lunedì 30 ottobre 2017

Francesco alle Fosse Ardeatine, il Papa e la memoria della guerra di liberazione

(Articolo apparso su Lettera43 nel mese di ottobre del 2017) Sarà una commemorazione dei defunti non scontata quella cui prenderà parte Papa Francesco il prossimo 2 novembre: il vescovo di Roma, infatti, celebrerà prima una messa al cimitero americano di Nettuno dedicata “ai caduti di tutte le guerre” poi si soffermerà a pregare alle Fosse Ardeatine “per le vittime dell’eccidio del 24 marzo 1944”, come spiega un comunicato diffuso dal Vaticano. 

Interno del Mausoleo delle Fosse Ardeatine

Di certo non può sfuggire come il Papa abbia scelto per la tradizionale ricorrenza dei defunti, due luoghi simbolici della seconda guerra mondiale e quindi della storia europea: il cimitero che raccoglie i resti di chi combatté contro i nazisti e i fascisti per la liberazione dell’Italia e di Roma (vi si trovano le sepolture di 7.861 soldati e di 16 donne fra crocerossine, ausiliare e civili), e il luogo – oggi all’interno di Roma – in cui si realizzò una delle stragi più sanguinose compiute dai nazisti (335 le vittime), già visitato – in date diverse – da tre pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. La scelta di appaiare i due momenti, tuttavia, ha un suo valore specifico. Le vittime dell’oppressione alle Fosse Ardeatine, dove sono caduti anche diversi esponenti della Resistenza, e i caduti in una guerra di liberazione dalle cui ceneri nacquero l’Europa e il mondo contemporanei.

 Se questa è la scelta di Papa Francesco, non può passare inosservata – e stridere con la doppia celebrazione del 2 novembre – l’intenzione del gruppo di estrema destra di ‘Forza Nuova’, di indire una ‘marcia su Roma’ per il 28 ottobre, ricorrenza di quell’altra marcia del 1922, quando le camicie nere entrarono nella Capitale dando il via alla funesta catena di eventi che si concluse appunto con i fatti luttuosi di cui farà memoria – in senso più ampio - Papa Francesco. E se la riproduzione in miniatura della marcia su Roma da parte di Forza Nuova ha soprattutto il sapore di una provocazione, ed è stata comunque vietata dal ministro dell’Interno Marco Minniti, resta ben evidente come sulla memoria e la storia si giochi in ogni caso una partita che riguarda da vicino il presente. 

Fra l’altro, la stessa Forza Nuova, come del resto molti settori dell’estrema destra xenofoba europea, si rifanno a un cattolicesimo tradizionalista, preconciliare, identitario e nazionalista. Non a caso nei suoi punti programmatici di base, l’organizzazione di estrema destra italiana con propaggini in altri Paesi europei, chiede  “il ritorno in vigore del Concordato del 1929”, quello firmato da Benito Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri (dove si parlava di religione di Stato e in cui emergevano i tratti forti di un patto ‘trono-altare’), annullando la versione rivista, evidentemente troppo moderna e democratica, sottoscritta da Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli nel 1984.

In questa prospettiva va valutato anche l’emergere di un’area, dai connotati sempre più precisi, di contestazione al magistero innovativo di Francesco - il quale prosegue il cammino iniziato dalla Chiesa con il Concilio Vaticano II – non definibile come una generica corrente conservatrice. Si tratta invece di una galassia politica e associativa che in Europa e in America non digerisce la Chiesa della misericordia, dei poveri, delle aperture in campo etico o sociale, del dialogo fra le fedi promossa dal Pontefice. Non a caso all’interno di questo movimento di opposizione al papato sono tornati in auge i lefebvriani, il gruppo tradizionalista forse più celebre – la Fraternità di San Pio X – guidata oggi da monsignor Bernard Fellay e fondata nel 1971 da Marcel Lefebvre. I vescovi scismatici a capo della Fraternità furono scomunicati nel 1988, il provvedimento fu poi revocato da Benedetto XVI nel 2009; Ratzinger avviò allora una lunga e infruttuosa trattativa per far rientrare il gruppo nel seno della Chiesa cattolica, tuttavia il riemergere, fra le altre cose, di forti e mai sopite pulsioni antisemite produsse uno stallo e una crisi nella trattativa oltre a un’ondata di critiche nei confronti della Santa Sede da parte dell’opinione pubblica contraria alla riabilitazione dei lefebvriani. Da ultimo mons. Fellay ha firmato nelle settimane scorse, un documento pubblico – sottoscritto anche dall’ex presidente dello Ior, il banchiere Ettore Gotti Tedeschi - nel quale si denunciano sette eresie di papa Francesco rispetto all’insegnamento tradizionale sulla famiglia.  

Per capire echi e richiami di questa storia è però necessario fare un piccolo passo indietro. Francesco, nell’ottobre del 2013, eletto da pochi mesi al Soglio di Pietro, impedì che nelle chiese della città di Roma si svolgessero i funerali del capitano delle SS Erich Priebke, l’ufficiale tedesco responsabile del massacro delle Ardeatine (il quale, giova ricordarlo, non si pentì mai delle sue azioni). Le esequie di Priebke si svolsero sotto scorta e in un clima di tensioni e tafferugli nella cittadina di Albano, vicino Roma, all’interno del priorato locale dei lefebvriani, i quali si prestarono per il servizio funebre. E’ importante ancora ricordare come alle Fosse Ardeatine trovò la morte pure un sacerdote, don Pietro Pappagallo, prete romano attivo nella Resistenza, pronto ad aiutare ebrei e partigiani, catturato dai tedeschi a causa di una delazione e imprigionato a via Tasso, lugubre e sinistro luogo di tortura e di morte.

La sua storia, celebre, è stata d’ispirazione  - insieme a quella di un altro sacerdote fucilato a Forte Bravetta, don Giuseppe Morosini – per il personaggio del prete interpretata da Aldo Fabrizi nello storico film di Roberto Rossellini, ‘Roma città aperta’, pellicola alla quale Papa Francesco è particolarmente legato tanto da far parte dei suoi ricordi d’infanzia, come raccontò egli stesso nella prima intervista rilasciata a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, nell’estate del 2013. “Credo poi – ricordò nell’occasione il Papa -  di aver visto tutti i film con Anna Magnani e  Aldo Fabrizi quando avevo tra i 10 e i 12 anni. Un altro film che ho molto amato – aggiungeva - è ‘Roma Città aperta’. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema”. Migrante di origini italiane, Bergoglio - e la sua famiglia – avevano mantenuto un legame forte con il Paese d’origine e la sua cultura della quale fu parte determinante la produzione cinematografica degli anni successivi alla fine del conflitto.

Molti fili s’intrecciano dunque in questa storia fra passato e presente, coincidenze e ritorni, fra scelte ispirate da opzioni profondamente diverse fra loro. Infine, la strada seguita da papa Francesco – di un giudizio netto e inequivoco sulle ragioni delle vittime e sul ruolo degli oppressori nel contesto della seconda guerra mondiale - potrebbe forse aiutare a sciogliere i nodi di un dibattito ideologico e storico mai risolto – e forse mai liberato da reticenze da una parte e pregiudizi dall’altra - sulla figura di Pio XII e sui molteplici ruoli svolti dalla Chiesa in quegli anni drammatici.

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