mercoledì 13 maggio 2015

Papa Francesco e il magistero delle metropoli, da Buenos Aires a Roma

Da Bergoglio a Francesco passando per la capitale argentina. Una breve raccolta antologica di omelie e discorsi ripropone il rapporto fra l'arcivescovo di Buenos Aires e la città come luogo centrale della modernità e dell'annuncio evangelico. Una scelta che segna anche il pontificato a partire dal primo documento, l'esortazione apostolica Evangelii Gaudium.




Francesco Peloso 
(articolo apparso su Vaticaninsider)
Città del Vaticano. In principio fu la periferia, ma non solo. Una delle novità introdotte dal magistero di papa Francesco è costituita certamente dal ruolo centrale acquisito dalla metropoli come luogo reale in cui avviene la trasformazione del mondo, qui si afferma in modo decisivo quella multiculturalità che caratterizza la nostra epoca e con la quale la Chiesa deve imparare a misurarsi fino in fondo. Anche perché gli abitanti dei grandi centri urbani del Pianeta portano spesso dentro di sé un “substrato” religioso - non di rado cristiano e cattolico – che va risvegliato, portato in superficie, fatto vivere con pienezza. Per questo l'annuncio della parola di Dio deve cominciare, o ricominciare, dalle città.

Un recente piccola ma preziosa raccolta antologica - intitolata “Poveri”, con introduzione del cardinale Maradiaga e pubblicato dall'editrice Ave dell'Azione cattolica – ripropone alcune pagine particolarmente efficaci del magistero 'cittadino' di Bergoglio, sia di quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires che del periodo successivo, quello del pontificato in corso. Particolarmente interessante è verificare come sia possibile rintracciare, nelle omelie porteñe, diversi punti chiave del pensiero del Bergoglio-Papa: dalla denuncia della cultura dello scarto all'attenzione agli esclusi, dalla giustizia alla misericordia, alla città-madre, dalla necessità di guardare il volto del fratello al nodo dell'indifferenza che genera assuefazione di fronte alla sofferenza, alla povertà, alla solitudine. Sono temi che ritornano in modo organico in molti interventi del papa negli ultimi due anni e che trovano risalto nell'esortazione apostolica Evangelii Gaudium; in quest'ultimo testo, definito “programmatico” dallo stesso pontefice, i punti dal 71 al 75 descrivono in senso generale e originale nell'elaborazione di una visione cattolica, il significato della metropoli come luogo della modernità e delle sue contraddizioni e quindi l'urgenza per la Chiesa di considerarlo come luogo “privilegiato della nuova evangelizzazione”.

Si tratta in realtà di una questione decisiva; fu il cardinale Claudio Hummes, ex arcivescovo di San Paolo, non a caso altra megalopoli sudamericana come Buenos Aires, a mettere in luce come il processo di urbanizzazione vissuto dal Brasile a partire dagli anni '50-'60 del secolo scorso, avesse ridotto il numero della popolazione che si definiva cattolica dal 90% a circa il 60-65%. Non solo chiese o sette evangeliche dunque erodono la presenza cattolica in America Latina, ma anche la crescita dei centri urbani con le loro culture di cui il processo di secolarizzazione fa parte. Non va dimenticato che Hummes era seduto a fianco di Bergoglio durante lo scrutinio conclusivo del conclave e fu lui a dirgli, come ha ricordato lo stesso Francesco, “ricordati dei poveri”. Insomma, una sensibilità comune sulla questione accomuna - in una visione certamente differente da quella europea – varie personalità della Chiesa universale.

Nella piccola antologia bairense di Bergoglio, colpisce però, oltre il ritorno di parole e temi del magistero del pontefice, anche una intensità di scrittura e di espressione, in alcuni casi quasi letterarie; e non può sfuggire come Bergoglio sia un attento fruitore delle culture contemporanee, sia letterarie che cinematografiche, che sociologiche o filosofiche. Ma c'è pure la forza dell'indignazione, la denuncia contro le mafie, le schiavitù, il lavoro nero, il Vangelo che riparte da questi luoghi estremi. I toni sono a volte accesi e, considerata la schiettezza del linguaggio usato da Bergoglio, non c'è da meravigliarsi se i rapporti dell'arcivescovo con le autorità publbiche spesso non siano stati facili. «Nella città di Buenos Aires si scartano le persone, siamo pieni di rifiuti esistenziali» affermava Bergoglio in un'omelia del 2009, e più avanti proseguiva: «Oggi si può dire che in questa città, nei laboratori clandestini, con i raccoglitori di cartoni, nel mondo della droga, nel mondo della prostituzione, esiste la tratta delle persone. Per questo la parola di Dio ci dice: “Grida con forza e senza paura”. E oggi io dico: “gridiamo con forza e senza paura”: No alla schiavitù».

Il nome della capitale argentina ricorre costantemente negli interventi pubblici dell'arcivescovo Bergoglio, come nell'omelia per la vigilia di Natale del 2006: «Avvicinandosi a tutti, soprattutto ai più bisognosi scopriremo, non senza sorpresa e in modo vitale, come essere Chiesa a Buenos Aires, testimoni di una speranza che è “gioia per tutto il popolo”». Su questo aspetto valgano in particolare le parole pronunciate nel dicembre del 2009, in occasione del V anniversario della tragedia del Cromañon, quando un incendio scoppiato in una discoteca provocò 194 morti per l'assenza di misure di sicurezza: «Questa città vanitosa, frivola, orgogliosa, corrotta. Questa città che trucca le ferite dei suoi figli perché non la facciano soffrire. Non le cura, le trucca. Questa città che nasconde i suoi anziani malnutriti, li mette in un angolo perché non vuol vedere le sofferenze di chi ci ha dato la vita. Una città che abbandona i suoi figli, che elegantemente li chiama “bambini di strada”, li abbandona e li getta nella strada...Questa città non piange e questa città che non sa piangere non è una madre e noi siamo venuti qui, oggi, a piangere perché questa città sia più madre. Perché questa città, piuttosto che uccider, impari a partorire. Perché questa città sia una promessa di vita».

Se questi sono i toni usati in modo drammatico di fronte al popolo dei fedeli di Buenos Aires, papa Francesco porrà successivamente la questione del rapporto fra Chiesa metropoli in modo specifico durante il suo pontificato. E' quanto accade, per esempio, il 27 novembre del 2014 quando riceve in udienza i partecipanti al congresso sulla pastorale delle grandi città svoltosi a Barcellona. «Nella città – dirà fra l'altro il papa - abbiamo bisogno di altre “mappe”, altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti. Non possiamo rimanere disorientati, perché tale sconcerto ci porta a sbagliare strada, anzitutto noi stessi, ma poi confonde il popolo di Dio e quello che cercano con cuore sincero la Vita, la Verità e il Senso». Poi, in più occasioni, così come era avvenuto con Buenos Aires, anche Roma divnterà luogo familiare nei discorsi, di confronto, per misurarsi con la presenza di emarginati, poveri, persone sole, con la città e le sue periferie reali ed esistenziali.


Infine va ricordato come il teologo e sacerdote argentino Carlos Maria Galli, amico di Bergoglio, personalità che aveva collaborato con l'allora arcivescovo di Buenos Aires alla stesura del famoso documento di Aparecida del 2007 (quando nel santuario brasiliano si riunirono i vescovi latinoamericani alla presenza di Benedetto XVI), abbia di recente pubblicato in italiano, a cura della Libreria editrice vaticana, il saggio: «Dio vive in città. Verso una nuova pastorale urbana alla luce del Documento di Aparecida e del progetto missionario di Francesco». Nell'introduzione firmata da Andrea Riccardi, si legge fra le altre cose: «La Chiesa ha la missione di evangelizzare gli uomini e le donne della città, ma deve anche capirla e porsi in atteggiamento di ascolto verso le sue tante voci. Perché Dio vive nella città. Questa non è il luogo della morte di Dio». «Così - proseguiva - si può vivere il Dio nei cristiani nella città plurale e questo diventa un fatto di popolo, pur convivendo con altri percorsi religiosi e umani. Siamo lontani dal pessimismo ideologico verso la secolarizzazione, ma anche dall’idea che la secolarizzazione sia quasi una “provvidenza” che trasforma il mondo della fede verso modelli più moderni. Va presa coscienza della realtà della città, per vivere, agire, dialogare in modo conforme e realista, aperto alla speranza e al bene comune».

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