lunedì 2 novembre 2015

Da Palermo a Bologna, Francesco rompe la geografia immobile della Chiesa italiana

(Questo pezzo è stato scritto per Articolo 21)
Nel segno di don Pino Puglisi e delle periferie, quelle del mondo e delle nostre città; papa Francesco ha piazzato un pesante 'uno-due' con le nomine dei nuovi arcivescovi di Palermo e Bologna intaccando finalmente la geografia immobile della Chiesa italiana, ferma nel passato e fino ad oggi incapace di optare in modo visibile per il cambiamento indicato da Bergoglio. Corrado Lorefice e Matteo Zuppi vanno quindi a guidare due diocesi importanti e prestigiose, dal sud al centro-nord del Paese; forse con un po' troppa enfasi sono stati subito definiti “preti di strada” per indicare l'esperienza coltivata nelle parrocchie e poi nel contatto con ambienti sociali dominati dall'instabilità sociale e politica, dalla povertà, o più semplicemente dal rapporto con realtà complesse. Perché in effetti il prete di Modica, in provincia di Ragusa, don Corrado Lorefice, è anche uno studioso, ha approfondito figure come quella don Puglisi – il sacerdote palermitano ucciso dalla mafia e beatificato per volontà di papa Francesco - di Giuseppe Dossetti e di Giacomo Lercaro, il vescovo - guarda caso di Bologna - che nel 1968 condannò i bombardamenti dell'esercito americano in Vietnam, suscitando clamore a livello mondiale tanto da indurre Paolo VI da destituirlo dalla guida della diocesi emiliana.

Lorefice è amico di don Luigi Ciotti ed è in sintonia con il Segretario generale della Cei voluto da Bergoglio, monsignor Nunzio Galantino. Appena è diventata ufficiale la notizia del suo incarico palermitano, monsignor Lorefice ha detto: “Dopo la nomina ho pensato subito a don Pino Puglisi, la colpa è sua”.“Palermo – ha aggiunto - è la città più grande della nostra isola ha una bella tradizione di testimonianza cristiana e mi riferisco come figura emblematica a don Pino Puglisi con il quale ho collaborato. Come città degli uomini è segnata dalla fatica, dalla sofferenza ma anche dal peccato”.

Ne è passato quindi di tempo dall'omelia del cardinal Lercaro, e intanto alla Cattedra di San Petronio si sono susseguite personalità il cui profilo restauratore era dominante: dal cardinale Giacomo Biffi, al cardinale Carlo Caffarra, quest'ultimo conservatore e tradizionalista, oppositore di papa Francesco negli due sinodi per la famiglia, esponente di una Chiesa chiusa in sé stessa, dogmatica, poco incline alla trasparenza. A Bologna ora arriva monsignor Matteo Zuppi, da sempre nella Comunità di Sant'Egidio il cui impegno per la pace, il dialogo interreligioso ed ecumenico, la vicinanza concreta ai poveri, sono caratteristiche essenziali. E Zuppi, oltre ad aver lavorato come prete nelle popolose periferie romane, ha contribuito allo sviluppo delle iniziative della Comunità in Africa, sia sul fronte della solidarietà che su quello della mediazione in alcuni dei conflitti più sanguinosi che hanno sconvolto il continente.

La doppia nomina, dicevamo, rappresenta una svolta nello scenario ecclesiale italiano. Nella prima fase del pontificato infatti, papa Francesco ha dato spazio a nomine cardinalizie 'periferiche' – Montenegro ad Agrigento, Bassetti a Perugia, Menichelli ad Ancona – ma non ha toccato di fatto il sistema di potere costruito dal cardinale Camillo Ruini e poi proseguito sotto il pontificato ratzingeriano, ora qualcosa si muove. Il tutto avviene per altro alla vigilia del Convegno ecclesiale di Firenze, in programma dal 9 al 13 novembre, durante il quale la Chiesa italiana farà il punto su sé stessa. E se fino ad oggi quella parte di vescovi che si sentivano in sintonia con il papa, guardavano però con qualche timore alla loro sotto-rappresentazione a livello nazionale nelle grandi diocesi, ora l'equilibrio del vecchio ordine si è spezzato.

Palermo e Bologna sono due sedi importanti, potenzialmente due sedi cardinalizie, che, sommate alle 'porpore' assegnate da Francesco a vescovi di 'provincia', cominciano a disegnare un nuovo quadro d'insieme e a rompere la resistenza quasi sempre passiva di una conferenza episcopale, quella italiana, lontana dal riformismo di Bergoglio, almeno nei suoi esponenti più visibili. Di più: d'ora in avanti gli 'italiani' che in Vaticano sono fedeli al papa, dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin al Prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Beniamino Stella – molti dei quali di provenienza diplomatica – potranno d'ora in avanti saldarsi in un discorso unitario con i nuovi vescovi italiana di nomina bergogliana, cominciando a costruire una mappa originale e inedita per il cattolicesimo italiano. D'altro canto anche l'ala conservatrice dell'episcopato sembra aver trovato un leader naturale nel cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, intraprendente, colto, capace di muoversi con abilità in marosi e momenti difficili. A Milano il Papa andrà fra l'altro il prossimo mese di maggio. Allo stesso tempo il cardinale Angelo Bangasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, resta al suo posto mentre la sua leadership nell'episcopato italiano si indebolisce sempre di più.


Francesco Peloso

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