giovedì 25 gennaio 2018

Chiesa e politica: c'è vita oltre le ong, come è nata l'intesa fra Minniti e il Vaticano

Dimenticare le ong e abbracciare Minniti: la svolta ‘realista’ della Cei sulla questione migranti iniziata nell’agosto scorso, si è completata a ridosso di Natale quando il presidente dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti e il ministro dell’Interno Marco Minniti, sono andati insieme ad accogliere all’aeroporto di Pratica di Mare, vicino Roma, 162 profughi provenienti dalla Libia. 

Il primo gruppo, è stato detto, frutto di un accordo fra Italia, governo libico – quello di Al Sarraj che controlla solo una parte del Paese – Conferenza episcopale e Nazioni Unite con il coinvolgimento diretto dell’ Unhcr, ovvero l’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu. Il governo italiano, da parte sua, ha fatto proprio il modello dei ‘corridoi umanitari’ inaugurato e sperimentato da organizzazioni cristiane cattoliche e protestanti; stavolta però è stata l’Unhcr a selezionare i profughi che potevano essere accolti sottraendoli a quei campi di detenzione libici in cui a decine di migliaia sono sottoposti a condizioni di vita spaventose.

L’operazione ha una sua valenza politica di primo piano. Infatti, da quando nel luglio del 2017 Minniti ha messo di fatto fuori gioco le navi delle ong nel Mediterraneo, limitandone l’azione e sottoponendola a rigidi controlli, gli arrivi in Italia e i morti in mare sono calati in modo significativo (per quanto non del tutto). L’obiettivo era quella di fermare i trafficanti, l’illegalità, ma anche – al contempo – di porre un argine a flussi ‘incontrollati’ che stavano creando rabbie e proteste nell’opinione pubblica italiana e europea. La Chiesa ha scelto di seguire questa linea, la stessa Caritas – in un primo tempo critica verso il governo - ha ora sostenuto l’operazione e offerto le proprie strutture per accogliere i 162 profughi originari di vari Paesi e rimasti ‘prigionieri’ nei campi libici

L’ondata di proteste cattoliche della scorsa estate è dunque rientrata e Minniti ha più volte ringraziato pubblicamente la conferenza episcopale italiana per il suo impegno. Una nuova intesa fra governo e Chiesa è nata dunque su un terreno strategico per il mondo cattolico e decisivo per l’opinione pubblica, soprattutto a ridosso del voto. Nel frattempo, negli ultimi mesi, l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni ha stretto legami con i vari e protagonisti della scena politica libica, ha lavorato d’intesa con il premier francese Emmanuel Macron per la gestione della crisi libica; quest’ultimo, particolarmente attivo e sensibile al tema, ha da poco firmato un accordo con la premier inglese Theresa May sul controllo delle frontiere a partire da Calais, il porto dal quale i migranti cercano di raggiungere la Gran Bretagna. Macron ha pure elogiato il Papa, per i suoi riferimenti alla “prudenza” sul tema migratorio oltre che a richiami al dovere dell’accoglienza e della solidarietà, e ha rivelato al quotidiano francese La Croix di aver scritto a Francesco. 

I campi libici, tuttavia, sono ancora pieni di decine di migliaia di persone provenienti dall’Africa sub-sahariana, le storie da incubo che hanno vissuto trapelano da tempo sui media di tutto il mondo. I rapporti con i gruppi armati libici da parte dei governi europei sono carichi di ambiguità, il rischio di fornire risorse per alimentare arsenali privati di milizie e gruppi tribali fuori controllo è ben presente. Allo stesso tempo tutta la questione è diventata una chiave per comprendere la forza dell’ondata populista e nazionalista oltre che xenofoba e razzista, che sta interessando la politica europea mutandone i connotati.

In tal senso l’operazione Minniti ha il suo peso: limitare gli sbarchi, anche respingendo i barconi con l’aiuto delle forze militari e navali libiche, fare sponda con i vescovi per mantenere aperta un’opzione umanitaria, accreditare il ruolo dell’Italia su questo piano a livello europeo; quest’ultimo tassello è stato completato nei giorni scorsi dall’invio di alcune centinaia di militari in Niger al confine sud della Libia, in un’area di forte instabilità. Anche in questo caso lo scopo dichiarato è quello di contrastare le organizzazioni di trafficanti che sfruttano e depredano i migranti, ma di certo è ben presente l’obiettivo di fermare, conseguentemente, il flusso di profughi verso la Libia e quindi l’Europa.

Tutta l’operazione ha un valore politico da non sottovalutare: disegna infatti, per la prima volta dopo qualche decennio, una nuova strategia italiana nel Mediterraneo e in Africa e ha avuto il sostegno aperto del Capo dello Stato Sergio Mattarella, quest’ultimo, fra l’altro, ha una forte sintonia con la Santa Sede. E’ stato poi Mario Giro, viceministro degli Eteri ed esponente di punta della Comunità di Sant’Egidio, a spiegare in questi termini il rapporto fra Italia e Niger: «la missione militare in Niger è solo un aspetto della presenza italiana in quel Paese. In pochi se ne sono accorti, ma la cooperazione italiana si sta occupando di Niger da almeno due anni».I n ballo ci sono importanti fondi stanziati per la cooperazione internazionale e la concorrenza id Francia e Germania è già forte. Il che, in definitiva, rafforza l’idea di una nuova capacità d’intervento italiana in Africa. Va da sé che l’invio previsto di 470 soldati – spostati dall’Iraq e dall’Afghanistan al Niger – ha suscitato le proteste di settori della Chiesa come l’organizzazione Pax Christi o di alcuni missionari, anche il quotidiano della Cei Avvenire è stato critico, ma fino ad ora i vescovi hanno taciuto.

I corridoi umanitari – presi a modello a Minniti - sono stati promossi e autofinanziati, ormai da qualche anno, dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle chiese evangeliche e dalla Tavola valdese, sempre in accordo con il governo italiano e con le autorità dei Paesi di provenienza in cui si trovano i campi profughi. Si tenta così di facilitare l’ingresso regolare dei rifugiati, il rilascio dei visti umanitari, di evitare i pericolosi viaggi sui barconi della disperazione gestiti dai trafficanti (le “stragi del mare”), dare priorità ai più bisognosi, verificare l’identità di chi arriva. Iniziativa positiva che ha toccato però fino ad ora circa 1000 migranti, numeri poco più che simbolici di fronte a un problema di dimensioni crescenti. Di fatto, l’istituzione del primo corridoio libico con il sostengo delle Nazioni Unite, più che al diritto a migrare, ha avuto come presupposto le violazioni dei diritti umani che avvengono nei centri di raccolta in Libia, una sorta di causa di forza maggiore però altro tremendamente reale. La sostanza in ogni caso non cambia poi di molto e di fatto, anche grazie alla rete delle organizzazioni cattoliche, i corridoi umanitari stanno diventando un modello seguito anche da altri Paesi europei.

Allo stato attuale, tuttavia, la loro incidenza è minima, in futuro si vedrà. Conta però che il personale Onu abbia potuto visitare e rendersi conto di quali fosse la situazione nei campi libici, uno spiraglio si è aperto in una realtà fra le più drammatiche di quelle relative alle migrazioni. Resta da dire che la linea italiana sull’accoglienza ha ricevuto nel settembre scorso il via libero più autorevole, quello di papa Francesco il quale ha riconosciuto l’impegno profuso dall’Italia in Libia per risolvere problemi complessi, e ha spiegato che per ogni Paese ci doveva essere un limite all’accoglienza. Bergoglio ha poi levato in questi mesi più volte la sua voce in favore dei migranti, al contempo però la Santa Sede ha valorizzato le iniziative promosse dall’Onu per raggiungere grandi accordi globali per la gestione ordinata e legale del fenomeno; nessuna nazione può essere lasciata sola è il mantra, e per questo di nuovo nei giorni scorsi il Papa ha ringraziato tutti quei Paesi, Italia compresa, che in Europa ma anche in Asia e in Africa, si sono fatti carico di particolari oneri di fronte ai flussi migratori. 

Da ultimo, infine, la Civiltà Cattolica, autorevole rivista dei gesuiti italiani, ha dedicato un lungo intervento alla questione mettendo in luce non solo le diffidenze e le paure del vecchio continente, ma anche la necessità che gli africani trovino – supportati dai Paesi del nord del mondo - una strada autonoma, indipendente, per liberarsi da governi corrotti e aprire il cammino alla formazione e allo sviluppo.

La Chiesa, infine, chiedeva al governo l’approvazione dello ‘ius soli’ (più propriamente ius culturae), ma i numeri in Parlamento non ci sono mai stati. La Cei su questo punto insiste, anche perché rientra a pieno titolo nella definizione di politiche familiari. Resta l’evoluzione di una alleanza inedita fra le istituzioni ecclesiali italiane e il governo Gentiloni che, sia pure non priva di differenze e distanze su altre questioni, disegna per la prima volta dopo molti anni un assetto nuovo nel rapporto Chiesa-politica in Italia.

(Articolo pubblicato su Lettera43 nel mese di gennaio 2018)

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