domenica 10 aprile 2016

Il Vaticano ha dato il via all'apertura degli archivi sulla dittatura argentina

E' cominciata l'apertura degli archivi vaticani relativi agli anni delle dittature latinoamericane. Un fatto unico sotto molti aspetti, in primo luogo per le sue implicazioni politiche e per i contrasti che si vissero all'interno della stessa Chiesa. Ma la sua eccezionale importanza risiede innanzitutto nella qualità del materiale conservato Oltretevere, per il contributo che ne potrà venire sia alla conoscenza degli eventi che in merito alla sorte di tanti scomparsi di cui non si è saputo più nulla.


In particolare il periodo chiave di quest'opera di declassificazione di documenti riservati, riguarda grosso modo l'arco di tempo che va dal 1970 ai primi anni '80, in quel decennio infatti, molti amici e parenti di vittime di detenuti, desaparecidos, vittime di omicidi, si rivolsero alla Chiesa e al Vaticano per aver aiuto o ricevere notizie. Non solo: molto articolato fu anche il ruolo di vescovi e sacerdoti; settori delle gerarchie collusi con i vari regimi militari e favorevoli all'azione repressiva, si alternavano a personalità che si batterono con coraggio contro l'azione punitiva e violenta dei militari, si pensi - per esempio - al cardinale Raul Silva Henriquz, arcivescovo di Santiago del Cile (celebre fu la sua 'Vicaria de la solidaridad' che forniva aiuto legale e medico alle vittime della dittatura).

L'apertura degli archivi della Santa Sede riguarda intanto due Paesi, l'Uruguay e l'Argentina (ben presto però ne potrebbero seguire altri), nei quali la presa del potere da parte dei militari fu particolarmente efferata. La scelta naturalmente acquista maggior peso per l'origine argentina dell'attuale pontefice e rappresenta il mantenimento di una promessa che Bergoglio aveva fatto alle “abuelas del plaza de Mayo” (le nonne di plaza de Mayo), in relazione appunto all'apertura degli archivi della Santa Sede. In questo caso il primo obiettivo è quello di verificare se fra quei documenti ve ne siano almeno una parte che permettano di identificare qualcuno dei figli sottratti ai desaparecidos (o nati durante la prigionia) e poi adottati illegalmente dai militari o dai loro complici. Si tratta di uno dei capitoli più dolorosi e drammatici fra quelli inerenti la stagione sanguinosa delle giunte militari argentine (1976-1983).

Nei giorni scorsi poi il papa ha incontrato – e non è la prima volta – alcuni familiari e amici di desaparecidos argentini, d'altro canto il suo impegno diretto nella vicenda ha messo in movimento anche l'episcopato argentino che ha stabilito già da tempo una linea di collaborazione con le “abuelas”; alcuni preti e organizzazioni cattoliche erano infatti a conoscenza di molti casi di adozioni illegali e in qualche modo, secondo le ricostruzioni e le testimonianze, le agevolarono o le coprirono. Nel caso dell'Argentinadel resto – come in gran parte dei Paesi latinoamericani - la Chiesa si divise di fronte alla dittatura. Un parte rilevante della gerarchia si schierò con i militari e ben presto ebbe tutti gli elementi per valutare la portata dell'attività repressiva; alcuni vescovi e più diffusamente ambienti missionari come del clero di base, si opposero invece ai militari e pagarono col sangue la propria scelta.

E' stato scritto poi di una terza componente, quella cui appartiene Bergoglio, all'epoca dei fatti Provinciale dei gesuiti, che operò nell'ombra per salvare vite umane (si veda “La Lista Bergoglio”, di Nello Scavo); di quest'azione umanitaria ha dato atto all'attuale pontefice il premi nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel, pure torturato dai militari argentini. Ancora da sottolineare il ruolo della diplomazia vaticana, accusata di aver intrattenuto rapporti fin troppo stretti con le giunte, e che tuttavia – non senza ambiguità e zone d'ombra – in vari casi operò per aiutare o mettere in salvo quanti per varie ragioni erano finite nelle mani degli aguzzini. Vasta dunque e diversificata può essere la documentazione in possesso del Vaticano.

Ma al di là delle polemiche e degli strascichi di una vicenda che ha lasciato ferite profonde nella società e una scia continua di recriminazioni dietro di sé, vanno messi in luce alcuni dati di fatto significativi. In primo luogo va rilevato come, una volta eletto papa, Bergoglio abbia già fornito una documentazione importante, conservata – o meglio sepolta - in Vaticano, utile a fare chiarezza sul caso dell'omicidio di monsignor Enrique Angelelli, vescovo oppositore dei militari, simbolo di una Chiesa che non ha ceduto alla dittatura, morto ufficialmente in un incidente stradale, in realtà, come provato adesso anche sotto il profilo processuale, ucciso dai sicari della giunta; documenti decisivi sia per fare giustizia che per aprire la causa di beatificazione di Angelelli.

Da rilevare, poi, che l'apertura degli archivi decisa dalla Santa Sede, arriva in contemporanea con l'annuncio fatto da Barack Obama in merito alla declassificazione della documentazione riservata di tipo militare e ancora rimasta segreta, relativa al golpe e alla dittatura argentina conservata negli Stati Uniti. Ulteriore conferma di come su molti temi Francesco e il capo della Casa bianca abbiamo compiuto scelte condivise e seguito un percorso comune.

A restituire il senso dell'operazione compiuta in Vaticano, infine, è lo stesso comunicato con il quale padre Federico Lombardi dava notizia sugli archivi lo scorso 23 marzo. Se da una parte si spiegava come fosse necessario un lavoro di qualche mese per portare a termine la catalogazione delle carte, alla fine di precisava: “Fin d’ora si cerca tuttavia di rispondere a domande specifiche per questioni particolari di carattere giudiziario (rogatorie) o umanitario”. Insomma dietro richiesta circostanziata, è possibile un accesso immediato alla documentazione. E d'altro canto i familiari dei desaparecidos avevano domandato alla Santa Sede un passo in questo senso non con l'obiettivo di riaprire il capitolo delle colpe e delle responsabilità, ma soprattutto per ottenere un aiuto nel ricostruire la sorta degli scomparsi e dei loro figli. Angela Boitano, 84 anni, presidente dei “Familiari di detenuti o desaparecidos per ragioni politiche”, appresa la notizia dell'apertura degli archivi vaticani ha commentato: “Quegli archivi sono molto importanti, tanto quanto quelli conservati dalle forze armate argentine e spero che presto avremo novità”.

Un'affermazione impegnativa quella di Angela 'Lita' Boitano, che va compresa alla luce di quanto ella stessa affermò in un'intervista all'agenzia Askanews dopo aver incontrato papa Francesco circa un anno fa ed aver ricevuto la rassicurazione che gli archivi sarebbero stati aperti. Secondo la Boitano in Vaticano si trova un elenco importante e forse unico dei desaparecidos argentini.


“Ho vissuto a Roma dal 1979 al 1983 – ha spiegato nell'intervista - avevo scritto al Vaticano informandoli sui miei figli, ma non avevo avuto risposta. Appena arrivata sono andata dove sapevo di dover andare, al pontificio consiglio Giustizia e pace, a Trastevere. Mi chiedono chi sono, gli spiego che mi chiamo Angela Boitano e sono madre di due desaparecidos. Il funzionario è andato a prendere una scheda, che ho visto, e c'era scritto il mio nome, e poi i seguenti dati: madre di Michelangelo Boitano, sparito il 29 maggio del 1976, e di Adriana Silvia Boitano, sparita il 24 aprile del 1977. Avevano segnato e archiviato tutto. Non posso dire che ci siano altre informazioni, ad esempio i campi di concentramento dove furono portati e ammazzati, ma sono sicura che l'elenco dei desaparecidos più completo sia quello del Vaticano”.

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