giovedì 1 febbraio 2018

Migrazioni: mafia e trafficanti, così muore la retorica della solidarietà

Una lunga inchiesta del quotidiano inglese ‘The Guardian’ illumina, una volta di più, il lato oscuro dell’immigrazione in Italia. La storia, in parte nota, prende spunto dal traffico di ragazze nigeriane attratte verso una vita migliore con li miraggio di un lavoro da parrucchiera, nelle pulizie o simili, e poi dirottate invece verso la prostituzione e la sofferenza.

L’indagine del quotidiano inglese  prende spunto dall’ormai tristemente celebre centro di accoglienza più grande d‘Europa, il Cara di Mineo, in Sicilia, dove si ammassano alcune migliaia di persone in una struttura costruita a suo tempo per i militari americani di stanza nella base di Sigonella. Oltre al ruolo decisivo delle organizzazioni criminali africane, nigeriane nel caso del racket della prostituzione, emerge con sempre maggior precisione il peso crescente nel controllo dei flussi migratori da parte delle mafie italiane, da quella siciliana alla Camorra (il riferimento è anche a Castel Volturno). A ciò si aggiunga l’alto livello di corruzione di vari responsabili amministrativi, de campi, delle comunità locali, del sistema di gestione. Non poteva mancare in una simile inchiesta, il richiamo a mafia capitale, indagine traumatica per Roma, per la sua storia – e di cui l’impatto è stato forse sottovalutato - nella quale emerse come i migranti fossero diventati una fonte di guadagno illegale di primissimo livello.

Viene anche fuori dal lavoro di The Guardina, l’immagine di un territorio, in particolare nel Mezzogiorno, sfregiato dalla criminalità, dalle condizioni disumane dei centri di accoglienza, dallo sfruttamento della manodopera straniera da parte degli agricoltori italiani. Lo stesso diritto d’asilo da principio universale è diventato, nelle mani dei trafficanti e dei mafiosi, un artificio per aggirare le leggi, approfittando delle lungaggini burocratiche. L’incapacità e l’impossibilità di chiudere strutture come il Cara di Mineo, l’intervento della criminalità organizzata nella gestione dei flussi migratori, rappresentano fattori ormai imprescindibili leggere il problema migratorio e la condizione del sud del Paese.

Personalmente mi ero occupato di molti di questi temi e anche della questione relativa alle giovani e giovanissime nigeriane indotte alla prostituzione da criminali loro connazionali, con meccanismi che vedono gli stessi centri di accoglienza trasformarsi  - come in un incubo  - in centri di reclutamento delle ragazze o di lavoratori sottopagati, nuove forme di schiavismo. Di fronte a un simile scenario andrebbero riviste certe retoriche sull’accoglienza che, pur motivate da ragioni umanitarie, sembrano non voler vedere l’incancrenirsi di un problema che ha ormai una sua complessità tale da andare oltre le semplificazioni. Essendomi occupato negli anni del problema, mi sono fatto alcune idee: credo per esempio sia sbagliato sottovalutare l’entità degli arrivi - 100 o 200mila in un anno - facendone solo un problema di percentuali rispetto alla popolazione italiana 8e quindi spiegando che in fondo si tratta di numeri contenuti). Se questi flussi infatti contribuiscono in maniera drammatica al degrado dei territori e al diffondersi di attività illegali e sono fonte di violazioni tremende dei diritti umani, non possono essere sottovalutati

Al contempo non va rimosso dal discorso un fatto sempre più evidente, e cioè che la criminalità controlla ormai largamente il fenomeno: dai flussi in partenza dalla Libia allo sfruttamento in Italia dove, fra mafie e sottoboschi clientelari e speculativi, le vite dei migranti vengono spezzate. Se insomma il tema migratorio - saldatosi ormai da tempo con la crisi sociale ed economica dell’Europa e con il conflitto identitario fra comunità locali e globalizzazione (alimentato pure dagli attentati terroristici) - ha favorito la nascita di movimenti nazionalisti e razzisti in quasi tutto il vecchio continente, in Italia c’è da aggiungere un altro elemento: quello delle criminalità organizzate.

Non tutto il Paese vive ovviamente la questione in simili termini, esistono numerosi esempi virtuosi e va ripetuto che molto è determinato dalle mancanze dei vari livelli di governo anche nel contrato alle illegalità. Tuttavia lo scenario in cui si è trovata l’Italia l’estate scorsa nel momento in cui migliaia di migranti e profughi sbarcavano ogni giorno sulle coste siciliane, aveva assunto dimensioni che rischiavano di determinare il collasso del sistema di accoglienza già al limite, di alimentare ondate d razzismo e di ingolosire la voracità delle mafie internazionali. In questo quadro va dunque valutata la svolta del governo italiano e del ministro dell’Interno Marco Minniti: non tanto nel venir meno del principio di solidarietà, quanto nell’assunzione di un dato di fatto, ovvero il fallimento, voluto e cercato, dell’Europa nella gestione di un fenomeno che oltre al decisivo aspetto umanitario necessitava di una visione alternativa dell’Africa, delle sue priorità, del legame fra le due sponde del Mediterraneo. In tal senso, e col senno di poi, non può essere ignorato un certo livello di mancanza di responsabilità da parte delle famose ong che operavano nel Mediterraneo, trattate in modo vergognoso, ma certo non esenti da critiche nelle scelte compiute e soprattutto nell’ assenza di attenzione verso le comunità che ricevevano i migranti.

Il discorso sarebbe ovviamente troppo lungo, la sordità italiana e europea rispetto ai sollevamenti mediorientali degli ultimi anni e alle crisi africane, la volontà di approfittarsi del più debole, le politiche ottusamente predatorie, invece di capire l’urgenza e la convenienza di costruire insieme, sono errori che si potranno pagare a caro prezzo in futuro. La crescita demografica dell’Africa impone all’Europa di rivedere in positivo e in modo radicale i proprio rapporti con il continente nero; anche la Civiltà Cattolica, storica rivista dei gesuiti italiani, per la prima volta di recente ha parlato di migrazioni capovolgendo il discorso e mettendo al primo posto la necessità di cambiamenti profondi nella vita pubblica nelle economie, nel livello di consapevolezza politica del continente.  


L’Italia, con il suo welfare debole, poi, avrebbe bisogno di più integrazione, di più ius soli e ius culturae, per rinnovare il proprio tessuto civile, sociale, economico e culturale e costruire, qui bisogna avere il coraggio di osare, un Paese nuovo. Di certo però è ora di certificare pure la fine di certe retoriche umanitariste che rischiano di svuotare e rendere arnesi inutili principi e valori sacrosanti, a cominciare dal rispetto dei diritti umani fondamentali. In questo contesto la politica migratoria diventa nodo cruciale per l’Italia poiché si somma ad antiche diseguaglianze territoriali e sociali, a disparità territoriali, a vecchie e nuove criminalità, e ridisegna al contempo un ruolo – e che ruolo – per la penisola in un contesto europeo (del quale, si comprenderà, c’è un bisogno ancor più urgente).

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