lunedì 19 giugno 2017

Card. Parolin: gli scartati e lo sviluppo economico, da Paolo VI a Francesco

Riprendo qui un ampio stralcio di un intervento del cardinale Pietro Parolin pubblicato dall’Osservatore romano del 20 giugno 2017, dedicato ai 50 anni della "Populorum Progressio", la celebre enciclica sociale di Paolo VI. Il Segretario di Stato vaticano tocca diversi temi interessanti, fra questi cita la critica al capitalismo di Giovanni Paolo II all’indomani della caduta del Muro di Berlino e poi sottolinea come Montini già parlasse “dell’ingiustizia delle transazioni” inserendole nei sistemi oppressivi che pregiudicano lo sviluppo.


“…Quanto si realizza a livello locale ha una ripercussione quasi immediata anche sul piano globale. Siamo tutti interconnessi attraverso le maglie digitali di una vera e propria comunità virtuale, eppure, mai come oggi, riemergono la solitudine individuale, la precarietà del percorso personale e una certa sensazione di poter essere scartati, sul piano del lavoro e delle proprie attese professionali, o semplicemente perché si viene considerati inadeguati rispetto ai nuovi parametri di sviluppo.
Il Santo Padre lo ha puntualmente sottolineato, accogliendo in Vaticano i membri della Global Foundation, il 13 gennaio scorso: «È inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta uomini, donne e bambini, per il fatto che questi sembrano non essere più utili ai criteri di redditività delle aziende o di altre organizzazioni. Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o che permettono lo scarto degli altri diventano essi stessi una macchina senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, saranno scartati, quando non saranno più utili a una società fondata meramente sull’idolo del dio denaro».

Già nel 1991, san Giovanni Paolo II, di fronte al crollo dei sistemi politici, che avevano oppresso tanta parte dell’Europa e di altre regioni del mondo, guardando alla progressiva integrazione dei mercati appena avviata, e che oggi conosciamo con il termine di globalizzazione, avvertiva circa il rischio che si diffondesse ovunque un’altra ideologia altrettanto radicale, di tipo capitalistico. Essa si sarebbe caratterizzata per il rifiuto di prendere in considerazione i fenomeni dell’emarginazione, dello sfruttamento e dell’alienazione umana, ignorando così le moltitudini che vivono ancora in condizioni di profonda miseria materiale e morale, e affidandone fideisticamente la soluzione unicamente al libero sviluppo delle forze del mercato. Egli, domandandosi se un tale sistema economico fosse il modello da proporre a coloro che cercavano la via del vero progresso sociale, riteneva che la risposta dovesse essere decisamente negativa: «Questa non è la via!».

In un tale dinamismo, la nostra terra vicentina è pienamente inserita in quanto, con la sua laboriosità instancabile e generosa, ha le caratteristiche per rispondere a quella peculiare vocazione allo sviluppo, che costituisce il cuore del messaggio di Paolo VI nella Populorum progressio. Infatti, «nel disegno di Dio — afferma Papa Montini — ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione».

È proprio tale constatazione a legittimare l’interesse della Chiesa per le problematiche dello sviluppo, poiché l’uomo deve poter essere messo in condizione di portare a compimento la propria vocazione. Ciò esige di «essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, una occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità». L’osservazione di Paolo VI appare poi ancor più pertinente e profetica nell’attuale contesto planetario tanto variegato e complesso da imporre una riflessione approfondita sul significato e sulle caratteristiche di uno sviluppo che sia autenticamente umano.

La Populorum progressio viene pubblicata nel 1967, appena due anni dopo la chiusura del concilio ecumenico Vaticano II, il cui ultimo frutto magisteriale era stata la costituzione apostolica Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Con questa enciclica, Papa Montini si colloca al culmine di un percorso, che aveva lungamente impegnato i precedenti Pontefici nell’affrontare i problemi sociali dell’epoca contemporanea, attraverso una serie di documenti che costituiscono il corpus di quella che chiamiamo comunemente dottrina sociale della Chiesa.

La Populorum progressio è un punto di arrivo importante di questo cammino, ma soprattutto è il punto di partenza di una nuova prospettiva, che nasce dalla costatazione che «oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prender coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale». Paolo VI «ribadì — afferma Benedetto XVI nella Caritas in veritate — l’imprescindibile importanza del Vangelo per la costruzione della società secondo libertà e giustizia, nella prospettiva ideale e storica di una civiltà animata dall’amore.

Paolo VI comprese chiaramente come la questione sociale fosse diventata mondiale e colse il richiamo reciproco tra la spinta all’unificazione dell’umanità e l’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, solidale nella comune fraternità. Indicò nello sviluppo, umanamente e cristianamente inteso, il cuore del messaggio sociale cristiano e propose la carità cristiana come principale forza a servizio dello sviluppo».

Papa Montini sembra dunque porsi in modo profetico interrogativi oggi drammaticamente attuali: quando lo sviluppo è autenticamente umano? Che cosa significa sviluppo umano in un contesto globale? Fin da subito il Pontefice sgombra il campo da possibili equivoci: lo sviluppo non è sinonimo di crescita economica e non può ridursi essenzialmente a essa. «Per essere autentico sviluppo — afferma — deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto, “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”». Infatti, seppure lo sviluppo richieda tecnici e conoscenze tecniche, esso «esige ancor di più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare sé stesso, assumendo i valori superiori d’amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane».

Con la profonda lucidità di giudizio che lo ha sempre contraddistinto, Paolo VI enuclea le condizioni meno umane, che ostacolano uno sviluppo autentico, ovvero: la carenza di mezzi materiali e morali, le strutture oppressive, lo sfruttamento dei lavoratori e «l’ingiustizia delle transazioni», e quelle più umane che lo facilitano, ossia: «la vittoria sui flagelli sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura (...), l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace (...), il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi, e di Dio che ne è la sorgente e il termine (...), infine e soprattutto: la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini».

Nella lettera apostolica Octogesima adveniens, scritta nel 1971 in occasione dell’ottantesimo anniversario della Rerum novarum, il Pontefice metterà ulteriormente in guardia da visioni utopistiche e ideologiche di sviluppo, che non tengano conto della dimensione trascendente che contraddistingue l’essere umano”.

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