venerdì 1 gennaio 2016

Da un papa all'altro la crisi del potere curiale e il 'sistema' degli scandali

(Articolo scritto per Confronti) - La segretezza del Vaticano non esiste più, o quasi. Certo quando si conducono importanti trattative diplomatiche come nel caso dei negoziati fra Cuba e Stati Uniti in cui la Santa Sede ha svolto un ruolo centrale, la riservatezza regge ancora. Lo stesso però non può dirsi quando sul tappeto ci sono le beghe e i problemi – i famosi scandali – che attraversano ormai come un male endemico la curia romana. I panni sporchi si lavano in pubblico, meglio se a mezzo stampa e anzi, meglio ancora, se la stessa rivelazione di vizi e affari privati diventa un messaggio ad amici e avversari, uno scoop, un colpo di scena. Prelati e amici di prelati e amici degli amici, si muovono ormai da diversi anni in questo terreno incerto, in questa terra di mezzo mediatica, a cavallo delle due sponde del Tevere, fra libertà di stampa e scandalismo a buon mercato, fra 'rivelazione' e colpo basso ad uso interno.


Così dopo il prima vatilekas, quello di Paolo Gabriele, l'assistente di camera di Benedetto XVI che trafugava documenti dall'appartamento del papa per divulgarli all'esterno, ne è deflagrato un secondo. La tecnica è la stessa (e del resto medesimo è uno dei terminali, il giornalista Gianluigi Nuzzi): documenti riservati, di tipo finanziario principalmente, vengono sottratti da vari organismi vaticani e fatti arrivare a chi li avrebbe potuti divulgare con ampio clamore (secondo il Vaticano questa volta oltre a Nuzzi, anche il giornalista Emiliano Fittipaldi).

I due vatileaks mostrano somiglianze e differenze. Fra le similitudini abbiamo già detto del metodo, poi ci sono le 'giustificazioni' dei protagonisti. Monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, (ex) Segretario della Prefettura per gli affari economici della Santa Sede, e Francesca Chaoqui ex membro, insieme a Balda, della Cosea (organismo creato a suo tempo dal papa per progettare riforma e riorganizzazione finanziaria e amministrativa del Vaticano), sono stati accusati dalla giustizia d'Oltretevere del furto di documenti riservati (insieme a loro c'è poi Nicola Maio, ex assistente di Balda in seno alla Cosea). Entrambi hanno dichiarato di averlo fatto per “aiutare il papa”. Paradossalmente anche Nuzzi e Fittipaldi, con sfumature diverse, hanno affermato grosso modo la stessa cosa; non solo: la pubblicazione dei famosi documenti, è stata una delle spiegazioni difensive, serviva a denunciare pubblicamente quali erano gli ostacoli cui si trovava da dover far fronte il papa. Anche Gabriele, d'altro canto, voleva aiutare il pontefice come disse lui stesso all'epoca dei fatti (le quattro udienze del suo processo di svolsero nell'autunno 2012); Benedetto XVI – osservava il 'maggiordomo' - era poco o per nulla informato dei problemi e delle cose che non andavano dentro le mura leonine, da qui la necessità di un disvelamento mediatico. E' facile pensare che di cotanti aiuti forse il papa, quale che sia, farebbe volentieri a meno; ma tant'è, stiamo ai fatti.

Il primo Vatileaks, in realtà, non riguardò solo un libro (“Sua santità”); una lunga serie di carte e informazioni riservate uscì infatti su vari quotidiani e settimanali, erano documenti che coincidevano con aspetti di volta in volta molto specifici delle lotte di potere interne ai sacri palazzi: si trattasse della gestione economica del Governatorato dello Stato vaticano, del 'controllo' della Cattolica di Milano o dello scontro per occupare un posto di riguardo all'interno della Curia. Non un bello spettacolo, insomma, cui forse con troppa condiscendenza si è prestato un sistema mediatico italiano troppo abituato a raccontare il 'Palazzo', anche quello vaticano, dal buco della serratura – e per questo bisognoso di soffiate continue e quindi di contiguità con il 'potere' di turno - invece di provare, attraverso la necessaria distanza critica, a mettere a nudo la crisi di un sistema. 

In questo quadro la figura del cardinale Tarcisio Bertone è emersa facilmente, e non di rado a ragione ma a forza di insistere col rischio di farne uno scontato capro espiatorio (Bertone torna dirompente pure nel secondo Vatileaks), come quella che con più evidenza tentava di occupare i centri di potere della Chiesa universale. E tuttavia dietro l'attacco al 'primo ministro', si nascondeva l'insoddisfazione per la guida debole di Benedetto XVI, ammirato a parole come intellettuale dai settori più conservatori dell'opinione pubblica e della Chiesa, e in realtà guardato con fastidio per quei tentativi di moralizzare e modernizzare, dalla pedofilia alla finanza, la Chiesa.

Il secondo vatileaks cade, al contrario, in un contesto diverso nel quale il nuovo papa, eletto proprio per rimuovere le cause degli scandali, opera – sia pure secondo una tempistica che tiene conto della complessità della macchina curiale - interventi drastici e chirurgici sulle strutture vaticane chiuse e refrattarie ad ogni trasformazione vera, profonda. E' così così che si approda a quella trasparenza finanziaria richiesta ormai alla Santa Sede tutti gli organismi internazionali, è lungo questa strada che si assiste a un rovesciamento della centralità della Curia, svuotata di molti poteri (ma non tutti), e di fatto affiancata dal gruppo di 9 cardinali (il C9 istituito fin dall'inizio del pontificato da Francesco) coordinati dal sudamericano Oscar Rodriguez Maradiaga, che coadiuva il papa su vari fronti. Finite le incertezze del pontificato precedente, sospeso fra conservazione nostalgica della tradizione e necessità di 'fare pulizia', il colpo ora arriva dritto al cuore del sistema.

Gli apparati sentono che il tempo non lavoro a loro favore, molti cardinali messi pure da parte o di fatto 'inutilizzati' dal papa – i cui nomi miracolosamente non compaiono mai nelle rivelazioni dei vatileaks di ieri e di oggi – percepiscono come più Bergoglio 'fa' il papa, più il cambiamento assume i connotati dell'irreversibilità. Questo stato di cose spiega, almeno in parte, per quale ragione una serie di notizie, alcune palesemente false (il papa ha un tumore alla testa), sono cominciate a uscire durante il sinodo sulla famiglia e restituisce inoltre il clima generale nel quale ci si muove. Alcuni punti fermi vanno però sempre tenuti presenti: il pontificato di Francesco porta con sé la fine di un 'privilegio' italiano vissuto come diritto 'naturale' dentro la Curia romana e nei rapporti fra Vaticano e mondo politico, economico e affaristico del nostro Paese; è un processo che non sta avvenendo in modo indolore.

Bisogna poi considerare che Oltretevere, una volta operate le riforme, si tende a guardare avanti, a chiudere cioè i conti con il passato e a non riaprirli, il che genera tensioni con le procure, con un passato di rogatorie inevase e con settori dell'opinione pubblica critici verso un simile atteggiamento. Infine il ridimensionamento diciamo 'politico' della Curia - non solo dal punto di vista istituzionale – per restituire centralità al vescovo e alla dimensione sinodale nella Chiesa, ben oltre le ingegnerie finanziarie e le cronache sulle metrature degli appartamenti cardinalizi, disegnano una prospettiva tale da mettere in discussione poteri sedimentati per lungo tempo. Da qui conflitti inediti di cui forse stiamo vedendo solo l'inizio.


Francesco Peloso

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