mercoledì 7 febbraio 2018

Macerata chiama Europa: giusto dire che si tratta di fascismo ma non basta

Se il fascismo torna di casa – e in quella che fu casa sua per giunta – non basterà urlare ai quattro venti che lo sparatore di Macerata era appunto un fascista, poiché questa verità talmente evidente che dovrebbe da sola sollevare un’ondata di repulsione morale e civile, quasi automatica, non suscita una reazione univoca. 
...Anzi, il fatto che lo sparatore e i suoi sostenitori pubblici si dichiarino esattamente per quello che sono fa crescere il consenso intorno a loro. Il candidato leghista in Lombardia Attilio Fontana, dopo essere stato messo all’indice per aver usato la parla “razza” e aver parlato grottescamente di sostituzione etnica in corso (a favore degli immigrati, dei neri), ha fatto sapere, con una certa soddisfazione, che il suo consenso cresceva. Vero o meno che sia non importa, contano i sentimenti visibili, dominanti, chiassosi.

Gli altri, ‘noi’ , forse maggioranza silenziosa secondo una nemesi che dice molto, non abbiamo una rappresentanza altrettanto forte. I nostri rappresentanti sono al contrario incerti, o innocui, impauriti dalla nuova egemonia delle idee feroci, irrazionali, e però violentemente credute.  Chiamatelo terrorismo, fascismo, ecc. chiedono in molti, sperando in un potere magico di parole che hanno perso da molto tempo il loro potere taumaturgico. Chi rappresenta quanti sono indignati per la sparatoria di Macerata, è ben consapevole di questa inefficacia delle parole-talismano, ma non sa come sostituirle, con che ragionamenti accompagnarle; per troppi anni del resto si è rinunciato a immaginare, a pensare a capire il mondo nuovo che stava sorgendo tutto intorno e le sue connessioni con il passato; la memoria è diventata fardello insopportabile, ‘vecchiume’, per alcuni, e da altri è stata mummificata, idealizzata in un passato di inesistente ‘grazia democratica’. La memoria ha smesso di interrogare il presente, di costringerlo a misurarsi con la storia, ha smesso di produrre cambiamenti virtuosi. Per questo la parola ‘fascismo’, è corretta, ma rischia di non produrre gli effetti sperati.

Di certo il dire è necessario, urgente, chiarificatore, è un primo ristabilimento di legalità repubblicana. E spiace che il Quirinale, in rappresentanza del Paese - per altro così forte e chiaro di recente sull’antisemitismo e le responsabilità italiane e fasciste sulle leggi razziali – in questi giorni non abbia fatto sentire la sua voce. Alla fine è arrivato il ministro Graziano Delrio a rompere gli indugi, a spezzare la paura politica, a chiamare le cose col loro nome. E inevitabilmente doveva essere un ministro, un rappresentante del governo a intervenire, sia pure tardivamente e dopo lunga incertezza. Ma, appunto, non basta.

Il tema del ritorno del fascismo in Europa  - e in Italia – descrive una fase storica specifica, in cui le migrazioni, come si dice, sono diventate fenomeno epocale, in cui la globalizzazione si contrappone ai territori, al ‘locale’, alla’ tradizione’, alla nazione e, perché no, alla razza. Non è solo un problema di mercato globale, che pure spesso appare come la ‘natura’ stessa delle cose, dunque come un ente invisibile insensibile ai destini individuali, ma sono gli stessi principi universali a essere travolti, dall’illuminismo alla carta dei diritti fondamentali dell’uomo e, per quel che ci riguarda, alla prima parte della nostra Costituzione. In tal senso l’Europa, l’Ue, diventa facilmente matrigna, cattiva, burocratica, pur essendo per molti versi, l’istituzione capace di tenere in piedi interi comparti delle varie economia nazionali e che, pur nei problemi, ha permesso al vecchio continente di reggere l’urto della globalizzazione. 

Tuttavia il mancato riequilibrio sociale – il progetto di un nuovo welfare, per forza di cose diverso dal passato e dalle regole di un mondo industriale da boom economico sepolto da decenni -  della costruzione europea, l’ottusità feroce di certe politiche finanziarie, hanno alimentato istinti demagogici distruttivi, sogni di potere pericolosi (come dimostra la Brexit). 

La questione migratoria, poi, si pone come vero stravolgimento del tempo e degli spazi, chiama in causa la fine dell’Europa ‘bianca’,  ci rivela disparità demografiche e di ricchezza, mette in chiaro la portata del problema povertà a livello mondiale e per questo, in parte giustamente, spaventa. Per altro questa realtà, di un processo storico in atto, viene ancora in gran parte rifiutata, negata; ad essa si contrappone una rabbia infantile e cinica, si crede, o si lascia credere, di poter rispondere erigendo muri, sparando in mare o nelle strade. 

In tale contesto ciò che manca è il pensiero che rompe l’angoscia non tanto elencando qualche punto di Pil in più, ma offrendo la verità delle cose e immaginando finalmente un’Europa, non solo un’Italia, di domani a partire proprio da questi scenari, non negandoli ma impadronendosene e mettendoli al centro del proprio discorso politico, della propria cultura (qualcosa del genere, per es., prova a fare la lista PiùEuropa di Emma Bonino, in cui Europa e migrazioni sono argomenti non solo non negati, ma visti in positivo, cioè trasformati in proposte politiche).

I vari riferimenti incubotici a Weimar, al clima da ascesa del nazismo e del fascismo, sono pure fondati – il razzismo sorge come capro espiatorio nei periodi di crisi sociale e di identità deboli – ma inutili, frustranti, se non collegati all’idea di un ‘mondo nuovo’ costruito sulla solidarietà, la società aperta, economicamente e anche però socialmente, su quei principi universali che possono ancora guidarci e anzi devono tornare a illuminare la zona di tenebra nella quale stiamo per rimanere incastrati. Per questo è necessario, anche rispetto a pochi anni fa, porsi in modo più realistico di fronte al problema migratorio, comprendere le paure non per diventare succubi del senso comune, ma per interpretare il disagio sociale e dargli una risposta forte, cioè democratica, europeista, che coniughi giustizia sociale e globalizzazione e diritti.   



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