giovedì 11 febbraio 2016

Oriente e Occidente cristiano s'incontrano a Cuba, Raul Castro accoglie Francesco e Kirill

(Articolo scritto per Internazionale) - Cuba succursale del Vaticano, o nuova sede diplomatica del papa. Le relazioni speciali stabilitesi fra il papa argentino e l'isola caraibica, compresa un'intesa personale particolarmente positiva fra Bergoglio e Raul Castro, fanno da sfondo a un evento che non ha precedenti dal punto di vista del cristianesimo: l'abbraccio fra papa Francesco e il patriarca ortodosso Kirill; Roma e Mosca, l'oriente e l'occidente.


I due maggiori leader cristiani del mondo non si erano infatti mai incontrati in precedenza, la cosa avverrà invece il prossimo 12 febbraio a Cuba, mente è in corso una visita del patriarca moscovita a nell'isola caraibica. Francesco, infatti, nella stessa giornata, partirà da Roma diretto in Messico, ma lungo la strada ci sarà l'inaspettata sosta ecumenica cubana. Come già avvenne nel settembre scorso, quando prima di raggiungere gli Stati Uniti il papa fece tappa a l'Avana, Bergoglio di nuovo in rotta verso il continente americano, si fermerà a Cuba, luogo sempre più strategico della diplomazia vaticana. All'aeroporto saluterà di persona Kirill - dopo tanti messaggi inviati attraverso i rispettivi ambasciatori - e si tratterrà con lui per circa due ore. Alla fine firmeranno un documento comune nel quale, c'è da crederlo, toccheranno tante questioni: dalla crisi ucraina, al tema dei cristiani perseguitati in Medio Oriente, dalla difesa dell'ambiente alla pace, al dialogo fra i popoli, le religioni, le nazioni.

Ma più dei testi questa volta a pesare è l'evento in sé. Non c'è dubbio infatti che Francesco sia arrivato a questo appuntamento storico in tempi relativamente brevi: sono stati sufficienti i primi tre anni di pontificato, anche se decisiva è stata poi la messa a punto di una strategia originale. Se è vero, d'altro canto, che già i pontefici precedenti avevano cercato una strada verso Mosca, emerge come Bergoglio per raggiungere l'obiettivo abbia rovesciato i termini della questione cambiando prima il terreno di gioco e poi lavorando all'incontro.

Francesco, insomma, ha in primo luogo liberato la Santa Sede dallo schema della guerra fredda: la Chiesa di Roma non è più, con lui, Chiesa solo d'occidente, ma al limite è la Chiesa del sud del mondo, degli scartati, certo, e anche di un nuovo ordine mondiale ancora incerto, in cui agli equilibri del terrore atomico delle due superpotenze si sostituisce il multilateralismo e il multipolarismo. Sul piano ecclesiale, poi, Francesco si affermato come il papa che vuole unire le chiese - al di là delle differenze che permangono – facendo leva sui punti in comune e riducendo il più possibile il potere del papato inteso come potere del sovrano assoluto. In tale ambito, pure, va considerato il nuovo ruolo assunto dal sinodo nella Chiesa cattolica, non più organismo consultivo e sostanzialmente privo di poteri, ma centro del confronto dal quale scaturiscono in modo collegiale le decisioni. In tal modo la Chiesa cattolica prova ad allinearsi alle altre chiese cristiane.

Vista quindi in una prospettiva globale, la strategia di papa Francesco assume contorni sempre più definiti: il papa, infatti, nei giorni scorsi ha pure annunciato che andrà a commemorare i 500 anni della Riforma di Lutero in Svezia, quindi ha visto il leader iraniano Rohani e ha aperto un dialogo con la Cina che potrebbe portare in tempi forse non troppo lontani all'apertura di relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e Pechino. Dunque la Russia è parte di un mondo più ampio, non ci sono esclusivismi. Francesco ha rotto lo schema della contrapposizione Washington-Mosca, ha dialogato con i leader di entrambi i Paesi, e ora allarga il campo ulteriormente; senza contare la sua America latina, da Cuba alla Bolivia, al Messico ricollocata al centro della scena.


Nel mondo diventato più grande e più piccolo nel medesimo tempo, Bergoglio ha lanciato un messaggio al patriarcato di Mosca: il dialogo è possibile, ma chi si rifiuta di accettarlo, rischia l'isolamento nella sfera religiosa come in quella politica. Tuttavia per conquistarsi la fiducia degli ortodossi tuttavia, il Papa ha operato con prudenza in una delle crisi più drammatiche e sanguinose che attraversano il mondo, quella ucraina. La divisione del Paese ha messo di fronte anche gli opposti nazionalismi cristiani, quello del patriarca Kirill, e quello dei greco-cattolici fedeli a Roma. La Santa Sede non ha assunto mai in modo integralista la difesa dei 'suoi', piuttosto ha chiesto a tutti, Putin compreso, il rispetto degli accordi di pace non facendo però alcuna distinzione fra le vittime. Le storiche tensioni fra cattolici e ortodossi che avevano come terreno privilegiato di scontro proprio l'Ucraina, si sono così sciolte nel momento forse più difficile. E ora è arrivato il momento del dialogo. Certo, non mancano le differenze. Se infatti Roma e Mosca, per esempio, condividono l'allarme per le persecuzioni cui sono sottoposte le comunità cristiane in Medio Oriente, il Vaticano guarda anche a un futuro in cui la presenza dei cristiani nella regione, non sia più sottposta al potente di turno, al contrario bisognerà lavorare - e questo dovranno fare i cristiani in prima persona secondo il Segretario di Stato Pietro Parolin – per l'affermazione dei principi di cittadinanza in ragione dei quali ogni persona indipendentemente dalla sua fede o appartenenza etnica, gode di eguali diritti.  

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