lunedì 12 dicembre 2016

Bergoglio risponde a Trump a suon di cardinali. Come cambia la Chiesa americana

I due non si amano, hanno entrambi hanno personalità forti e non sono abituati a mollare la presa tanto facilmente: non sarà facile insomma sciogliere il gelo che separa oggi il nuovo presidente Usa Donald Trump e papa Francesco. Eppure politica e diplomazia sono strumenti duttili; il miliardario-presidente prima o poi verrà a qualche più mite consiglio, e Francesco farà prevalere il 'bene della Chiesa'


Articolo pubblicato su Lettera43.it 

D'altro canto non era proprio Bergoglio, da arcivescovo di Buenos Aires, un acerrimo nemico dell' ex presidente Cristina Kirchner e un fiero rivendicatore delle Malvinas argentine? Da papa, Francesco ha teso una mano alla sua ex rivale incontrata numerose volte; per non dire di Elisabetta II, regina d'Inghilterra, venuta in Vaticano, e accolta come una vecchia amica. 'Todo cambia', allora? Fino a un certo punto, perché i precedenti sono pesanti. “Chi costruisce muri non può dirsi cristiano”, disse il Papa nel febbraio scorso, tornando dal Messico, dove si era fermato a pregare davanti ai fili spiniti e alle barriere che tagliano addirittura in due una città, El Paso-Ciudad Juarez a seconda che ci si trova sul lato americano o su quello messicano del confine. Qui dovrebbe sorgere, a dare maggior tenuta alla porosità umana della frontiera, il muro trumpiano, di cui però lo stesso tycoon, prudentemente, ha per ora smesso di parlare.

Quando poco meno di un anno fa il papa pronunciò il severo giudizio, i giorni della sorprendente vittoria di Trump erano ancora lontani, tuttavia la sua corsa verso la Casa Bianca era già iniziata a suon di promesse di rimpatri per milioni di 'indocumentados' (gli immigrati senza cittadinanza o permessi di soggiorno) e Bergoglio tentò subito lo sgambetto. D'altro canto il primo papa sudamericano e del sud del mondo, aveva scelto fin dal principio del pontificato di porre al centro del suo magistero i migranti, i profughi; senza contare che in America i 'latinos', con cittadinanza o irregolari, costituiscono oggi, numeri alla mano, la spina dorsale del nuovo cattolicesimo a stelle e strisce. Sarà allora compito delicato delle rispettive diplomazie, a Washington e a Roma, quello di aprire un buon canale di comunicazione fra Casa Bianca e Vaticano.

E se è vero che una maggioranza, stretta, di fedeli della Chiesa di Roma – ma non di latinos in senso assoluto – ha votato questa volta per Trump (nelle due precedenti tornate elettorali era stato prescelto Obama), il peso sociale ed elettorale della comunità di origine ispanica è destinato ad aumentare. Così Francesco non ha perso tempo: e mentre il mondo viveva lo shock Trump, lui correva subito ai ripari. Il 16 novembre scorso, infatti, si riuniva l'assemblea dei vescovi Usa per eleggere la nuova leadership della Chiesa Usa: presidente diventava il cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston, tradizionalista, rappresenta il partito pro-life, non troppo in sintonia con il papa sulla morale, ma attento alla questione migratoria. Soprattutto, però, ha destato scalpore l'elezione del vice di Di Nardo che, secondo la prassi, diventerà presidente a sua volta fra tre anni, dunque nel pieno della presidenza Trump. Si tratta di José Gomez, 65 anni, messicano di Monterrey naturalizzato statunitense, arcivescovo della più grande diocesi americana, Los Angeles. Dunque fra non molto a capo della Chiesa americana ci sarà un 'latino'.

Se fra tre anni Francesco sarà ancora al suo posto, la trazione latinoamericana della Chiesa universale sarà fortissima, d'altro canto siamo di fronte a una svolta che riguarda non solo la Chiesa ma, più in generale, l trasformazione sociale e culturale in corso in America. Gomez viene dall'Opus Dei e non è certo un riformista in campo etico, tuttavia è un difensore determinato e inflessibile di immigrati, poveri e 'scartati', per dirla alla Bergoglio,in tal senso si è battuto per la riforma migratoria a lungo bloccata dal Congresso sotto la presidenza Obama. Nei giorni successivi all'elezione di Trump, nel corso di una celebrazione interconfessionale a Los Angeles, ha pronunciato una lunga omelia nella quale ha fra l'altro sostenuto: “il sistema migratorio non funziona da molti anni e i leader politici avrebbero potuto metterlo in regola già da diverso tempo. Più di 2 milioni di persone sono state deportate negli ultimi 8 anni, questo non può succedere. Siamo gente migliore di così in questo Paese. Dobbiamo insistere affinché via sia una soluzione giusta e degna dell'America”.

Ma non è finita qua. Se Gomez rappresenterà la nuova America mista, metropolitana, in cui aumenta il peso delle comunità latine, Francesco ha dato maggior forza a tutta la Chiesa statunitense individuando una serie di figure chiave destinate, insieme a Gomez, a contare sempre di più in futuro. Per questo ha nominato ben tre cardinali nell'ultimo gruppo di nomine, e tutti assai significativi. In primo luogo ha ricevuto la berretta rossa Blase Joseph Cupich, arcivescovo di un'altra mega-città simbolo, Chicago; Cupich è un 'liberal', pienamente in sintonia con le aperture e le riforme di Francesco; sulla stessa linea Joseph William Tobin, ex arcivescovo di Indianapolis e appena nominato da Francesco capo della diocesi di Newark, in New Jersey (titolo che comprende anche l'amministrazione ecclesiastica delle isole caraibiche di Turks and Caicos, noto porto d'approdo per la finanza offshore). A Newark, il neocardinale prenderà il posto del vescovo John Myers, ultraconservatore, accusato di aver insabbiato casi di abuso sessuale, criticato per essersi costruito una mega residenza in vista della pensione. A Indianapolis Tobin si era scontrato con il governatore dell'Indiana, Mike Pence – diventato nel frattempo il vice di Trump – per aver deciso di accogliere dei profughi siriani nonostante le obiezioni dello stesso Pence.

Infine un cardinale americano di primo piano è tornato in Curia, si tratta dell'arcivescovo Kevin Jospeh Farrell, diventato prefetto del nuovo dicastero – figlio della riforma della Curia e di vari accorpamenti – che si occuperò di laici, famiglia e vita (la bioetica in tal modo non è più un 'regno separato'). Farrell – passato anche dai Legionari di Cristo che però ha abbandonato da tempo - è un 'centrista', insomma né un bergogliano tutto d'un pezzo né un intransigente pro-life, ama la Chiesa della misericordia di Francesco senza esporsi troppo. Il nuovo prefetto, tuttavia, vanta un curriculum importante: ha svolto compiti importanti di gestione amministrativa ed economica nella Chiesa americana, ha insegnato nelle università e coordinato attività caritative. Si tratta di un'altra figura destinata a crescere Oltretevere e che di sicuro soddisfa una Chiesa Usa tornata a contare anche nei sacri palazzi.

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