lunedì 25 settembre 2017

Emanuela Orlandi, la verità giudiziaria (assente) e la possibile verità storica

Dossier, depistaggi, intrighi, segreti Vaticani: il caso di Emanuela Orlandi è una specie di ‘evergreen’ giornalistico, di romanzo a puntate del quale non ci si stanca mai, anche perché di tanto in tanto vengono aggiunti nuovi particolari alla trama, veri o falsi non importa, ciò che conta è che il mistero resti tale e il racconto continui. La storia reale però è quella di una ragazza di 15 anni figlia di un dipendente vaticano (un commesso della Prefettura della casa pontificia, l’organismo che gestiva, all’epoca, le udienze con il papa e i relativi protocolli diplomatici), scomparsa nel nulla il 22 giugno del 1983. 


La sua vicenda viene accostata a quella di un’altra giovane, Mirella Gregori, 16 anni, pure lei sparita a Roma poche settimane prima, il 7 maggio del 1983. Alcune dichiarazioni di Ali Agca (l’attentatore di Papa Wojtyla)  e poi una serie di telefonate anonime, per un certo periodo misero in relazione le storia delle due giovani, si ventilò anche l’ipotesi che fossero tenute prigioniere insieme, ma nulla di concreto è mai realmente emerso al riguardo.

Negli ultimi giorni, invece, ha fatto scalpore la pubblicazione da parte di ‘Repubblica’ e ‘Corriere della Sera’ di un documento sensazionale che avrebbe dovuto riaprire il caso Orlando ma che, quasi da subito, si è rivelato assai poco credibile. In base alle nuove rivelazioni, in Vaticano avrebbero prodotto una sorta di rendicontazione relativa al caso Orlandi in cui si certificavano spese di ogni tipo fino al 1997 per “allontanare e tenere in vita” ma nascosta, segregata, la ragazza, fino alla morte e, a quanto si capisce, all’occultamento del cadavere. Il testo contiene alcuni errori formali che sembrano messi lì apposta: è sbagliato il nome di uno dei destinatari, il francese mons. Jean Louis Tauran (nel testo c’è scritto Luis), mentre il cardinale che avrebbe redatto il testo si rivolge all’altro destinatario - mons. Giovanni Battista Re - definendolo “sua riverita eccellenza” invece di utilizzare la formula classica: “sua eccellenza reverendissima”.

Quisquilie, pinzillacchere, avrebbe detto Totò, e tali resterebbero di fronte all’enormità della notizia se non fosse assai improbabile che in Vaticano si redigesse un documento simile, in varie copie, diffuse per altro in diversi uffici, con i conti per il mantenimento della ragazza, le spese della sua prigionia  – per 13 anni! - in una residenza dei missionari scalabriniani a Londra…Un po’ Dan Brown di seconda mano, d’accordo, ma forse c’è altro: probabilmente il testo contiene messaggi in codice, minacce velate, ipotesi di ricatto. I due destinatari, per altro, non sono stati scelti a caso: mons. Giovanni Battista Re all’epoca era Sostituto della Segreteria di Stato (e aveva seguito il caso Orlandi) e Tauran era il ‘ministro degli Esteri’ vaticano, ovvero i due principali collaboratori dell’allora Segretario di Stato il cardinale Angelo Sodano che non viene però menzionato, mentre nel rendiconto si fa invece il nome del suo predecessore, Agostino Casaroli. Certo, quel riferimento a Londra fa pensare così facilmente alla fine di Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei ‘Frati neri’ sul Tamigi nella capitale inglese (9 giugno 1982), e quindi allo scandalo Ior-Ambrosiano; i rimbalzi dei luoghi e delle situazioni sono, volendo, infiniti come in un gioco di specchi in cui la verità semplicemente non esiste più.  E allora siamo di fronte a un nuovo vatileaks diffuso con leggerezza e una buona dose di cinismo, dalla ‘grande stampa’?

Questo sembra in effetti e tale, in definitiva, è anche la sconcertante versione di chi il documento ha pubblicato, cioè il giornalista Emiliano Fittipaldi per il quale il Vaticano dovrà dare spiegazioni se il documento fosse falso. Secondo quanto ha scritto il vaticanista Andrea Tornielli su 'Vatican Insider' il documento faceva parte delle carte in possesso di monsignor Lucio Vallejo Balda il prelato - con importanti incarichi in ambito economico Oltretevere al principio del pontificato di Francesco - processato e condannato in Vaticano per la fuga di documenti riservati dalla Santa Sede nel secondo vatileaks, il più recente.  Se così fosse, vorrebbe dire che da tempo era stato messo a punto un documento, artefatto, da far uscire al momento giusto. Ipotesi tutt’altro che teorica dato che già da qualche mese si parlava di un ‘dossierOrlandi’ in circolazione; non per caso nel giugno scorso monsignor Angelo Becciu, Sostituto della Segreterai di Stato, in relazione proprio alle prime notizie giornalistiche sul presunto dossier, precisò: “noi abbiamo già dato tutti i

chiarimenti che ci hanno chiesto, per noi il caso è chiuso”. Va detto, infine, ma non è un particolare secondario, che il rendiconto pubblicato è un semplice dattiloscritto, non protocollato, senza timbri, carta intestata, insomma niente che possa anche solo far pensare a un documento ‘ufficiale’. Resta la smentita dura del Vaticano  - “documento falso e ridicolo” – e della stessa Segreteria di Stato che ha definito “del tutto false e prive di fondamento le notizie” pubblicate. Caso chiuso quindi? Fino a un certo punto. 

Mandanti e scopi dell’operazione rimangono nell’ombra, il sospetto che altre carte possano uscire è pesante. C’è da dire che dal primo scandalo Vatileaks (sotto Beendetto XVI) al secondo (sotto Papa Francesco), con relativi processi in Vaticano, sembra che poco sia cambiato. Alcune evidenze però sono sotto gli occhi di tutti. Le carte riservate di fatto indeboliscono e tendono a limitare l’attività di chi governa la Chiesa, a condizionarla, a mettere sotto scacco il Papa, a spargere veleni e ricatti. Inoltre, il vaso di Pandora dei documenti segreti si è aperto quando è cominciata l’opera di riforma finanziaria  - trasparenza nella gestione e nei flussi di denaro, adeguamento alle normative internazionali, programmazione del budget e soprattutto allontanamento di migliaia di clienti sospetti italiani e internazionale e infine stop - questo il punto - anche solo alla possibilità di riciclaggio. 

Si tratta di un  processo cominciato fra mille inciampi con Benedetto XVI e poi proseguito fra accelerazioni e frenate con Francesco, un work in progress di cui non si può dire ancora quale sarà l’esito: se una ripulitura esteriore o una trasformazione sostanziale. Di fatto, intorno ai vari filoni di riforma proposti dal Papa, si sta giocando una battaglia senza esclusione di colpi. D’altro canto l’opacità finanziaria, le troppe connessioni ecclesiali con il potere politico-economico, una segretezza che sconfinava nell’omertà di alcuni settori del Vaticano, stavano portando la Chiesa alla bancarotta morale. Ma, allo stesso tempo, quegli equilibri costruiti e tollerati negli anni della guerra fredda, crollando portano con sé verità inconfessabili, raccontano storie che ‘devono’ restare sepolte, diventano strumento di guerre interne. In questo senso la vicenda di Emanuela Orlandi è una sorta di madre di tutti gli scandali e i misteri: è stata collegata al crac dell’Ambrosiano ( e ai rapporti fra lo Ior e Michele Sindona, il banchiere della mafia), messa in relazione all’attentato a Giovanni Paolo II, ai servizi segreti dell’ex blocco comunista e alla Banda della Magliana.

Eppure c’è una verità di papa Francesco e una verità giudiziaria delle quali bisogna pur tenere conto.  Il 17 marzo del 2013 Bergoglio – era stato eletto l’11, pochi giorni prima – celebrò una messa nella Chiesa di Sant’Anna in Vaticano; era presente anche la famiglia Orlandi con la quale il Papa scambiò qualche parola. A Pietro, il fratello di Emanuela, e a sua madre, Francesco avrebbe detto: “Lei è in cielo”, particolare rivelato dallo stesso Pietro Orlandi qualche settimane dopo. Non è molto, ma certo testimonia della piena consapevolezza della vicenda da parte di Francesco già a pochi giorni dalla sua elezione, e metteva per altro la parola fine alle ipotesi  - pure circolate sui media – che Emanuela fosse ancora viva. Ma soprattutto va ricordato che nel maggio del 2016,  a 33 anni dalla scomparsa di Emanuela, la sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha archiviato definitivamente il procedimento sul caso Orlandi accogliendo la richiesta del Procuratore generale di Roma Giuseppe Pignatone e rigettando il ricorso della famiglia. La Cassazione, inoltre, ha respinto l’ipotesi del coinvolgimento del terrorismo internazionale nel rapimento, la pista turco-bulgara, lo scambio con Alì Agca, in quanto “manifestamente infondata”. Altri imputati sono stati assolti.

 Fra le ipotesi c’è anche quella avanzata da da padre Gabriele Amorth nel 2012 . Amorth, scomparso nel 2016, è stato a lungo l’esorcista della diocesi di Roma, e si tratta di un personaggio di un certo rilievo nelle cronache ecclesiali di tutto il dopoguerra. Il sacerdote sostenne che Emanuela restò vittima di un giro di sfruttamento sessuale legato ad ambienti vaticani nei quali si reclutavano ragazze per festini a luci rosse. Una storia brutta, anche questa senza un seguito, una delle tante piste rimaste senza risposta, anche sotto il profilo giudiziario. Resta da chiedersi se al di là delle dichiarazioni ufficiali e dei documenti improbabili, su un piano ormai storico, il Vaticano possa ancora contribuire alla verità.


 Ma in ogni caso, per restituire il senso tragico di questo mistero così tipicamente italiano oltre che vaticano, in cui depistaggi, complotti veri o presunti, notizie infondate e atti giudiziari si susseguono in un nulla di fatto, bisogna tornare a quel video recuperato da “Chi l’ha visto?” nel 2015. Un materiale d’archivio riemerso dopo più di 30 anni, nel quale si vede Emanuela partecipare a una trasmissione televisiva della Rai per ragazzi . E’ in prima fila, con i capelli lunghi, viva, normale, bella. Un mese dopo scomparve, senza lasciare traccia per diventare una storia di cronaca nera infinita.


(articolo pubblicato nel settembre 2017 su Lettera43)

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