venerdì 23 febbraio 2018

La Chiesa italiana dopo Ruini: i cattolici e la politica fra irrilevanza e mutamenti

Mentre l’Italia si avvia al voto in un contesto di grande incertezza in cui resta ancora una quota rilevante di ‘indecisi’, si consuma – una volta di più in questa seconda Repubblica – la fine delle appartenenze precostituite, di un elettorato fedele per ideologia, cultura, tradizione a un partito o a uno schieramento. E quello cattolico non fa eccezione. 
La questione cattolica, se non altro per il peso decisivo che ha avuto la Democrazia cristiana nella prima Repubblica, si ripropone puntuale ad ogni tornata elettorale come un rebus divenuto ormai insolubile e di cui in pochi sanno valutare la reale importanza o il peso specifico nelle urne.

Nei giorni scorsi il cardinale Camillo Ruini, a lungo dominus assoluto della Chiesa italiana, ha rilasciato un’intervista al ‘Corriere della Sera’ nella quale ha paventato “l’irrilevanza dei cattolici italiani” nell’attuale quadro politico e sociale. Come un vecchio patriarca un po’ scontento, il porporato di origine emiliana, ha liquidato con poche e dure parole le leggi sul biotestamento (“apre all’eutanasia anche se non la nomina”), e sulle unioni civili, considerate “una triste deviazione”, in proposito ha affermato: “ha poco senso lamentarsi del decadimento morale dell'Italia e poi approvare leggi del genere”.

E se è vero che vari esponenti politici cattolici hanno reso possibile l’approvazione di queste norme, il problema, ragiona il cardinale, va individuato nel fatto che “la fede stenta a tradursi in cultura, in capacità di valutazione e di giudizio. Questo è probabilmente uno dei limiti maggiori della formazione che diamo nelle parrocchie e nelle associazioni”. Ruini ha manifestato poi il proprio gradimento per la bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e indicato nel rifiuto della prospettiva “di un uomo solo al comando” il motivo di maggior peso nella vittoria del ‘no’. Più timido sull’immigrazione: qui il cardinale ha messo in guardia da quegli “uomini di Chiesa” che non comprendono come arrivi massicci di migranti pesino sule fasce più povere della popolazione; nulla invece ha osservato sulla grave crisi valoriale e politica che investe l’Europa attraversata da spinte razziste e autoritarie.

Le argomentazioni del cardinale, appena riassunte, sono importanti perché rappresentano un rumore di fondo che a lungo ha accompagnato gli anni della seconda Repubblica. Per altro, sia pure in modo un po’ obliquo, Ruini per la prima volta h ammesso che sì, la Chiesa nel passato recente si è trovata in maggior sintonia col centrodestra. I cattolici, è però la tesi, rischiano ora l’irrilevanza: il grave peccato culturale e politico di cui si son resi protagonisti, è appunto quello di aver dato una mano all’approvazione di due leggi, il testamento biologico e le unioni civili (la mancata approvazione dello ‘ius soli’, non figura fra le ‘deviazioni’ morali ruiniane), entrambe trincee invalicabili di un cattolicesimo che fondava la sua identità sulla bioetica, in un conflitto aperto e sempre più violento con la scienza, i diritti civili, la modernità. Un conflitto nel quale, inevitabilmente, anche la critica ragionata su temi delicati spariva sommersa dall’ideologia.

 Era la base del patto neo-costantiniano trono-altare; Ruini, acuta mente politica, l’aveva pensata e impostata così, per questo poco importavano i vari peccati e gli immoralismi del Cavaliere, le sue contraddizioni, le cadute etiche – civili e private - di molti esponenti del centrodestra,  la sostanza era la tenuta ‘morale’ del Paese garantita dalla Chiesa. E però, scherzi del destino, fu l’intervento di una religiosa, suor Eugenia Bonetti, a suscitare particolare scalpore in occasione della la grande manifestazione delle donne “Se non ora quando” che, nel dicembre 2011, segnò l’inizio del declino del Cavaliere. Non fu un caso: suor Bonetti era ed è da molti anni impegnata contro la tratta delle ragazze africane sfruttate per la prostituzione in Italia, tema quanto mai delicato.

Si avverte, insomma, un malumore comprensibile nell’analisi ruiniana: il cardinale ha dominato infatti la scena ecclesiale per lungo tempo; nel 1986 è stato nominato da Giovanni Paolo II segretario generale della Cei, dal 1991 al 2007 ha ricoperto l’incarico di presidente della conferenza episcopale. Non solo: dal 1991 al 2008 è stato, anche, vicario del Papa per la diocesi di Roma. L’impronta che il cardinale ha lasciato nel corpo del cattolicesimo organizzato italiano e nella stessa vita ecclesiale, è stata dunque profonda: tutto un mondo di dirigenti laici e di riferimenti culturali e teologici riformatori successivi al Concilio Vaticano II sono stati col tempo messi da parte, sopiti, ricondotti all’ordine. Strano quindi che il cardinal Ruini lamenti ora una scarsa capacità di tradurre la fede in cultura da parte di parrocchie e associazioni: la Chiesa un po’ esangue di questi anni è infatti ancora, per buona parte, figlia del suo lungo regno.

L’irrilevanza di cui parla il cardinale, sembra allora una rilevanza diversa da quella immaginata per lungo tempo dai vertici della Cei. Ne è testimonianza, fra le altre cose, l’iniziativa presa da ben 18 organizzazioni cattoliche  – dal Centro Astalli dei gesuiti alla Comunità di Sant’Egidio, dai salesiani, alle Acli ai Focolari, per citarne solo alcune, oltre alla Federazione delle chiese evangeliche (il che da un forte tratto ecumenico all’iniziativa) – di avanzare una serie di proposte concrete  - divise in 7 punti – per riorganizzare le politiche migratorie del nostro Paese. 

L’obiettivo è quello di salvaguardare diritti e doveri di tutti aprendo vile legali di accesso e regolando i flussi, favorendo nuove forme di cittadinanza per chi vive e lavora qui da lunghi anni, riorganizzando e semplificando l’accoglienza sul territorio nazionale secondo un principio di responsabilità condivisa fra governo, enti locali, società civile. Un’elaborazione su cui le associazioni hanno invitato le varie forze politiche a confrontarsi in vista del voto. Si cominciano insomma a vedere i primi effetti della fine del ruinsimo, di un cattolicesimo uscito dalle caserme dopo lunghi anni e pronto di nuovo a confrontarsi con la società e i suoi problemi.

 Infine, da rilevare, come il cardinale, attraverso il referendum costituzionale, prenda di mira il leader del Pd di questi anni, Mattero Renzi. Quest’ultimo è di fatto considerato responsabile di essere un cattolico che va a messa e propone però leggi invise al cardinale stesso e a determinati settori del potere ecclesiale, non solo: in quest’azione si è avvalso del sostegno e della mediazione di diversi esponenti cattolici in Parlamento, ciò che Ruini aveva sempre temuto potesse accadere. 

D’altro canto, ricostruita faticosamente l’autonomia della politica dalla Chiesa e viceversa (anche grazie alla forza d'urto del pontificato bergogliano), si sono di conseguenza aperti spazi di incontro e di convergenza, di critica, di dissenso, di dibattito fra cattolici e laici, dentro i partiti e al di fuori di essi, nelle istituzioni e nella società, un processo che investe tutte le correnti del cattolicesimo politico di ogni orientamento e che sta cominciando a restituire forza e autorevolezza allo stesso magistero della Chiesa.


Quest'articolo è stato pubblicato su Democratica nel febbraio del 2018

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