martedì 7 luglio 2015

Mons. Zenari (nunzio), in Siria la guerra è come un uragano che distrugge tutto

Il nunzio apostolico a Damasco spiega a che punto è il conflitto siriano: alla tragedia si aggiunge ora la bomba della povertà. La situazione sanitaria è disperata. Le occasioni perse per risolvere la crisi. Il futuro del Medio Oriente passa dal riconoscimento dei diritti di cittadinanza per tutti i suoi abitanti, solo così le minoranze si sentiranno a casa loro.


Città del Vaticano
(Intervista realizzata per Vaticaninsider)
Monsignor Zenari, vogliamo partire dai numeri della guerra, ci può fare un quadro dettagliato della crisi umanitaria?
«Le Nazioni Unite parlano da tempo di una catastrofe umanitaria perché le cifre sono impressionanti: la popolazione recensita poco prima del conflitto era di 23 milioni di abitanti, di questi, più della metà, 12 milioni, ha bisogno di assistenza umanitaria, si tratta quindi una cifra sbalorditiva. Otto milioni sono gli sfollati interni e, sempre secondo l'Onu, ci sono 4 milioni di rifugiati nei Paesi vicini con conseguenze pesanti. Il Libano per esempio sta scoppiando perché ha 4 milioni di abitanti e ora ospita circa 2 milioni di profughi. Si contano inoltre un milione di feriti, 230 mila morti, ma sono molti molti di più, questi sono quelli di cui hanno riferito le agenzie umanitarie. Non sono compresi, per esempio, i 20mila scomparsi nelle carceri degli uni o degli altri. Noi abbiamo i casi di sei ecclesiastici: due vescovi e quattro preti, fra i quali padre Paolo Dall'Oglio, di cui ricorreranno i due anni dalla scomparsa fra un mese; ancora ci sono due preti rapiti due anni e mezzo fa e l'ultimo dei rapiti è un monaco della comunità di Mar Musa, la stessa di padre Paolo, un mese e mezzo fa circa. Di loro non si sa niente, ma questi appunto vanno compresi nel conteggio complessivo degli scomparsi, presi dagli uni o dagli altri per vari motivi».

Alla crisi umanitaria si somma una crisi sociale sempre più drammatica...
«Secondo le statistiche delle Nazioni Unite il 58% della popolazione è senza lavoro, senza un impiego; 4 siriani su 5 vivono sotto la soglia della povertà. Il 60% degli ospedali sono distrutti o inagibili, circa 35mila medici sono andati via dalla Siria, mi accorgo anche io a Damasco di questo, se uno ha mal di pancia rischia la vita. A questo proposito vorrei sottolineare che sono più quelli morti per mancanza di cure, di medicine - si dice più di 300mila vittime - che non quelli morti sotto le bombe. Quindi più morti come conseguenza per l'assenza di ospedali e di cure, in particolare anziani e bambini. Oltre alle armi c'è quindi un tipo di bomba che sta colpendo milioni di persone: è la bomba della povertà, chi non è stato raggiunto dalle schegge delle esplosioni, è stato raggiunto dalla bomba della povertà. Mancanza di lavoro, prezzi che salgono alle stelle, un quadro allarmante».

Guardando la crisi dall'esterno sembra quasi che la comunità internazionale sia ormai incapace di agire, che il conflitto si prolunghi senza sosta...
«Se vuole una mia percezione, io sono lì da più di sei anni, quindi ho vissuto questo conflitto fin dal primo giorno, e non direi che è un conflitto prolungato, ma un conflitto che ha avuto dei salti di qualità, e stento a riconoscerlo guardando ai primi tempi del suo apparire. Ha fatto dei salti di qualità enormi. All'inizio sembrava, durante il primo anno, un conflitto civile tra siriani, e si diceva che bisognava arrivare a un compromesso; direi che siamo passati dal vento della primavera araba che spirava al principio, a un uragano, un ciclone che travolge tutto. Ci sono stati vari salti di qualità, l'ultimo è stato la comparsa del Califfato islamico nel giugno di un anno fa. Tra tante dichiarazioni che sono state fatte mi è rimasta impressa quella pronunciata qualche mese fa del precedente inviato speciale delle Nazioni Unite e della Lega araba, Lakhdar Brahimi, che ha detto candidamente: “ci siamo sbagliati tutti, sia in Siria come fuori”. E credo che abbia molta ragione a dire questo, ci si è sbagliati tutti nel guardare a questo conflitto dentro e anche fuori dalla Siria».

Ci sono stati momenti in cui sembrava possibile una soluzione?
«Devo dire che ci sono stati due passaggi che lasciavano sperare: il primo quando ci fu l'accordo sullo smantellamento dell'arsenale chimico, il governo di Damasco aveva sempre negato di possederne uno, ma dalla sera alla mattina si è dichiarato disposto a trattare su questo punto. Si è trattato di una cosa eccezionale, nessuno pensava che si arrivasse a questo, pensiamo che quella era l'unica arma deterrente nelle mani del governo. Lì è stato determinate l'accordo fra le due superpotenze, Usa e Russia (poi c'è stata l'iniziativa del Papa), che hanno avuto la volontà di intervenire. Una cosa che successivamente non si è più verificata. Il ritorno di un clima di guerra fredda ha poi impedito che si procedesse su questa strada, ha bloccato tutto, la crisi Ucraina non ha aiutato».

La seconda possibile svolta quando è stata?
«Poi c'è stata un'altra occasione importante: il 30 giugno 2012, con la famosa dichiarazione di Ginevra, anche lì si era raggiunto un accordo molto importante. Tutte le parti in causa, dalla Siria ai Paesi arabi coinvolti, alla Russia agli Stati Uniti, avevano trovato quella formula del governo di transizione con pieni poteri. Quella è stata un'occasione mancata. Si era raggiunto un accordo, mi ricordo che anche il governo siriano aveva accettato la formula. Dopo di che il diavolo si annida nei dettagli, bisognava stabilire se tale governo provvisorio doveva essere guidato dal presidente Assad o meno e via dicendo, le parti si sono irrigidite e c'è stato un fallimento. Inoltre, per quello che posso vedere io da Damasco, non è più un conflitto siriano, oltre all'Iraq si estende a tutta la regione, prende lo Yemen, tocca in un certo modo l'Egitto, la Libia. E' molto più vasto della sola Siria».

La crisi della regione ritiene che possa lasciare divisioni insanabili fra le due componenti del mondo musulmano, sciiti e sunniti, o questa è una visione troppo semplicistica?
«Penso che questo mondo, parliamo del Medio Oriente che va dall'Iran ai paesi arabi, sia arrivato a un crocevia e che debba risolvere alcuni problemi e contraddizioni. In genere in quest'area molte repubbliche sono teocratiche, cioè fondate in relazione a interpretazioni della legge divina, la sharia e via dicendo. Devo dire che l'unica che faceva un po' eccezione insieme al Libano e ultimamente l'Iraq, era la Siria, che aveva una certa qual tendenza laica. Se resta questo rapporto stretto tra religione e Stato le minoranze non saranno mai a casa loro, chi non appartiene alla religione della maggioranza si sentirà e sarà sempre un cittadino di seconda classe. Credo che qui vada fatto uno sforzo per arrivare a uno stato di diritto, al concetto di cittadinanza, questo è un nodo da sciogliere».

E' quello che hanno detto negli ultimi mesi il cardinale Parolin e monsignor Gallagher...
«Sì, e già nel sinodo sul Medio Oriente del 2010 i vescovi lo affermavano: bisogna arrivare a un concetto di cittadinanza nel quale tutti si trovano alla pari, con gli stessi diritti. C'è poi il problema dell'interpretazione del Corano, qui ci sono le correnti jiahdiste che dicono una cosa, ma dovranno mettersi d'accordo su una chiave di lettura. E poi ci sono altre questioni: fondamentali sono i diritti umani, lo stesso rapporto fra queste due famiglie musulmane, sciiti e sunniti, è un altro nodo da sciogliere; in generale questi Paesi dovranno prendere delle decisioni, non sarà facile perché ci sono delle resistenze forti, violente, però prima o poi dovranno cadere alcuni muri».

Si parla spesso di persecuzioni dei cristiani nel conflitto in corso...
«Vorrei puntualizzare la questione delle persecuzioni. Direi che in Siria in modo particolare non si possa parlare di persecuzioni dei cristiani da parte di altri siriani anche all'interno del conflitto, perché la popolazione sapeva qual era il ruolo dei cristiani, le opere di assistenza, le scuole, poi c'erano dei rapporti all'interno delle comunità e via dicendo. In generale ci possono essere state misure restrittive ma non parlerei di persecuzioni. Atti violenti si sono verificati invece per mano di questi combattenti che vengono da fuori, dalla Cecenia o dall'Afghanistan, ma farei attenzione appunto a non generalizzare».

In questa prospettiva allora, i cristiani che ruolo possono avere?
«Quando poco più di sei anni fa presentai le mie credenziali in Siria, al presidente, mi resi conto che c'era una grande attenzione verso la presenza delle comunità cristiane nel Paese, che il tema era sentito, e non solo in Siria; per esempio anche il re di Giordania cerca di aiutare i cristiani a rimanere. E però per ottenere questo bisogna che i cristiani si sentano a casa loro. Se volete che i cristiani continuino a restare lì rappresentando una propria ricchezza culturale, è necessario che su tutti i piani siano trattati alla pari, che non si sentano cittadini di seconda classe sotto certi aspetti. E anche bisogna che i cristiani in Medio Oriente sentano che essere nati lì è una missione una vocazione, e quindi vanno aiutati economicamente a restare, ma questo non è sufficiente come diceva anche padre Dall'Oglio in una delle sue ultime conferenze. Bisogna dar loro anche delle motivazioni spirituali, non solo materiali ed economiche e credo che abbia ragione. Quindi in primo luogo dovranno sentirsi a tutti gli effetti cittadini nelle costituzioni di questi Paesi, ma poi vanno date anche motivazioni spirituali. Padre Dall'Oglio, diceva se non si capisce questa vocazione e se non si lavora per un dialogo con i musulmani, c'è il rischio che i cristiani vadano via, partano. Certo finché i cristiani si sentono un gradino inferiore nella società e nell'ordine giuridico questo non li aiuta a rimanere. Quindi ci sono vari fronti: quello giuridico, costituzionale, dello stato di diritto, poi gli aiuti economici, e poi un sostegno spirituale che li aiuti a vivere la loro tradizione».

Mons. Zenari, lei è anche un testimone d'eccezione, come si vive a Damasco in questi mesi? Che succede nella vita quotidiana?
«A Damasco ci sono delle cose opposte: nel quartiere dove si trova la nunziature, e ci sono anche delle ambasciate che sono chiuse, c'è pure l'università vicino, lei può vedere questi bar o caffè che sono pieni. Poi certo si vedono i posti di blocco. Ma assistiamo a contraddizioni enormi perché poi a cinque chilometri c'è il campo di Yarmuk, in realtà un quartiere palestinese, e lì tutti abbiamo presente quando più di un anno fa le Nazioni Unite sono riusciti a distribuire questi pacchi di viveri, ricordiamo quella foto con una fiumana di persone; tanti poi sono partiti dal campo, ma molti continuano ad essere in quella stessa situazione. Non c'è stato alcun miglioramento, vivono accerchiati, fanno ancora la fame, non entrano medicine, adesso le cose sono ulteriormente peggiorate quando due tre mesi fa è arrivato l'Isis. E poi la periferia, dove si sentono spesso gli aerei alzarsi in volo, c'è questo quartiere Jobar, dove sono asserragliati i ribelli, e lì continuano i combattimenti. Poi c'è il problema di Aleppo, dove mancano spesso acqua e elettricità, cadono bombe su Aleppo est e colpi di mortaio su Aleppo ovest».

In che modo la Chiesa sta provando ad aiutare la popolazione colpita dalla guerra?
«Come chiese abbiamo una rete che si sta potenziando e sviluppando, anche con l'aiuto del Pontificio consiglio Cor Unum, poi con la Caritas internationalis, che mette in moto quella locale. Cerchiamo di coordinare l'afflusso dei fondi, anche fondi governativi che si fidano delle varie caritas nazionali, e si cerca di mettere su dei progetti, per la scuola, la sanità, la scuola. Sul territorio fanno molta fatica le ong a venire in Siria, il governo teme che gli aiuti vadano ai ribelli, è un Paese in guerra. Ma devo dire che invece la Chiesa gode di un'ampia libertà d'azione anche perché sanno che aiutiamo la popolazione. Il papa, infine, è informato da me, dai vari vescovi, da Cor Unum, dalla Congregazione per le chiese orientali, è dunque molto informato e molto sensibile».

C'è qualche aspetto che lascia sperare in un quadro tanto drammatico?

«Io li chiamo fiori del deserto, o rose di Damasco, parlo di quanti si sono sacrificati per aiutare gli altri. Ci sono molte storie in questo senso. Dico soltanto che 50 rappresentanti e volontari in maggioranza della Mezzaluna rossa e anche della Croce rossa, hanno perso la vita in Siria. Ecco, questi sacrifici, ci dicono che anche nel deserto di una guerra, ci sono esempi, dei fiori del deserto, che ci indicano un'altra strada»

Francesco Peloso

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