lunedì 27 novembre 2017

Mafia: la svolta storica della Chiesa che non ha voluto celebrare i funerali del grande boss

La decisione della Conferenza episcopale italiana di non celebrare i funerali del capo di Cosa nostra, Totò Riina, morto nell’ospedale di Parma lo scorso 17 novembre, è passata forse troppo rapidamente in secondo piano... 


(Articolo pubblicato nel novembre 2017 su Democratica) - ...Si tratta però di un fatto storico destinato a incidere profondamente nel rapporto fra Chiesa, comunità dei fedeli e  organizzazioni malavitose e mafiose. Sancisce di fatto la rottura più esplicita, non più solo a parole ma attraverso un fatto di eccezionale rilevanza simbolica, dei possibili legami fra  autorità ecclesiastiche e mafia, rompe le connivenze silenziose, le abitudini, i meccanismi consolidati delle paure e del potere criminale mascherati magari da carità cristiana.

 Riina, non va dimenticato, è stato il capo della mafia siciliana al suo apice, personaggio a suo modo storico che ha contribuito a determinare a suon di stragi e omicidi gli assetti politici dell’Italia uscita dalla guerra fredda; il suo nome, come quello di un Pablo Escobar, era conosciuto in tutto il mondo, la sua fama sinistra è stata amplificata dagli omicidi di due magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, pure divenuti universalmente noti per aver contrastato con successo Cosa nostra dopo decenni di sconfitte dello Stato (il maxiprocesso alla mafia inizia 1986), entrambi simboli di una opposizione non solo giudiziaria alla mafia, ma anche culturale e sociale.

 Per molti anni la Chiesa è stata accusata da settori dell’opinione pubblica ma anche da magistrati e da associazioni, di connivenze a volte passive a volte esplicite con il mondo mafioso; segno visibile, punta dell’iceberg di questo rapporto, quegli ‘inchini’ delle statue dei santi patroni, delle madonne, che sfilavano nei paesi siciliani e calabresi davanti alle abitazioni dei boss locali; un modo per esprimere rispetto, riverenza, timore, per riconoscere un ruolo pubblico ai capi mafiosi in piccole e grandi comunità dove la fede rappresenta tratto distintivo del collante sociale, delle tradizioni popolari.

"Con la morte di Totò Riina è finito il delirio di onnipotenza del ‘capo dei capi’ di Cosa nostra, ma la mafia non è stata sconfitta e quindi non bisogna abbassare la guardia. Il compito della Chiesa è quello di educare le coscienze alla giustizia e alla legalità e di contrastare la mentalità mafiosa. Trattandosi di un pubblico peccatore non si potranno fare funerali pubblici”. Con queste parole fin da subito l’arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, chiariva come stavano le cose, posizione accompagnata e rafforzata dal portavoce della Cei don Ivan Maffeis.

In tal senso, veniva precisato che Riina non aveva mai fatto cenno di pentimento – anzi va detto che alcune registrazioni raccolte nell’ultimo periodo della sua vita in carcere testimoniano come ancora minacciasse e si ritenesse il capo indiscusso della mafia siciliana – dunque a norma di diritto canonico le mancate esequie avevano un fondamento giuridico. Ma in casi come questi c’è sempre anche dell’altro oltre la norma ecclesiale, come pure ha precisato il portavoce della Cei: “Da un lato, c’è la solidarietà con le vittime e anche con quella parte di società civile che sta reagendo. Dall’altro lato, c’è la volontà di camminare con la società, con i tanti pastori che hanno pagato o stanno pagando il loro porsi contro la mafia e che si impegnano a una presenza di Chiesa che educhi le coscienze a reagire a una mentalità mafiosa cambiando proprio cultura”.

L'episcopato si schiera dunque in base a una gerarchia di valori cristiani ricostruiti facendo leva su una sorta di ‘disobbedienza’ all’oppressione criminale, secondo un’idea di cattolicesimo civile in grado di assumersi le proprie responsabilità nel cuore dei conflitti più aspri e duri.  A ciò si aggiungano una serie di fatti che descrivono un percorso di trasformazione e cambiamento ancora non compiuto ma rilevantissimo. A cominciare dalla scomunica dei mafiosi pronunciata da papa Francesco nella piana di Sibari, in Calabria, il 21 giungo del 2014 di fronte a 200mila persone (“Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no!...Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!”). Particolarmente significativa perché pronunciata in quella terra in cui la ‘Ndrangheta è diventata potere pervasivo e ramificato, tanto da affermarsi come uno dei primi gruppi criminali al mondo, in grado di gestire il traffico di droga proveniente dall’America Latina e di essere interlocutore privilegiato e temuto dei potentissimi e sanguinari cartelli messicani.

 Ma il Papa è andato oltre. Nel giugno scorso si è infatti tenuto in Vaticano un incontro internazionale sulla corruzione con la partecipazione di esperti, studiosi, magistrati, politici. Al termine dell’assise il dicastero “per lo sviluppo umano integrale” – promotore dell’iniziativa - ha diffuso un comunicato nel quale, fra le altre cose, si spiegava come dovesse essere approfondita “a livello internazionale e di dottrina giuridica della Chiesa, la questione relativa alla scomunica per corruzione e associazione mafiosa”. Sul tema, del resto, è in corso un dibattito teologico per uniformare un peccato che deve necessariamente riguardare tutte le associazioni criminali, non solo quelle siciliane o calabresi, e abbia quindi valore universale.

Anche perché lo stesso Papa Francesco viene da una regione del mondo in cui il traffico di droga legato alle grandi organizzazioni criminali è fenomeno in continua espansione e mutazione ed è stato capace di mietere, nel corso degli anni, decine di migliaia di vittime dalla Colombia al Messico. Non solo: il narcotraffico  si è diffuso ormai anche in Argentina, mentre i cartelli della droga controllano da tempo intere regioni dell’area ragion per cui è stato coniato il termine di ‘narcostati’; in un simile contesto, Oltretevere,  la piovra mafiosa è stata associata e equiparata alla corruzione. Del resto, negli stessi documenti vaticani, si parla anche di proventi del denaro sporco, del riciclaggio, dei grandi investimenti finanziari di origine illecita secondo un approccio moderno e consapevole del tema.

Nel settembre scorso, poi, Papa Francesco ha ricevuto  - ed era la prima volta per un Pontefice – la Commissione parlamentare antimafia. Nell’occasione il Papa ha voluto parlare anche del ruolo della politica: “Lottare contro le mafie significa non solo reprimere. Significa anche bonificare, trasformare, costruire, e questo comporta un impegno a due livelli. Il primo è quello politico, attraverso una maggiore giustizia sociale, perché le mafie hanno gioco facile nel proporsi come sistema alternativo sul territorio proprio dove mancano i diritti e le opportunità: il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria. Il secondo livello di impegno è quello economico, attraverso la correzione o la cancellazione di quei meccanismi che generano dovunque disuguaglianza e povertà”. In tal senso, tutto sommato, va anche l’iniziativa presa nei giorni scorsi dal ministro degli Interni, Marco Minniti, il quale si è rivolto alle forze politiche, proprio in occasione della morte di Riina, per chiedere la sottoscrizione di un comune patto di civiltà con il quale i partiti si dovrebbero impegnare a rifiutare i voti della mafia.


Da ultimo, ma non certo per importanza, va anche ricordato che è in corso la causa di beatificazione del magistrato Rosario Livatino, assassinato dal piombo mafioso nel 1990, mentre già all’inizio del 2013 fu beatificato don Pino Puglisi – la sua causa era stata fatta avanzare da Benedetto XVI - prete che contrastò la mafia nel quartiere di Brancaccio, a Palermo, per finire ammazzato su ordine dei fratelli Graviano nel 1993.  Non va poi dimenticato poi un altro precedente importante: già Giovanni Paolo II in un celebre discorso nella Valle dei Templi di Agrigento nel 1993, condannò i mafiosi. Da allora di passi avanti ne sono stati fatti, omertà si sono spezzate, i vescovi calabresi hanno preso posizioni sempre più dure e esplicite; non tutto è stato compiuto – restano zone opache, complicità - ma un cammino di liberazione è iniziato anche nella Chiesa e ora pure grazie ad essa.

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