domenica 16 luglio 2017

Chiesa e bioetica, tracce di una storica svolta sul testamento biologico

La legge sulle “disposizioni anticipate di trattamento” (dat), ovvero la nuova versione del testamento biologico, già approvata dalla Camera e ora all’esame del Senato, rappresenta una buona mediazione fra diverse esigenze, si tratta di una soluzione equilibrata e può dunque essere condivisa. E’ questo il giudizio positivo reso noto da “Aggiornamenti sociali”, la rivista de gesuiti italiani che spesso interviene sui temi politici più rilevanti e delicati . E la presa di posizione della testata, avvalorata dal suo “gruppo di studio sulla bioetica”, è un punto di svolta.

 Il mondo cattolico esce dalla cittadella fortificata dei principi non negoziabili assunti come dogma politico-teologico degli ultimi decenni, per dare un consenso ragionato e inclusivo a una legge attesa da molti anni in Italia e che per altro non è ancora stata approvata. Ma c’è da credere che, per varie ragioni, la posizione espressa da “Aggiornamenti sociali” sia destinata a pesare nel proseguimento del dibattito e dell’iter legislativo. Si tratta infatti di un ‘via libera’ che parla inevitabilmente almeno a una parte del mondo cattolico impegnato in politica e che è schierato trasversalmente nei vari gruppi parlamentari.

In sintesi, si spiega nel lungo articolo della rivista, “il progetto di legge promuove la consapevolezza della complessità delle questioni, afferma il principio del consenso ai trattamenti e il rifiuto di ogni irragionevole ostinazione terapeutica, imposta una relazione tra medico e paziente centrata sulla pianificazione anticipata delle cure, non presta il fianco a derive nella direzione dell’eutanasia”. D’altro canto il progetto è andato avanti tenendo conto delle diverse sensibilità presenti anche a livello politico, è stato oggetto di emendamenti e di discussione accese; per esempio si stabilisce che di fronte a progressi in campo medico tali da poter indurre il medico a compiere una scelta diversa da quella richiesta nelle dat, ciò è consentito; ma si tratta pur sempre di eccezioni all’interno di un quadro normativo abbastanza coerente. 

D’altro canto a lavorare fino all’ultimo a un testo che tenesse conto anche delle sensibilità cattoliche è stato il deputato Mario Marazziti, ex portavoce della Comunità di Sant’Egidio, presidente della Commissione affari sociali della Camera, entrato in Parlamento con il gruppo legato all’ex presidente del Consiglio Mario Monti ora dispersosi in vari rivoli. E in effetti proprio con il governo Monti, il professor Andrea Riccardi, storico e fondatore di Sant’Egidio ,ricoprì la carica di ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, mentre tuttora Mario Giro, altro esponente della Comunità con sede nel quartiere romano di Trastevere, è viceministro agli Affari Esseri del governo Gentiloni. Ma oltre al coté politico conta quello vaticano. Un altro dei fondatori di Sant’Egidio, monsignor Vincenzo Paglia, è stato nominato da papa Francesco presidente della pontificia accademia per la vita, l’organismo che fino a qualche anno era il ‘ministero del no’ d’Oltretevere in materia bioetica, il dicastero insomma che custodiva con intransigenza inappellabile i principi non negoziabili. E la cosa, vedremo, ha la sua importanza; ma andiamo con ordine.

Sì, perché nel testo pubblicato da “Aggiornamenti sociali”, c’è un punto destinato a far crollare le certezze delle posizioni cattoliche più chiuse in materia, quello che riguarda idratazione e alimentazione nei pazienti in coma. Si ricorderà come proprio l’equiparazione di questi due fattori a terapie mediche - tali quindi da poter essere interrotte – fu alla base delle violentissime contestazioni nel caso di Eluana Englaro da parte di alcuni vescovi e gruppi integralisti; i tribunali decisero allora di riconoscere le volontà della ragazza che erano appunto quelle di non restare in vita artificialmente in stato vegetativo (durato 17 anni). “Una questione controversa – si legge nel testo della rivista della Compagni di Gesù - riguarda la nutrizione e idratazione artificiali (Nia), che il progetto di legge include fra i trattamenti che possono essere rifiutati nelle Dat o nella pianificazione anticipata”. “Nella riflessione cattolica – si rileva - si è spesso affermato che questi mezzi sono sempre doverosi; in realtà, la Nia è un intervento medico e tecnico e come tale non sfugge al giudizio di proporzionalità. 

Né si può escludere che talvolta essa non sia più in grado di raggiungere lo scopo di procurare nutrimento al paziente o di lenirne le sofferenze. Il primo caso può verificarsi nella malattia oncologica terminale; il secondo in uno stato vegetativo che si prolunga indefinitamente, qualora il paziente abbia in precedenza dichiarato tale prospettiva non accettabile. Poiché non si può escludere che in casi come questi la Nia divenga un trattamento sproporzionato, la sua inclusione fra i trattamenti rifiutabili è corretta”. E questo è appunto il cuore della svolta (il secondo caso, lo stato vegetativo che si prolunga indefinitamente era appunto quello di Eluana Englaro) che d’altro canto accetta quanto la medicina e la scienza hanno dato per acquisito ormai da tempo.

Interessante anche la composizione del gruppo di studio sulla bioetica di "Aggiornamenti sociali" che ha redatto il ‘parere’ sulla legge relativa alle disposizioni anticipate di trattamento. Vi troviamo infatti don Maurizio Chiodi, teologo della Facoltà Teologica dell'Italia settentrionale di Milano e neo-componente della Pontificia accademia per la vita, Alberto Giannini, responsabile della terapia intensiva pediatrica al Policlinico di Milano, don Pier Davide Guenzi, docente di Teologia morale alla facoltà teologica di Milano, Mario Picozzi, medico legale, Massimo Reichlin, filosofo dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, il gesuita Giacomo Costa e Paolo Foglizzo, rispettivamente direttore e redattore di "Aggiornamenti sociali". Emerge insomma un fronte medico-teologico di fatto alternativo a quello che per molto tempo ha dominato la scena pubblica e quella ecclesiale, capace soprattutto di lavorare per trovare il famoso “punto di equilibrio” fra differenti visioni, cioè negoziando proprio nel merito di problemi complessi che toccano credenti e non credenti.

 E qui appunto gioca anche il suo ruolo la nuova Pontificia accademia per la vita di cui lo stesso papa Francesco ha nominato nei giorni scorsi 50 membri, di cui 5 “ad honorem” (33 conferme rispetto al passato e 17 nomi nuovi; 3 non cristiani) escludendo alcuni dei teologi più conservatori; allo stesso tempo l’istituzione è stata dotata di un nuovo statuto in base al quale fra le altre cose le nomine degli accademici non sono più ‘a vita’, ma rinnovabile ogni 5 anni, mentre fra i dicasteri vaticani con cui dovrà collaborare sono scomparsi la Congregazione per la dottrina della fede (il suo posto è stato preso dalla Segreteria di Stato), come pure quelli della cultura e dell’educazione cattolica; inoltre c’è un’apertura al confronto con studiosi “non cattolici e non cristiani” impegnati nella difesa della dignità umana, mentre si dà spazio alle implicazioni sociali, economiche ed ecologiche relative al tema della ‘vita’.

Non solo: se il presidente è mons. Paglia, fa pure parte di diritto del consiglio direttivo dell’Accademia, il preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per la famiglia e il matrimonio, vale a dire mons. Pierangelo Sequeri, nominato anch’esso da papa Francesco, teologo schierato con Bergoglio, favorevole a una lettura non rigidamente dogmatica del magistero sulla famiglia, sostenitore della comunione ai divorziati risposati civilmente e più in generale di un rinnovamento in quest’ambito. L’istituzione inizierà i lavori nella sua veste rinnovata il prossimo ottobre (dal 5 al 7) quando, alla presenza del Papa, si terrà l’assemblea ordinaria della ‘nuova’ Pontificia accademia per la vita.


Articolo pubblicato su Lettera43 nel giugno del 2017

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