lunedì 26 ottobre 2015

Sinodo: vince la Chiesa ospedale da campo, la Chiesa dogana non c'è (quasi) più

(Articolo scritto per la Provincia di Como) Alla fine il sinodo ha prodotto quell'apertura voluta fortemente da papa Francesco e appoggiata da una larga maggioranza dei padri sinodali. Il documento conclusivo votato ieri sera dai padri sinodali contiene una novità importante su una questione apparentemente solo formale ma in realtà di sostanza e dall'alto valore simbolico. E' possibile o meno dare la comunione ai divorziati risposati civilmente? La risposta a questo interrogativo conteneva però un problema più ampio: può la Chiesa adottare nel suo rapporto col mondo solo un criterio per così dire “legislativo” o invece il vescovo, il sacerdote, pur tenendo ben presente la dottrina sul matrimonio, può in alcuni casi accogliere anche le famiglie irregolari, comprendere le situazioni difficili, individuare un cammino comune per non escludere dai sacramenti e più in generale dalla vita della Chiesa, le persone le cui esperienze non sono state lineari o perfette, come perfetta spesso non è la vita?


Dopo una discussione intensa e partecipata di tre settimane, l'assemblea ha deciso di procedere verso il cambiamento, di accettare la scommessa lanciata dal papa, sia pure radicandola bene nella tradizione e nell'insegnamento della Chiesa. La parola chiave, lo aveva spiegato bene il cardinale Christoph Schoenborn, l'arcivescovo di Vienna che ha a avuto un grande ruolo nella mediazione che si è realizzata fra le varie anime dell'assise, è “discernimento”; ovvero un lavoro di approfondimento e di colloquio con le persone coinvolte nelle situazioni più complicate, per arrivare al sacramento e ad altre forme di partecipazione alla vita della Chiesa. “Pur sostenendo una norma generale – si legge nel punto 85 del documento finale - è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi”. Da qui l'apertura possibile di una strada nuova, di inclusione, che non si può fermare alla condanna per la trasgressione della norma canonica.

E' la 'Chiesa ospedale da campo' che fa il primo passo e la 'Chiesa dogana' che retrocede. Era questo certamente uno dei passaggio più delicati della riforma impostata da papa Francesco in questi oltre due anni e mezzo di pontificato: riuscire cioè ad aprire un dialogo positivo col mondo senza rinunciare al proprio insegnamento. “I tempi cambiano – aveva detto Bergoglio venerdì scorso – e compito dei cristiani è cambiare, ed è proprio della saggezza cristiana conoscere questi cambiamenti, conoscere i diversi tempi e conoscere i segni dei tempi. Cosa significa una cosa e cosa un’altra. E fare questo senza paura, con la libertà”.

E libertà è davvero la parola chiave di questo sinodo, forse il termine che spiega meglio di altri il senso profondo di un mutamento che riguarda il modo stesso della Chiesa di rapportarsi alla realtà. Nel corso di un anno – dall'ottobre del 2014 a quello del 2015 – con due sinodi sulla famiglia in forza dei quali delegazioni di vescovi di ogni parte del mondo sono confluiti a Roma, la Chiesa cattolica ha imparato a discutere, a litigare anche, e a trovare poi una strada comune; fin dall'inizio Francesco ha infatti chiesto la massima libertà di espressione e parola ai vescovi, un confronto aperto, a tutto campo, nel quale le diverse esperienze pastorali e le varie posizioni presenti all'interno della Chiesa, potessero venire alla luce e incontrarsi.

L'obiettivo era ambizioso: trasformare il sinodo da organismo puramente accademico, per quanto prestigioso, in uno strumento attivo nel quale si manifestava la voce della universalità cattolica, in grado di indicare – insieme al papa - una direzione di marcia per tutta la Chiesa. Per questo, anche, il dibattito è stato acceso, stavolta si faceva sul serio. Ma al di là del merito, pure importante di quanto si è discusso, come ha detto ancora una volta il cardinale Schoenborn, il grande successo del sinodo, è stato il nuovo metodo. Maggior spazio nella discussione è stata data ai cosiddetti circoli minori, ovvero gruppi linguisticamente omogenei di vescovi che hanno avuto modo di approfondire i vari temi sul tappeto e di conoscersi meglio; non solo assemblea plenaria insomma, non solo una rappresentazione retorica per quanto qualificata, di interventi ben scritti, ma un fiorire di voci ed esperienze diverse. In questo modo è potuta emergere, per esempio, la specificità africana, con problemi propri e differenti da quelli degli europei e degli americani: dalla poligamia ai matrimoni a tappe con le lunghe convivenze prematrimoniali, la famiglia allargata di tipo clanico e altro ancora. Un mondo che ha chiesto un'attenzione particolare e un'interpretazione della legge della Chiesa adatta alla propria condizione storica e antropologica.

E questo è un altro punto che ha preso corpo nel corso delle tre settimane di dibattito svoltesi nell'aula Paolo VI: ovvero l'ipotesi che in futuro si ragioni su un ruolo maggiore delle conferenze episcopali regionali o continentali. In questo senso esiste già un modello, più volte evocato in questi giorni, quello del Celam, l'organismo che riunisce – non a caso - tutti i vescovi dell'America Latina. Il sinodo, la collegialità, possono insomma diventare la nuova lingua della Chiesa e necessariamente i problemi pastorali troveranno soluzioni originali pur all'interno di una dottrina che resta unitaria. Infine da segnalare che al papa, l'assemblea dei padri, nel suo documento conclusivo, ha chiesto di valutare l'opportunità di fare un documento magisteriale sulla famiglia. In tal modo il vescovo di Roma diventa davvero il garante dell'unità della Chiesa, non in modo autoritativo, ma per la necessità di trovare una voce comune in grado di indicare una strada nel segno del Vangelo tale da garantire l'universalità e la comunione nella Chiesa pur nella pluralità delle esperienze.

E' dunque iniziata quella riforma della Chiesi a e del papato di cui ha parlato più volte lo stesso pontefice, ora il percorso è entrato nel vivo. Il sinodo sulla famiglia, ha detto il papa nel suo intenso discorso conclusivo dell'assise, significa molte cose, fra queste anche “aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile”.

Francesco Peloso


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