martedì 4 luglio 2017

Da Pell a Calcagno, storie di cardinali indagati. E la riforma finanziaria si blocca

Piovono pietre sulle finanze vaticane. Il cardinale australiano George Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia, è stato incriminato nel suo Paese d’origine con l’accusa di aver commesso, quando era sacerdote, abusi sessuali su minori nella diocesi di Ballarat, stato di Victoria. Il porporato ha lasciato così il delicato incarico che ricopre in Vaticano per sottoporsi al processo, tornerà in Australia e affronterà il giudizio

Pell da tempo si difende con forza da queste accuse giudicandole infamanti e prive di fondamento, parlando di una aggressiva campagna stampa orchestrata nei suoi confronti; d’altro canto le autorità australiane hanno precisato di aver trattato il cardinale come tutti gli altri imputati, insomma di non essersi accanite per favorire un caso mediatico. Inoltre la vicenda è stata accompagnata da inchieste giornalistiche che hanno portato alla luce varie testimonianze.  Sarà allora il procedimento giudiziario a stabilire se ci sono gli estremi o meno per una condanna del porporato, se i fatti contestati hanno valore oppure no. 

Lo stesso Pell, d’altro canto, si era sottoposto nel febbraio del 2016 all’interrogatorio della “Royal commission into institustional responses to child sexual abuse” a Roma stavolta, per testimoniare circa casi di coperture di casi di violenze su minori accaduti nella Chiesa australiana che potevano riguardare il cardinale direttamente o indirettamente. Pell ammise le mancanze della Chiesa e le proprie, riferì nel merito di vari episodi, incontrò le vittime, spiegò quali pratiche la Chiesa aveva successivamente messo in atto per contrastare il fenomeno. Ma certo un conto è insabbiare, e già è una colpa grave, un conto è commettere abusi.

Di sicuro la novità più significativa è che il cardinale, uno dei più stretti collaboratori del Papa, membro del C9 (il gruppo di nove cardinali che coadiuvano papa Francesco nella riforma della Curia), si presenterà sul banco degli accusati. E’ una svolta a 360 gradi nel modo in cui la Chiesa affronta il gravissimo scandalo degli abusi sessuali sui minori, lo scandalo che da più di n ventennio sta mettendo alle corde l’istituzione e i suoi uomini in varie parti del mondo. E una conferma viene proprio dal comunicato ufficiale con il quale il Vaticano dava la notizia relativa al caso del card. Pell: “La Santa Sede – si spiegava - esprime il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate”. E’ un cambiamento radicale di approccio che sconfessa le protezioni offerte in passato a porporati e vescovi protetti dalla cittadinanza vaticana, dall’extraterritorialità, dall’omertà ecclesiastica in generale di fronte a indagini giudiziarie. 

Di certo, tuttavia, resta il fatto che la segreteria per l’Economia, il nuovo dicastero creato in anni recenti per riorganizzare le finanze vaticane, resta senza il suo uomo chiave “il rugbyer” australiano – nella definizione che ne diede Bergoglio - che ora dovrà pensare alla sua difesa. E’ un duro colpo per papa Francesco e per un processo di riforma che sembra incontrare sempre maggiori ostacoli, sia per conflitti interni alla Curia, sia per i guai giudiziari in cui incappano diversi degli uomini chiamati a portare a termine un percorso che, fra tanti accidenti, aveva comunque preso il via. Il rischio ora è che si fermi tutto. E del resto Pell non è l’unico ad avere guai con la giustizia.

 La procura della Repubblica di Savona ha infatti inoltrato una rogatoria internazionale al Vaticano per consegnare l’avviso di conclusione delle indagini al cardinale Domenico Calcagno; il porporato è coinvolto in un’inchiesta relativa a diversi investimenti immobiliari per i quali è stato accusato di malversazione ai danni dello Stato. Si tratta di un passaggio formale che in genere anticipa la richiesta di rinvio a giudizio. I fatti ai quali si riferisce l’indagine risalgono al periodo in cui Calcagno era arcivescovo di Savona (fino al 2007), tuttavia attualmente il cardinale ricopre un incarico nevralgico all’interno della Curia romana, quello di presidente dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) dicastero che gestisce il patrimonio immobiliare e finanziario della Santa Sede.

La procura di Savona gli contesta di aver avallato almeno quattro operazioni immobiliari che avrebbero portato le casse dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero a un grave buco di bilancio tra finanziamenti chiesti alle banche e partecipazioni in società (un passivo di circa18 milioni di euro). Accuse di fronte alle quali Calcagno si è sempre dichiarato estraneo. L’indagine va avanti ormai da alcuni anni e già nel maggio del 2016  - quando divenne di pubblico dominio il coinvolgimento del cardinale nell’inchiesta giudiziaria - la Santa Sede diffuse un comunicato nel quale si affermava: “Le operazioni oggetto di indagine non sono in alcun modo collegate al patrimonio vaticano né all’incarico attualmente ricoperto dal cardinale”. “In merito alle recenti notizie pubblicate da organi di stampa relative alla gestione del patrimonio dell’Istituto per il sostentamento del clero della diocesi di Savona – affermava ancora la nota vaticana - il cardinale Domenico Calcagno, presidente dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, attende di ricevere la notifica degli atti formali del procedimento instaurato dalla procura della Repubblica presso il Tribunale di Savona”. Infine si precisava che “il cardinale Calcagno conferma la propria serenità per il lavoro svolto, considerando che si tratta di questioni insorte principalmente in un periodo di tempo successivo al 7 luglio 2007, data in cui lasciò l’ufficio di vescovo di Savona-Noli”.

La documentazione che il porporato e il Vaticano attendevano è ora in arrivo via rogatoria, in quanto ai fatti contestati, sono emersi successivamente dal 2007, anche perché fra le altre cose, è sui bilanci degli anni successivi che gli ammanchi, i debiti, hanno cominciato a pesare. D’altro canto, nel maggio del 2016, don Pietro Tartarotti,  a capo dell’istituto per il sostentamento del clero all’epoca dei fatti (anche lui sotto indagine insieme al suo vice Gianmichele Baldi e al cardinale), in un’intervista a Repubblica affermò:  "Col cardinale non mi sento dall'epoca in cui era vescovo. Non so cosa dirà ma è evidente che una persona attenta come era lui  è sempre stata al corrente delle scelte dell'Istituto. Si informava, voleva conoscere i dettagli e pur non avendo mai sollecitato nulla, certo è che ha sempre condiviso altrimenti non sarebbero state fatte”.  Nel merito le operazioni oggetto d’indagine hanno un filo conduttore comune, ovvero la trasformazione di edifici come colonie e asili in residence di lusso, villette, ludoteche, parcheggi. Siamo nell’ambito di operazioni edilizie speculative non andate a buon fine; fra queste spicca quella di Celle Ligure in cui le ex ‘colonie bergamasche’ dovevano diventare un mega resort di lusso. E fra l’altro di mezzo c’è pure un fido concesso con troppa facilità da banca Carige (http://www.ilsecoloxix.it/p/economia_e_finanza/2013/09/12/AQWea5M-sotto_accusa_carige.shtml), sul quale indagarono anche gli ispettori di Bankitalia, senza contare il coinvolgimento dei re del mattone della zona e la partecipazione azionaria da parte dell’istituto di sostentamento per il clero in una società costituita ad hoc e conclusasi e solo in tempi recenti (http://www.lastampa.it/2016/06/16/edizioni/savona/colonie-bergamasche-di-celle-la-chiesa-lascia-s9Izgr4lCUpd2aCjdDZ8MM/pagina.html). Un bell’intrico insomma, e se è vero che un’indagine non vuol dire colpevolezza, che bisogna attendere il processo, bisognerà vedere come reagirà la Santa Sede. Certo è che nel febbraio del 2018 Calcagno raggiungerà i 75 anni, l’età della pensione e a quel punto il Papa, se vorrà, potrà sostituirlo in modo indolore.

D’altro canto la ‘specializzazione’ finanziaria del cardinale ligure (vicino all’ex Segretario di Stato Tarcisio Bertone), ha radici ormai antiche. Già nel 1985, nella diocesi di Genova  - dove aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale dal cardinale Giuseppe Siri nel 1967 – è nominato a capo dell’istituto diocesano di sostentamento del clero; successivamente, chiamato a Roma, viene messo a capo dell’Istituto centrale di sostentamento del clero, quindi nel 1999 diventa economo generale della Conferenza episcopale italiana. Nel 2002 Giovanni Paolo II lo rispedisce in Liguria come vescovo di Savona, carica che ricopre fino al 2007. E proprio a questo periodo risalgono una serie di problemi finanziari nei quali il porporato viene chiamato in causa.

Ma in realtà, con il cardinale Bertone insediato ai vertici del Vaticano, la carriera di Calcagno, come quella di altri prelati legati al Segretario di Stato, prosegue rapida: nel 2007 infatti viene prima nominato da Benedetto XVI Segretario dell’Apsa, per poi assumerne la presidenza nel 2011. Di fatto Calcagno è un bertoniano doc che resiste al cambio di pontificato avvenuto nel 2013. E proprio con il nuovo papa inizia la fase convulsa della riforma finanziaria d’Oltretevere; in questo frangente l’Apsa  cerca di mantenere intatte le proprie competenze e soprattutto il proprio potere di gestione delle finanze e degli immobili. Sul fronte opposto c’è il cardinale australiano George Pell, prefetto della Segreteria dell’Economia e membro del C9, il ristretto gruppo di cardinali che coadiuva il Papa nella faticosa riforma della Curia romana. Pell ha cercato di assumere il controllo assoluto delle finanze d’Oltretevere, il che ha dato vita a una serie di colpi e contraccolpi legislativi in ragione dei quali alla fine le cose sono state suddivise in questo modo: la programmazione del budget di ogni singolo dicastero e ente, il controllo sulla trasparenza, l’efficienza amministrativa e la definizione di standard finanziari condivisi, sono compiti che spettano al dicastero di Pell, la gestione dei beni all’Apsa.

Ma proprio nella primavera scorsa una nuova contesa è scoppiata fra Segreteria per l’Economia e Apsa; quest’ultima infatti aveva mandato due lettere agli organismi della Curia ai quali si chiedeva di raccogliere tutta la documentazione finanziaria necessaria per permettere alla società di consulenza Pwc (PricewaterhouseCoopers)  di compiere un lavoro di revisione contabile. L’iniziativa era contesta in modo eclatante sia dal card. Pell che dal revisore generale della Santa Sede, Libero Milone; entrambi firmavano a loro volta una missiva diretta agli stessi organismi nella quale si precisava che «l'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa) non ha nessuna autorità né prerogativa per richiedere agli enti della Santa sede e del Vaticano di sottoporsi ad attività di revisione contabile né di inviare informazioni afferenti al proprio ente alla società esterna Pwc o ad altri soggetti». Tale compito spettava infatti al revisore generale, vale a dire allo stesso Libero Milone. La storia non è però finta qua, nelle settimane scorse infatti si è repentinamente dimesso lo stesso Milone. Dimissioni quanto mai improvvise e inattese sulle quali il Vaticano non ha voluto dare alcuna spiegazione e lo stesso cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, interpellato in merito dai giornalisti ha ripetuto più volte: “no comment”.  Milone ha lasciato perché ha visto l‘impossibilità di portare a termine il suo lavoro? Oppure aveva compiuto atti che andavano oltre le proprie prerogative? O, infine, è stata l’incriminazione di Pell a indurlo a lasciare il suo posto? 

Quest'articolo è stato pubblicato su Lettera43 nel mese di giugno 2017

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