sabato 20 giugno 2015

Il vento del sud soffia con papa Francesco che dice: il neoliberismo ha fallito

(Quest'articolo è apparso sul sito di Articolo 21)
Inquinamento e sviluppo industriale sconsiderati, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, deforestazione, riscaldamento globale e altri danni agli ecosistemi “provocano i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza”. 




E’ un testo che non fa sconti a nessuno “Laudato sì”, l’attesa enciclica del papa sull’ambiente; una riflessione che si rivolge davvero ai credenti come ai seguaci di altre fedi come ai non credenti. A tutti insomma, e non certo perché dice cose sulle quali il consenso è unanime. Il testo è preciso, analitico e profetico insieme, scientifico e religioso, contiene affermazioni che faranno discutere e che suscitano dissensi da una parte o dall’altra ma, indubbiamente, è un documento di particolarmente autorevolezza firmato da uno dei più importanti leader del Pianeta che mette in discussione criticamente tutti i temi chiave della globalizzazione. O, se si preferisce, più semplicemente dice le cose come stanno. Al contempo, tuttavia, prova ad offrire delle strategie d’uscita – spesso radicali – dall’attuale crisi che, per papa Francesco, è di sistema.

Francesco l’argentino, dunque, ha portato nella vecchia e timorosa Europa il vento del sud, del sud del mondo, che chiede la sua parte di giustizia e di redistribuzione nei processi di integrazione economica, sociale e finanziaria in corso. Anzi, questi ultimi, fa capire il papa, non solo non sono sufficienti a definire l’epoca nella quella viviamo, ma vanno rivisti nei loro aspetti fondamentali perché nel loro cattivo funzionamento va rintracciata la prima causa delle difficoltà che stiamo attraversando. Bergoglio chiama “avidità” l’onnipotenza del mercato assurta negli ultimi decenni a ideologia dominante appena temperata dallo scricchiolante welfare occidentale o dalla capacità di crescita dell’economia americana. Ma la crisi economica iniziata nel 2008 ha fatto saltare definitivamente lo schema: le classi medie vedono diminuire inesorabilmente il loro livello di reddito oppure conoscono lunghi periodi di disoccupazione (cambiamento ben compreso da Obama che ha puntato sulla difesa di un ceto medio impoverito e privo di garanzie per vincere il suo secondo mandato), e per questo il papa arriva a mettere in dubbio anche l’assioma che il libero mercato sia sempre e comunque un bene.

L’economia per Bergoglio deve tornare ad essere governata dalla politica, altrimenti vince la legge del più forte; la speculazione finanziaria viene indicata nel testo come una causa determinante delle ingiustizie prodotte da un sistema che cancella l’economia reale, il lavoro, le imprese. Ma c’è anche dell’altro: si parla di “decrescita”, di ridimensionamento dei consumi, si avanzano dubbi sul concetto stesso di sviluppo e si abbatte un altro tabù quando si afferma che spesso c’è crescita economica senza che a questo corrisponda un miglioramento della qualità della vita. In un simile quadro il tema dello sfruttamento indiscriminato dell’ambiente è il punto di caduta in cui s’incontrano i grandi problemi della nostra epoca. “La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza – afferma il papa – si dimostra nel fallimento dei vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti”.

Per Francesco, dunque, il predominio di cui hanno potuto godere i gruppi di potere che controllano su scala globale l’economia, è il primo responsabile del degrado sociale ed ambientale. “Il salvataggio ad ogni costo delle banche – osserva fra le altre cose il vescovo di Roma – facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura”. In questa prospettiva “la crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo”. In quest’ultima affermazione c’è uno dei punti di forza del Bergoglio-pensiero: ovvero il rovesciamento del paradigma della modernità per cui “vecchio” corrispondeva a tutto ciò che era pubblico e “nuovo” veniva considerato ogni passo avanti verso un’espansione della politiche neoliberiste.

Allo stesso modo Francesco demolisce il mito del produttivismo, del calcolo del Pil, del benessere contato in numeri e non in esistenze quotidiane, in qualità della vita. Un ragionamento che non nasce dalla promozione di un pauperismo superficiale, ma da uno studio attento dei fenomeni in atto. “La produzione – afferma Bergoglio – non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale”. “Questo determina – prosegue il Pontefice – molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali. La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via”.

Il testo è complesso, intenso, pieno di argomentazioni da discutere. Tuttavia un riferimento va dedicato al tema del cambiamento climatico se non altro perché a dicembre si svolgeranno decisivi negoziati a Parigi nel tentativo di raggiungere un accordo fra i “grandi inquinatori”, a cominciare da Stati Uniti e Cina, per rallentare riscaldamento globale. Anche in questo caso, però, il papa lega la questione ambientale a quella umana e degli esseri viventi in generale mostrando in modo concreto cosa significa interdipendenza. “I cambiamenti climatici – si legge nell’enciclica – danno origine a migrazioni di animali e vegetali che non sempre possono adattarsi, e questo a sua volta intacca le risorse produttive dei più poveri, i quali pure si vedono obbligati a migrare con grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli”.

“È tragico – rileva ancora Bergoglio – l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa”. “Purtroppo – rileva il papa – c’è una generale indifferenza di fronte a queste tragedie, che accadono tuttora in diverse parti del mondo. La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile”.

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