domenica 8 ottobre 2017

Missionari: il declino dell'Europa la speranza dell'Asia e dell'Africa. Come sta cambiando la Chiesa

(Articolo apparso su La Provincia di Como nel settembre 2017) Missionari cercasi, almeno in Europa, ma anche nelle Americhe e in Oceania le cose non vanno tanto bene. Se il tema della crisi delle vocazioni è ormai da tempo nell’agenda della Chiesa, un capitolo a parte è quello che riguarda la vita religiosa. Da diversi decenni, ormai, sono proprio gli ordini e gli istituti religiosi, le congregazioni maschili e femminili, ad essere entrati in una stagione di contrazione di cui non si vede la fine, almeno in occidente.

Il quadro cambia, e non poco, in Africa e Asia dove, al contrario, si contano numeri di segno positivo; lontano dall’Europa insomma, le vocazioni non mancano e anzi costituiscono almeno in parte la speranza per la Chiesa di domani. E tuttavia la contrazione nei Paesi di antica tradizione cattolica ha un peso importante e pone interrogativi seri.

 I numeri dicono molte cose, ma non spiegano il dilemma di fondo: è ancora possibile per un giovane o una giovane nati e cresciuti nel vecchio continente decidere di lasciare tutto per dedicarsi a una vita da missionari in Africa, in qualche regione asiatica, o in America Latina? La questione non è peregrina, tanto più se implica una forte opzione di fede, se quindi non si tratta solo di fare del bene agli altri per un periodo della propria vita, ma di consacrarsi interamente al prossimo e al Signore (che dal punto di vista evangelico è la stessa cosa).

A metà dell’800, un missionario italiano, figlio di poveri braccianti, dopo gli studi teologici e filosofici in seminario, decise di dedicare tutta la propria vita all’evangelizzazione dell’Africa: era Daniele Comboni, fondatore successivamente dei missionari comboniani, religioso che credette fortemente nelle potenzialità del continente nero. Se questo è il modello ideale di riferimento, il rischio è che oggi scelte così radicali siano diventate più difficili. Per questo, del resto, molte congregazioni religiose si sono ormai dotate anche di un ‘braccio’ laico fatto di associazioni o fondazioni, un modo per coinvolgere  utti i credenti, i laici, l’intero popolo di Dio’ che – secondo l’indicazione del Concilio Vaticano II – costituisce il cuore stesso della Chiesa cattolica. Una strada insomma che si sta individuando per superare la crisi, è quella di uscire dagli eccessi del ‘clericalismo’ come ha ripetuto più volte lo stesso Papa Francesco; la vocazione non indossa per forza l’abito religioso, ma può appartenere a qualunque credente.

 Nel febbraio del 2017, padre José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione vaticana per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, tracciava un quadro critico circa gli abbandoni della vita religiosa. “Se il Papa parla di ‘emorragia’ – spiegò il francescano padre Carballo - vuol dire che il problema è preoccupante, non soltanto per il numero ma anche per l’età in cui si verificano, la grande parte tra i 30 e 50 anni”. “Le cifre degli abbandoni negli ultimi anni – aggiunse - restano costanti. Negli anni 2015 e 2016 abbiamo avuto circa 2300 abbandoni all’anno, compresi i 271 decreti di dimissione dall’istituto, le 518 dispense dal celibato che concede la Congregazione per il clero, i 141 sacerdoti religiosi incardinati pure et simpliciter in diverse diocesi e le 332 dispense dai voti tra le contemplative”.

Tre tipologie emergono in modo specifico: “l’elevato numero di chi lascia la vita consacrata per incardinarsi in una diocesi, il numero non indifferente delle contemplative che lasciano la vita consacrata e il numero di quelli che la abbandonano (225 casi) dicendo che mai hanno avuto vocazione”. “Si deve constatare – speigava padre Carballo - che il più alto numero di abbandoni si ha tra le religiose, fatto almeno in parte spiegabile in quanto sono la grande maggioranza dei consacrati”. Già, e proprio guardando all’andamento statistico del calo delle suore a livello globale, si può comprendere l’entità del problema. Si tenga conto che i sacerdoti sono in tutto circa 414mila (di questi 134mila i religiosi, 280mila i diocesani). Secondo i dati pubblicati dal Vaticano lo scorso aprile, le religiose “a livello globale, passano da 721.935 unità, nel 2010, a 670.320 nel 2015, con una flessione relativa del 7,1%”, tuttavia “si rilevano profonde differenze di comportamento, analizzando gli andamenti temporali per le singole aree territoriali. L’Africa è il continente con l’incremento maggiore delle religiose, che sono passate da 66.375 nel 2010 a 71.567 nel 2015, con un aumento relativo del 7,8% per l’intero periodo e un tasso di accrescimento medio annuo dell’1,6%”. Bene anche l’Asia, mentre centro e sud America fanno registrare un decremento sensibile; “infine – rilevava la nota vaticana - si annoverano tre aree continentali accomunate da una evidente contrazione: si tratta dell’America del Nord (-17,9% sull’intero periodo e il -3,6% come tasso di variazione medio annuo), dell’Europa (-13,4% e -2,7%) e dell’Oceania (-13,8% e -2,7%). Queste aeree risultano pertanto rilevanti sul dato mondiale”.

Per altro fare il missionario o anche il sacerdote diocesano, in buona parte del mondo, non è un mestiere privo di rischi: si tenga presente che dal 1990 al 2016, sono stati uccisi ben 1.112 operatori pastorali a livello globale. Nel 2016 secondo l’agenzia vaticana Fides, si contano 28 vittime (14 sacerdoti, 9 religiose, 1 seminarista, 4 laici); le cause delle morti sono le più varie: violenze locali, rapine, furti, agguati politici, in odio alla fede, attacchi contro operatori che difendono l’ambiente o i diritti delle popolazioni indigene e via dicendo. 

“L’impegno missionario – ha detto pochi mesi fa papa Francesco in occasione della Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni - non è qualcosa che si va ad aggiungere alla vita cristiana, come fosse un ornamento, ma, al contrario, è situato nel cuore della fede stessa: la relazione con il Signore implica l’essere mandati nel mondo come profeti della sua parola e testimoni del suo amore”. Parole non scontate che però presuppongono appunto un impegno e una scelta forti.


Se questi sono solo alcuni dati dai quali partire, è possibile indicare almeno alcune tendenze di fondo sulle quali ragionare. Il progressivo spostamento della forza della Chiesa fuori dall’Europa (un elemento che si coglie nelle nomine cardinalizie di papa Francesco spesso extraeuropee), il rischio di una contrazione troppo rapida della presenza religiosa nel mondo, l’urgenza di dare risposte positive alla domanda di protagonismo delle donne e dei laici, la necessità di non dimenticare che in molti Paesi la vita religiosa gestisce migliaia di istituzioni sociali, impegnate nella solidarietà e nella carità, educative, universitarie; un patrimonio eccezionale dal quale il cattolicesimo può ripartire.

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