti i mafiosi: “coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati”. Parole pesanti come pietre che hanno provocato la reazione infastidita dei boss in Italia e che, inoltre, hanno avuto una fortissima eco internazionale.

La Chiesa, è il messaggio di di papa Francesco, non può essere collusa con le organizzazioni criminali, ma nemmeno tollerante, non può insomma convivere fianco a fianco con chi uccide, ricatta e vive del commercio della droga. Era la linea del cardinale Posadas Ocampo la cui maggior colpa – è emerso dalle indagini – è stata quella di opporsi a una strategia di 'laissez-faire' messa in atto, in quegli anni, dalle autorità messicane nei confronti degli ininterrotti flussi di droga che percorrevano il nord del Messico verso la frontiera degli Stati Uniti. L'idea di base del governo dell'epoca, era quella di una 'convivenza' con i grandi cartelli della droga in un periodo in cui il Paese viveva un'epoca di possibile crescita economica basata sul Nafta, l'accordo di libero scambio fra Messico, Stati Uniti e Canada.

L'intesa fra i tre Paesi era destinata a suscitare non poche critiche in quanto permetteva alle imprese del nord America di investire in Messico sfruttando in modo massiccio una manodopera a basso costo. I fautori del Nafta, dal canto loro, sostenevano che quella scelta avrebbe portato alla fine più lavoro e più benessere. E' in quel clima, dunque, che le parole del cardinale Posadas Ocampo contro i narcos diventano un fastidio per tutti: i cartelli, le forze di sicurezza, il governo, gli uomini d'affari pronti a lanciarsi verso le nuove opportunità offerte da un mercato mai così libero.

L'arcivescovo rimarrà ucciso all'aeroporto di Guadalajara dove nel pomeriggio del 24 maggio aveva un appuntamento con il nunzio apostolico, monsignor Prigione. Le indagini dimostreranno poi come quel giorno all'aeroporto vi fosse un via vai inusuale di gente armata: vi transitarono diversi alti gradi della sicurezza nazionale oltre a vari gruppi di narcos che si incrociavano da un volo a un altro. In questo quadro confuso fra i più severi sostenitori delle responsabilità governative nell'attentato al cardinale, c'è stato per lunghi anni – e anche a rischio della vita – il primo successore di Poasada Ocampo a Guadalajara, il cardinale Juan Sandoval.

E' stato lui, instancabilmente, a chiedere ai governi che si sono succeduti e alla magistratura di appurare la verità su quanto avvenuto; di recente nella prefazione al volume “Los Chacales” (Gli sciacalli) curato dall'avvocato Jesùs Becerra Pedrote nel quale sono stati raccolti gli atti delle inchieste relative all'omicidio, ha scritto parole inequivocabili su quei fatti. Se infatti la versione ufficiale sulla morte del cardinale fu quella dell'incidente casuale nello scontro a fuoco fra bande rivali, Sandoval, che ha seguito il caso in ogni suo passaggio, ricostruisce il momento in cui crollò, fin quasi dal principio, il castello di carte delle bugie: “Il medico forense Mario Rivas Souza dopo aver proceduto all'autopsia del cadavere – rileva Sandoval - smentì questa versione, sia verbalmente, sia per iscritto, affermando che il cardinale venne ucciso da colpi d'arma da fuoco sparati a meno di un metro di distanza e direttamente al suo corpo”. A quel punto, spiega il porporato, la versione ufficiale venne “aggiornata” precisando che Posadas Ocampo era stato ucciso per un tragico scambio di persona: lo avevano preso per “uno dei più noti narcotrafficanti messicani soprannominato ll Chapo Guzman”.

E tuttavia, osserva il cardinal Sandoval, il personaggio in questione non assomiglia in nessuno modo e per nessun particolare alla vittima. Resta però il fatto che “queste due versioni governative dell'assassinio – prosegue Sandoval - non vennero mai smentite e, in parte, coloro che le divulgarono tuttora le sostengono solo per coprire uno dei più sfacciati crimini di Stato”. Il “ Chapo Guzman”, infine, è stato arrestato nel febbraio scorso e proprio in quell'occasione Il porporato ha osservato che avrebbe potuto dare informazioni importanti sulla vicenda.

D'altro canto la ricostruzione ufficiale della morte di Posadas Ocampo si basa sul fatto che due o tre gruppi di narcos, appartenenti a bande rivali – fra cui quella del Chapo Guzman oltre al gruppo rivale degli Arellano – si fossero scontrati all'aeroporto di Guadalajara provocando una feroce sparatoria. Ma quest'ultima, in realtà, non fu altro che una “messinscena” secondo quanto hanno dichiarato nel corso delle indagini due dei più alti responsabili della sicurezza del Messico caduti in disgrazia in un periodo successivo all'evento e, per questo, disposti a raccontare almeno in parte come erano andate realmente le cose.

In particolare a svelare diversi aspetti dell'accaduto furono il generale Jesùs Rebollo, coordinatore delle indagini, e Horacio Montenegro Ortiz, capo – all'epoca dei fatti - dei Servizi segreti e alle dipendenze operative del generale Rebollo. Entrambi rilasciarono una dichiarazione giurata sostanzialmente coincidente: “se dovessi dare una interpretazione complessive e personale dei fatti – disse Ortiz - condividerei quella del generale Rebollo. E cioè che 'qualcuno' sia riuscito a far coincidere la presenza delle due bande di narcotrafficanti nell'aeroporto in quel fatidico giorno e che, soprattutto, altri killer abbiano approfittato della confusione generata dalla sparatoria per uccidere il cardinale”. “Non era certo un mistero per nessuno – aggiunse - che il cardinal Posadas avesse duramente attaccato i circoli sociali legati al narcotraffico. E questo è stato senz'altro un motivo più che sufficiente per ammazzarlo”. Si venne quindi a sapere, fra l'altro, che gli Arellano erano già in volo quando si svolse lo scontro a fuoco, dunque non potevano aver preso parte alla sparatoria nella quale invece erano implicati secondo la versione ufficiale.

Dal 1998, del resto, la Procura generale della Repubblica permise l'apertura di una seconda inchiesta cui presero parte gli avvocati della Chiesa e lo Stato di Jalisco; fu questa nuova fase delle indagini a chiarire molti aspetti oscuri della vicenda anche se non si è arrivati mai una conclusione certa su assassini e mandanti.

C'è però un episodio che sopra ogni altro dimostra quale fosse il clima nelle alte sfere del potere in Messico in quel periodo. Il cardinale, in ragione dell'impegno assunto nel condannare le organizzazioni criminali legate al traffico della droga, fu invitato a un incontro riservato nella residenza presidenziale di 'Los Pinos' al quale era presente buona parte dell'establishment che contava in quel periodo. In quell'occasione fu chiesto a Posadas Ocampo, senza tanti giri di parole, di rinunciare alle sue omelie anti-narcos che rischiavano di danneggiare l'immagine del Paese in una fase di rilancio economico.

Nello specifico il cardinale si opponeva alla creazione di un canale di transito fra Tijuana – al confine con gli Stati Uniti – e Guadalajara lungo il quale far transitare, con il consenso delle forze di sicurezza, il flusso illegale di droga, armi e prostituzione gestito dai cartelli della mafia. Al rifiuto di Posadas seguì una scena piuttosto violenta in cui il cardinale fu pesantemente aggredito e minacciato da uno dei più stretti collaboratori dell'ex presidente Carlos Salinas de Gortari, come poi hanno raccontato alcune delle persone più vicine all'arcivescovo. Non va poi dimenticato che il porporato aveva pronunciato parole pesanti in merito ai rapporti fra autorità politiche e gruppi criminali: “senza queste complicità meschine, il narcotraffico non potrebbe prosperare tanto sfacciatamente e in un raggio d'azione così vasto”.

“I mandati di questo brutale omicidio perpetrato nell'aeroporto di Guadalajara – racconta Jesus Jorge Gutierrez, corrispondente da Roma del quotidiano messicano El Universal, che conobbe il cardinale – pensarono erroneamente di aver spento la voce di Posadas Ocampo con la loro operazione criminale”. “Si sbagliarono. L'eco delle sue sue denunce continua a risuonare non solo per la richiesta di giustizia in favore di questo coraggioso sacerdote – i mandanti e i sicari continuano 'stranamente' ad essere in libertà – ma anche per sradicare, attraverso il suo esempio, il fenomeno del narcotraffico che continua a insanguinare tutto il Messico”.


Francesco Peloso

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