lunedì 2 ottobre 2017

Un Milone di guai per le finanze vaticane, intanto i bilanci della Santa Sede attendono...

(Articolo pubblicato su Lettera43 nel settembre 2017) Un nuovo scandalo, stavolta non a base di documenti-patacca, sta sconvolgendo il Vaticano e il tema è sempre lo stesso: la riforma delle finanze della Santa Sede, l’applicazione di norma certe in materia di trasparenza e gestione corretta delle risorse economiche. A parlare è stato l’ex revisore generale del Vaticano, Libero Milone, dimessosi nel giugno scorso improvvisamente e senza che dai sacri palazzi arrivasse alcuna spiegazione ufficiale in proposito. 


Circolarono successivamente voci circa una sua presunta richiesta retributiva eccessiva, quindi di azioni indebite relative a indagini interne alla Curia, una sorta di raccolta di informazioni impropria da parte dell’ufficio del revisore. Fra le accuse mosse nei confronti di Milone c'è pure quella di peculato, ovvero la distrazione di fondi istituzionali per interessi personali. L’ex revisore generale, il primo della storia del Vaticano - figura sorta nell’ambito delle riforme promosse dal Papa - ha reagito dopo qualche mese rigettando le imputazioni e affermando che le dimissioni gli sono state imposte.   

 Milone sostiene di aver reagito ora alle versioni prive di fondamento fatte filtrare ad arte dal Vaticano in merito alle sue dimissioni, per questo ha preso la decisione di convocare alcune testate giornalistiche di profilo internazionale – fra cui il Wall street Journal – e, ha spiegato, pur mantenendosi fedele all’accordo di riservatezza in merito al lavoro svolto in Vaticano (Oltretevere però la pensano diversamente), ha voluto difendere la propria reputazione. Libero Milone è stato nominato da Papa Francesco revisore generale vaticano il 5 giugno del 2015 e dopo due anni, il 19 giugno scorso, ha rassegnato le dimissioni. A 69 anni è considerato un professionista di alto profilo nel campo della revisione, consulenza e organizzazione finanziaria, vanta una lunga carriera in Deloitte  - una delle principali multinazionali a livello mondiale nel settore – ha lavorato fra le altre cose anche in Fiat al programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite.

 Secondo quanto si legge nel regolamento vaticano “l’ufficio del Revisore Generale opera in piena autonomia e indipendenza d’accordo con la legislazione vigente e con il proprio Statuto, riportando direttamente al Sommo Pontefice”. Inoltre “sottopone al Consiglio per l’Economia un programma annuale di revisione nonché una relazione annuale delle proprie attività. Obiettivo del programma di revisione è quello di individuare le più importanti aree gestionali ed organizzative potenzialmente foriere di rischi”. Opera dunque in piena autonomia, e proprio l’interpretazione di questa norma sembra essere all’origine del problema. Fino dove può arrivare il revisore? Non è la prima volta che l’autonomia di un neonato ente di vigilanza finanziaria viene messo in discussione in Vaticano, accadde anche con l’Aif (Autorità d’informazione finanziaria che vigila sull’antiriciclaggio), si tratta di un punto critico.  Non solo: secondo le affermazioni di Milone, gli è stato di fatto impedito di riferire “direttamente” al Papa.  

Libero Milone mentre rilascia l'intervista-scandalo
 Le contestazioni che l’ex revisore muove al Vaticano sono pesanti: Milone ha affermato infatti di essere stato messo duramente sotto accusa - da un giorno all’altro - dal sostituto per la Segreteria di stato, mons. Giovanni Becciu, il quale gli avrebbe sottoposto due fatture da lui firmate di cui una però sarebbe falsa, relative a spese non attinenti al suo incarico (indagini ambientali per ripulire gli uffici da eventuali microspie), di aver inoltre svolto indebitamente indagini su persone che hanno incarichi in Vaticano. Tuttavia Milone precisa che proprio lo Statuto del revisore gli concede la possibilità di indagare in materia di antiriciclaggio, e su questo i fatti sembrano dargli almeno in parte ragione: all’art. 4 del regolamento, si legge infatti che il revisore può svolgere indagini e ispezioni su situazioni ritenute non regolari, quindi “invia un rapporto all’Autorità di Informazione Finanziaria, secondo la normativa applicabile, ove vi siano fondate ragioni per sospettare che fondi, beni, attività, iniziative o transazioni economiche siano connesse o in rapporto con attività di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo”; deve poi riferire “all’autorità giudiziaria competente ogni prova di attività criminosa individuata nel corso della sua attività”. Di conseguenza il revisore aveva un margine ampio di operatività a patto – beninteso - di collaborare con gli organismi competenti.

 Lo stesso Becciu avrebbe poi detto a Milone a di recarsi presso la Gendarmeria vaticana dove l’alto funzionario sarebbe stato sottoposto a un interrogatorio durato ore e a minacce di arresto dallo stesso capo del corpo Giandomenico Giani. Quindi i suoi strumenti informatici sarebbero stati sequestrati e manomessi. Ma Miloneracconta anche di un incarico non semplice – l’ufficio è stato creato ex novo e deve controllare 120 enti vaticani, di questi 14 o 15 quelli rilevanti, spiega lui stesso – un lavoro che ha incontrato resistenze interne, definite però abbastanza normali quando si fanno cambiamenti importanti in una istituzione così complessa; l’ex revisore ha detto poi che gli è stata sottoposta una lettera di dimissioni già pronta retrodatata al 12 maggio, che gli è stato impedito di vedere il Papa in quel giorno e già nei mesi precedenti, ritiene che Francesco sia stato bloccato nell’azione di riforma necessaria dai vecchi poteri ancora tutti presenti Oltretevere; ha poi spiegato che la Segreteria per l’economia stava lavorando, da Statuto, a un nuovo codice per gli appalti (effettivamente ciò risulta all’art. 15 dello Statuto della Segreteria per l’economia) – e questa è una delle notizie più rilevanti e concrete – al quale pure lui collaborava, lavoro che si è bruscamente interrotto. Ha rilevato infine che probabilmente lo spoil system è stato insufficiente, che insomma oltre alle norme vanno cambiati gli uomini.

 Significativa poi la difesa del cardinale George Pell, ex prefetto della Segreteria per l’economia, che ha lasciato il Vaticano per rispondere di gravi accuse relative a presunti abusi sessuali su minori avvenuti in passato in Australia, paese dove è in corso il processo. Milone testimonia dunque la propria fiducia nel cardinale – e anche questa è un’esposizione personale di non poco conto – e fa capire che l’indagine contro Pell e le accuse contro di lui potrebbero far parte di un piano per frenare o bloccare le riforme. Infine ha espresso la speranza che i documenti che gli sono stati sequestrati il 19 giugno escano dal Vaticano, e qui siamo di nuovo in zona vatileaks.

 La replica del Vaticano è arrivata rapidamente e verte su due aspetti; Milone parlando di quanto avvenuto, si legge in un comunicato, ha rotto il patto di riservatezza, poi il testo entra nel merito e spiega: “il dott. Milone, esulando dalle sue competenze, ha incaricato illegalmente una Società esterna per svolgere attività investigative sulla vita privata di esponenti della Santa Sede. Questo, oltre a costituire un reato, ha irrimediabilmente incrinato la fiducia riposta nel dott. Milone, il quale, messo davanti alle sue responsabilità, ha accettato liberamente di rassegnare le dimissioni”. Parole anche queste pesanti, si parla di “reato”. La versione di Milone ovviamente è divergente pure su questo punto, poiché l’ex revisore ritiene di aver svolto normali accertamenti relative al possibile conflitto di interessi di qualcuno che evidentemente operava in Vaticano.

 Alcune considerazioni sono opportune per evitare di lasciarsi trascinare dalla sequela di colpi di scena vaticani di questi mesi. Milone, va ricordato, nel 2015 pochi mesi dopo la sua nomina, denunciò la violazione del suo computer e il furto di documenti, fatto dal quale prese il via l’indagine sul Vatileaks numero 2 (la nuova fuga di documenti riservati), quello per intendersi del processo Vallejo Balda-Chaouqui. E’ un fatto che comunque va tenuto presente.

 In secondo luogo va rilevato come il processo di riforma provochi sommovimenti sempre più clamorosi in Vaticano, sembra anzi che la Santa sede resti vittima delle stesse norme introdotte per cambiare strada: revisore dei bilanci, Segreteria e Consiglio per l’economia, Aif, riorganizzazione dello Ior e via dicendo. La crisi è anche un segno di mutamento reale e ogni trasformazione genera contraccolpi e passi indietro. Resta poi il fatto che il tema dei bilanci della Santa Sede è forse più delicato ancora di quello dello Ior, si tocca infatti la vita interna di ogni singolo ente o dicastero della Curia, si mettono in discussioni abitudini, opacità, stili di governo.

D’altro canto i veleni continuano a fluire, le stesse dichiarazioni di Milone circa la possibile fuoriuscita di nuovi documenti, ne è la prova ed è forse il passaggio più incerto e ambiguo delle dichiarazioni dell’ex revisore. E ancora il riferimento a microspie, il clima di sospetto, le indagini interne, i processi svolti e quelli in corso, il clima è anche questo, non  si esce da decenni di segreti in modo indolore. D’altro canto la smentita vaticana non sembra irresistibile (la quesitone Statuti è totalmente ignorata); in generale la pulsione al segreto resta, il dilemma fra adeguamento alle norme proprie di uno Stato come tutti gli altri e l’impossibilità di esserlo fino in fondo (si tratta pur sempre della Chiesa universale), resta e non sembra essere stato affrontato dal progetto di riforma in corso. Allo stesso tempo va sciolto completamente il nodo dei rapporti non di rado poco chiari con poteri politici ed economici, da questo punto di vista il pontificato sta compiendo passi avanti importanti, addirittura innovativi, eppure tutto rimane ancora in bilico. Di certo l’idea di liquidare il revisore generale  dei conti vaticani come fosse un funzionario di seconda o terza fila, non è stata particolarmente brillante e dimostra anzi i limiti dell’attuale governance.


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