domenica 20 settembre 2015

“La banca del Papa” sul Foglio e sul Manifesto. Recensioni e commenti

Due importanti articoli-recensioni hanno parlato de "La banca del Papa", Foglio e Manifesto accolgono con interesse il libro sulle finanze vaticane in bilico fra riforme del nuovo corso bergogliano e scandali che del passato e del presente. la via Crucis che porta Benedetto XVI alle dimissioni, la contraddizione latente fra l'esistenza di una banca del vaticano - sia pure resa trasparente - e la chiesa dei poveri promossa da papa Francesco. 


Il Foglio
Denaro e sesso: è a partire da questi due protagonisti imbattibili della storia umana, che anche la chiesa di Papa Francesco è dovuta ripartire per rifondare se stessa”. Da questa efficace considerazione, l’autore parte per raccontare la storia, torbida e non ancora del tutto privata di quell’alone di mistero per molti affascinante (e per altri penoso), della via crucis attraversata da Benedetto XVI nella fase terminale del suo pontificato. Al centro di tutto, ancora una volta come più di trent’anni fa, lo Ior, l’Istituto per le opere di religione, non a caso definita la “mitica o famigerata banca vaticana”, a seconda di come si guardi a essa. E’ la storia – condita da approfonditi retroscena, come testimonia l’ampio apparato di documenti e fonti consultate, segnale di precisione e accuratezza nella ricostruzione dei fatti narrati – della battaglia campale combattuta nei sacri palazzi per il controllo delle finanze, a cavallo dei due pontificati.

Per comprendere quanto aspra sia stata la contesa, e quanto centrale sia stato lo Ior in tutta la faccenda, è sufficiente ricordare che l’istituto con sede nell’antico torrione di Niccolò V ha avuto tre diversi presidenti in tre anni, di cui uno nominato dal Papa dimissionario dopo che la carica era vacante da quasi un anno. Francesco Peloso ripercorre le tappe del processo di riforma, iniziato sotto Ratzinger e proseguito con maggior vigore dal successore Bergoglio. Vertici cambiati, “arrivo a Roma di manager, laici, banchieri, esperti di finanza europei e americani, accompagnati dalle grandi società di consulenza internazionale”.

E poi, addirittura, un “rugbyer” e i “marines americani”. Una legione venuta da lontano per rompere (o tentare di rompere) l’assedio che durava da troppo tempo. Una globalizzazione delle strutture, verrebbe da dire, che s’accompagna a un’apertura del collegio cardinalizio a paesi che finora mai vi avevano fatto parte. E globalizzazione è parola che ritorna sovente nel libro, poiché è in questa dimensione storica che la chiesa si trova a operare, tra resistenze caratterizzate da una forza immane e speranze che (forse) sono destinate a tradursi in illusioni.

Di globalizzazione aveva già parlato Giovanni Paolo II all’indomani del crollo della cortina di ferro. Lui ne dava una lettura ottimistica, la definiva “globalizzazione della solidarietà”. Francesco, invece, il Pontefice nato e cresciuto nel particolare contesto latinoamericano caratterizzato dalle tante ville miseria che circondano le metropoli, preferisce semmai parlare di “globalizzazione dell’indifferenza”, come ricorda l’autore. Ma aprire al mondo le ovattate stanze vaticane è la strada giusta? E’ questa la chiave, il mezzo per farla finita con decenni di scandali coltivati spesso nel campo delle cordate tutte italiane? E’ una delle domande che il lettore si fa scorrendo le pagine del libro, chiedendosi anche quanto in profondità potrà arrivare la mano di Francesco nel rendere trasparenti quei luoghi che solo tre anni fa erano di fatto isolati dal mondo e ormai emarginati dalla comunità internazionale. Un paragrafo, non a caso, ha per titolo la domanda centrale cui nessuno, al momento, ha saputo trovare una risposta definitiva: “Sono riformabili le finanze della Chiesa?”.

Vengono ripercorsi i giorni delle congregazioni generali antecedenti il Conclave, quando si formò nel collegio l’idea di guardare fuori dall’Italia e dall’Europa. Si va oltreoceano, e forse l’unica vera alternativa a Jorge Mario Bergoglio era rappresentata dal cappuccino statunitense Sean Patrick O’Malley. E’ in quella delicata fase che si sviluppa l’idea di creare un organismo ristretto (che poi sarà il C9) per delineare la riforma della governance vaticana, come avrebbe confermato più tardi il cardinale Errázuriz Ossa.

LA BANCA DEL PAPA
Francesco Peloso
Marsilio, 220 pp., 16 euro


Una turbofinanza senza scandali
“il manifesto”
3 settembre 2015
Luca Kocci
Due volte, negli ultimi tempi, si è favoleggiato sulla chiusura dello Ior, la banca del Vaticano. La prima nei giorni del pre-conclave che elesse papa Bergoglio, quando il cardinale africano Onaiyekan disse: «Lo Ior non è essenziale al ministero del papa, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». La seconda poco dopo, quando lo stesso Francesco, in un’omelia a Santa Marta, affermò: «Poi c’è lo Ior… scusatemi…tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto».

Ora, dopo due anni di pontificato, anche il papa sa che lo Ior è necessario per la sopravvivenza dell’istituzione ecclesiastica. Sia per i 50 milioni di euro che ogni anno la banca trasferisce nelle casse della Santa sede. Sia perché è uno strumento fondamentale per diocesi, ordini, congregazioni e istituti religiosi che, in tempi di capitalismo globale, si muovono anche sul terreno della finanza.
Lo Ior non ha chiuso, quindi, né chiuderà. Tuttavia è in atto un robusto processo di riforma, non per trasformarlo in una “banca dei poveri”, ma per renderlo più trasparente e soprattutto più efficiente. Il percorso lo aveva avviato già papa Ratzinger, Bergoglio ha spinto sull’acceleratore, ma la corsa è appena avviata e le contraddizioni restano tutte sul tavolo.

Sono cambiati anche i personaggi: è uscito di scena il card. Bertone (e gli italiani, da sempre di casa nella banca vaticana), segretario di Stato vaticano sotto Benedetto XVI e presidente della Commissione di vigilanza sullo Ior; ha fatto il suo ingresso il cardinale australiano George Pell (e i finanzieri internazionali), prefetto della neonata Segreteria per l’economia, il superdicastero economico creato da papa Francesco. Ma non si tratta, come vorrebbe la vulgata che ha identificato in Bertone la radice di tutti i mali (anche per assolvere gli altri), della trasformazione dello Ior dei traffici e degli intrallazzi nello Ior “casa di vetro” e banca della carità cristiana. Semmai del passaggio da uno Ior molto italiano del “volemose bene” e degli “amici degli amici”, ad uno Ior dell’efficienza e della turbofinanza, in cui si evitano gli scandali – anche per non essere esclusi dal consesso internazionale – ma si continuano a fare soldi.

Il vaticanista Francesco Peloso (La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, Venezia 2015, pp. 220, euro 16) racconta questa storia, analizzando quello che è successo dentro e attorno al torrione Niccolò V dal 2009 – quando finisce l’era Caloia (1989-2009) e Ratzinger mette alla guida della banca vaticana Ettore Gotti Tedeschi – ad oggi, intrecciando le vicende dello Ior con quello che è successo Oltretevere: il Vatileaks, le dimissioni di papa Ratzinger, l’elezione di papa Bergoglio, un “terremoto” in cui lo Ior è stato uno degli attori principali.

Mentre il Vatileaks stava sconquassando i Sacri palazzi, il Dipartimento di Stato Usa aveva ufficialmente individuato il Vaticano come un soggetto a rischio riciclaggio internazionale, Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio degli Stati) lo teneva fuori dalla white list, la Banca d’Italia aveva bloccato tutti i bancomat all’interno delle mura leonine, la magistratura italiana aveva sequestrato 23 milioni di euro dello Ior depositati in due banche italiane e messo sotto indagine i massimi dirigenti per sospetta violazione delle norme antiriciclaggio. In questo clima arrivano le dimissioni di papa Ratzinger e in conclave si aggrega un “partito antiromano” che trova in Bergoglio il candidato che sbaraglia gli avversari curiali (il brasiliano Scherer) e italiani (l’arcivescovo di Milano Scola).

Papa Francesco inizia ad intervenire: escono gli italiani e arrivano gli stranieri (con gli onnipresenti Cavalieri di Colombo, Cavalieri di Malta e Opus Dei sempre ben piazzati); pulizia dei conti sospetti e “dormienti” (Peloso conta 11.500 conti chiusi, ben di più dei 3.500 dichiarati ufficialmente: «Un repulisti clamoroso? In parte certamente sì. Ma forse anche un modo per cancellare le tracce di presenze discutibili»); progressiva adesione – non ancora completata del tutto – agli standard internazionali per entrare nella white list degli Stati virtuosi; collaborazione con la magistratura italiana (anche se solo per gli anni successivi al 2009, mettendo però una “pietra tombale” sul passato), come dimostra per esempio lo scambio di informazioni sul prelato salernitano Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro” (perché, si dice, questi erano i tagli di banconote che maneggiava di solito), da poco scarcerato ma ancora indagato per riciclaggio. L’intento è, sintetizza efficacemente Peloso, liquidare quella sorta di «mondo di mezzo vaticano» in cui diversi prelati si sono trasformati «da pastori di anime in collettori di denaro da trasferire allo Ior», spesso usato come «lavatrice» per operazioni sospette.

«Sarà possibile – si chiede Peloso – mantenere lo spirito riformatore introdotto da Bergoglio senza cadere nelle spire di una tecnocrazia manageriale che cancellerà per forza di cose ogni discorso profetico sulla giustizia e sulla povertà?». Certo, tutto è possibile, ma la contraddizione pare insanabile.

Per questo san Pietro non aveva una banca, e la Chiesa non era istituzione ma semplice comunità di credenti.

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