sabato 9 maggio 2015

Francesco e la rivoluzione dell'economia giusta, contro l'idolatria del denaro

“Qualcuno mi ha detto che 75 milioni di giovani europei con meno di 25 anni sono disoccupati. È una enormità”, “scartiamo un’intera generazione per mantenere un sistema economico che non regge più, un sistema che per sopravvivere deve fare la guerra, come hanno fatto sempre i grandi imperi. Ma, visto che non si può fare la terza guerra mondiale, allora si fanno guerre locali. E questo cosa significa? Che si fabbricano e si vendono armi, e così facendo i bilanci delle economie idolatriche, le grandi economie mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro, ovviamente si sanano”.

Sono state queste parole, pronunciate da papa Francesco in un'intervista al quotidiano catalano 'La Vanguardia' nel giugno del 2014, ad aver indotto una testata autorevole e seria come 'The Economist', a domandarsi se, in fondo, il papa non fosse un leninista, se a San Pietro, in definitiva, non si fosse insediato un 'rosso'. D'altro canto lo spunto dal quale ha preso spunto The Economist è filologicamente preciso: il Papa “dichiarando un collegamento diretto tra capitalismo e guerra, sembra prendere una linea ultra-radicale: una linea che – consapevolmente o meno – segue quella proposta da Vladimir Lenin nella sua analisi di capitalismo e imperialismo e di come siano stati la causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, un secolo fa”.

Ma se The Economist ha lanciato l'allarme a pochi mesi dall'elezione del papa, non è stato di certo l'unico. Le parole pronunciate su capitalismo, globalizzazione finanziaria e ricchezza dal pontefice argentino, hanno creato disagi crescenti in settori del mondo ecclesiale e cattolico non in linea con una critica tanto radicale del sistema economico dominante. In tali ambienti ci si richiama da tempo, sia pure con qualche variazione di tono e accento, al principio del “conservatorismo compassionevole” promosso da George W. Bush e dai suoi ideologi; l'idea cioè di una società fondata sul libero mercato in cui il privato, guidato da un'etica cristiana, mette a disposizione risorse da spendere sul piano sociale.

Il nemico naturale di questa impostazione è lo Stato e il “welfare state” in generale la cui unica funzione è quella di frenare l'economia di mercato. Da queste parti troviamo alcuni degli esponenti di punta del cattolicesimo repubblicano a stelle e strisce, come Michael Novak e George Weigel, che hanno parecchio da ridire sulla nuova interpretazione della dottrina sociale inaugurata da papa Francesco. Non sono gli unici. Dietro le quinte, ma non troppo, lavora una grande istituzione – un think tank come si dice o anche una lobby con sede in America ma che opera anche a ridosso del Vaticano - non molto nota al vasto pubblico, l'Acton Institute, presieduta da un sacerdote, padre Robert Sirico.

L'Acton Institute è un propugnatore instancabile del (neo)liberismo economico in versione cattolica e lo stesso padre Sirico, in un'intervista alla testata on line “La nuova bussola quotidiana” del giugno scorso, ha difeso il concetto stesso di speculazione: “non può esistere – ha spiegato - finanza senza economia reale, perché è su quest’ultima che si basano tutti gli investimenti e tutte le speculazioni”. Si tratta anzi di principi da non demonizzare “incluso il concetto di speculazione, che non vuol dire altro che 'guardare a', o prevedere la realtà per capire dove le risorse possano essere preservate o impiegate meglio. Escludere la finanza vorrebbe dire rendere l’economia 'reale' più sprecona, meno produttiva e generalmente più misera”. Fra quanti si muovono in questo stesso ambito ideologico incontriamo poi un altro sacerdote, Martin Rhonheimer, dell'Opus Dei, professore di etica e filosofia politica alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma.

Per Rhonheimer il 'welfare state' non rappresenta altro che un limite allo sviluppo della libera impresa, l'unica in grado di allargare la ricchezza diffusa. Ciò che conta, in questa visione, è il comportamento retto dell'individuo, del 'capitalista' orientato secondo principi cristiani. Qualcosa di simile ha pure affermato l'ex presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere, anche lui Opus Dei, per il quale deve essere l'etica cattolica del singolo a guidare l'economia ma in un quadro di valorizzazione del capitalismo. Anche il filosofo Dario Antiseri ragiona in questi termini chiedendo anzi ai cattolici di ergersi a difensori e paladini del mercato. In tale filone di pensiero rientrano poi organizzazioni importanti come Comunione e liberazione e la Compagnia delle Opere ad essa legata: qui il tema è la sussidiarietà intesa però come strumento che sostituisce lo Stato anziché completarne l'azione; il privato con finalità etiche diventa così il vero motore della società. In questo senso CL stabilì una sintonia forte con la visione politico-economica del ministro dell'economia dei governi Berlusconi Mario Tremonti.

Non può dunque meravigliare che l'interpretazione del mondo contemporaneo data da Bergoglio sia risultata urticante per settori dell'opinione pubblica cattolica e non ormai poco abituati a sentirsi messi così radicalmente in discussione. Il timore che i cosacchi fossero arrivati a San Pietro attraverso il volto sorridente del papa gesuita cominciava a diffondersi quando veniva pubblicata “Evangelii gaudium” (novembre 2013), l'Esortazione apostolica “programmatica” nella quale papa Francesco prendeva di mira alcuni luoghi comuni del pensiero e dell'economia contemporanei come quello della “ricaduta favorevole”. In uno dei passaggi più celebri e più discussi del testo infatti si afferma: “...In questo contesto, alcuni difendono ancora le teorie della 'ricaduta favorevole', che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo gli esclusi continuano ad aspettare”.

La stampa e gli 'opinion-maker' in generale del nord del mondo hanno fatto non poca fatica a comprendere un dato che invece risulta centrale quando si osserva il papato bergogliano: ovvero che Francesco viene dall'America Latina e ne rappresenta lo spirito, la cultura, la visione critica, compresi il linguaggio, il gusto populista, la sensibilità, la lettura dei rapporti di forza a livello globale, l'idea di redenzione sociale e cristiana; e proprio in quest'approccio va ricercata la capacità del vescovo di Roma di essere dirompente rispetto agli establishment politici e culturali che vanno per la maggiore. Sotto questo profilo è assai interessante che esponenti storici della teologia della Liberazione hanno visto nel papa venuto dall'Argentina una risposta a una impostazione neoliberista per così dire soft, mediata cioè dalla morale cattolica.

E' quindi accaduto che Leonard Boff, storico esponente della teologia della liberazione brasiliana, abbia sostenuto fin da subito Bergoglio; Boff è parte di quel mondo ecclesiale e cattolico che guarda alle tematiche ambientali come a uno spartiacque chiave per definire di quale sviluppo economico c'è bisogno. Su questi temi lavora il vescovo Erwin Krauter, brasiliano anche lui, attivo nella regione amazzonica, al quale per altro il papa ha affidato almeno in parte la stesura della sua prossima enciclica dedicata ai temi della salvaguardia del Creato e quindi del rapporto fra uomo, produzione e ambiente. C'è poi da considerare l'incontro fra l'anziano teologo peruviano Gustavo Gutierrez e papa Francesco avvenuto in Vaticano. Gutierrez è infatti fra gli iniziatori della teologia della liberazione e, più in generale, di quella scuola di pensiero che portò la chiesa latinoamericana a fare propria “l'opzione preferenziale per i poveri”. E del resto è stato lo stesso 'Osservatore romano' a far presente, nel settembre del 2013, che “con un Papa latinoamericano, la teologia della liberazione non poteva rimanere a lungo nel cono d'ombra nel quale è stata relegata da alcuni anni, almeno in Europa”.

La dottrina sociale della Chiesa esce dunque modificata dal pontificato o se vogliamo aggiornata al terzo millennio e alle nuove forme assunte dall'economia di mercato verso la quale, per altro, papa Francesco non esprime un rifiuto, per così dire, antisistema. Tuttavia una rivista di scuola iper-capitalista come l'americana “Forbes” ha dedicato diversi articoli preoccupati e critici al papa e alle sue parole contrarie al primato dell'economia finanziaria. E' bene però ricordare che le idee del vescovo di Roma sono condivise da alcuni dei suoi più stretti collaboratori, fra questi il cardinale tedesco Reinhard Marx, che è anche capo del Consiglio per l'economia della Santa Sede (organo di indirizzo nelle politiche di gestione finanziaria vaticana), oltre ad essere capo dei vescovi tedeschi e membro del C9, il gruppo ristretto di cardinali-collaboratori di Bergoglio. Nel gennaio del 2014, il cardinal Marx si è espresso con estrema chiarezza: “il dibattito sulla crisi del capitalismo non è nato perché il Papa si è pronunciato, ma perché, a partire dagli anni Novanta, abbiamo sperimentato uno sviluppo sempre più acuto verso un capitalismo finanziario, che ha portato a una crisi catastrofica. Anche gli economisti hanno deplorato il nuovo capitalismo 'da casinò'”. D'altro canto testate progressiste o di sinistra come l'inglese “The Guardian”, hanno già sottolineato come il papa, lungi dall'essere un pericoloso comunista, avesse colto un elemento chiave della crisi della globalizzazione: ovvero il crescente e inarrestabile divario salariale fra élitès sempre più ricche e lavoratori, una forbice che cresce maggiormente nei Paesi poveri.

Infine nell'ottobre del 2014 Bergoglio ha convocato in Vaticano un congresso che nei sacri palazzi non si era mia visto, quello dei “movimenti popolari”. Leader di movimenti campesinos (tra i quali Evo Morales, presidente della Bolivia), sindacati dei raccoglitori di rifiuti nelle grandi metropoli, gruppi di difesa dei diritti civili e sociali in vaie parti del mondo, organizzazioni che si battono per la difesa dell'ambente e delle culture indigene, approdarono per la prima volta nella cittadella vaticana. Il risultato non è stato di poco conto se si considera che, nel documento conclusivo dell'incontro, i circa 100 leader 'popolari' hanno messo in luce “l'apporto imprescindibile della dottrina sociale della Chiesa per analizzare la situazione delle nostre realtà” e la centralità del pensiero del Papa “nella lotta per la giustizia sociale”. (Quest'articolo è stato pubblicato su Jesus)

Francesco Peloso


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