mercoledì 19 settembre 2018

Un patrimonio senza confini, la ricchezza nascosta della Chiesa di Roma

Questo lungo articolo è stato pubblicato sul numero 4 /2018 di Micromega dedicato al 'Potere vaticano' . Il titolo con il quale è uscito il mio pezzo è: "Quanto è ricca la Chiesa dei poveri?"

Qual è il valore di mercato dei palazzi di Propaganda Fide in piazza di Spagna, del Vicariato in via della Pigna, di San Callisto nel quartiere di Trastevere o, ancora, del palazzo della Cancelleria nell’omonima piazza, degli immobili sul Gianicolo o del complesso del Laterano in piazza San Giovanni? La domanda è poco più che retorica, si tratta infatti di beni storici e architettonici che rientrano nel patrimonio artistico della capitale d’Italia ma con una particolarità non da poco: sono tutti di proprietà della Chiesa; anzi, nello specifico, fanno parte di quell’insieme di edifici che, in base ai Patti Lateranensi, godono del privilegio “di extraterritorialità e di esenzione da espropriazioni e da tributi”. 

Del resto a Roma la storia della città s’intreccia in modo inestricabile con quella della Chiesa, del Vaticano, del papato, fino a risultarne una cosa sola. Una vicenda edilizia stratificatasi nel tempo fra splendori e speculazioni, fatta di antichi edifici, piazze e cupole nel centro storico, ma capace di allungarsi fino a raggiungere la Roma moderna attraverso palazzi, residenze, curie generalizie di ordini religiosi, sedi istituzionali lungo la via Aurelia, la Nomentana, la Laurentina, la via Trionfale e molte altre arterie cittadine.

Una capitale di due Stati come si dice spesso, anzi di tre: bisogna infatti considerare pure il Sovrano ordine di Malta, Stato senza territorio e tuttavia ben presente con le sue rappresentanze diplomatiche nella città eterna; i cavalieri di Malta, per di più, sono legati a doppio filo con il Vaticano e hanno le proprie sedi – che godono di extraterritorialità - in via Condotti e sul colle dell’Aventino. Il contesto nel quale ci si muove, insomma, ha il suo peso perché il patrimonio della Chiesa è composto da una pluralità di aspetti e problemi che rendono la questione assai complessa.

Immobili, truffe e bancarotte
Storicamente e anche nel presente, i beni immobili costituiscono certamente una delle risorse fondamentali della Chiesa: lasciti, donazioni, benefici ecclesiastici del passato e del presente, costituiscono infatti la base di una ricchezza senza frontiere che si modifica nel tempo, ampliandosi a suon di testamenti e di investimenti finanziari; un patrimonio che però, allo stesso tempo, subisce pure i contraccolpi della crisi, delle oscillazioni del mercato, della buona o cattiva gestione. Non mancano infatti i problemi, si tratti di incapacità manageriale, di truffe e operazioni spericolate subite o messo a punto da qualche economo intraprendente appartenente a un ordine o a una congregazione religiosa, o da un monsignore con pochi scrupoli. Negli ultimi anni due fra le più note e grandi famiglie religiose al mondo come i salesiani e i francescani, sono finite a un passo dalla bancarotta per queste ragioni: truffe, incapacità, investimenti sbagliati. Resta negli annali - e può veramente essere esemplificativa di molte situazioni simili -  la lettera che il ministro generale dei francescani, padre Michael Perry, inviò a tutti i membri dell’ordine nel 2014, nella quale fra l’altro si diceva: «Primo: la Curia generale si trova in una situazione di grave, sottolineo ‘grave’, difficoltà finanziaria, con un cospicuo ammontare di debiti. Secondo: è emerso che i sistemi di vigilanza e di controllo finanziario della gestione del patrimonio dell’Ordine erano o troppo deboli oppure compromessi, con l’inevitabile conseguenza della loro mancanza di efficacia rispetto alla salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente. Abbiamo già intrapreso iniziative appropriate per affrontare queste fragilità». «Terzo – proseguiva il messaggio - sembrano esserci state un certo numero di dubbie operazioni finanziarie, condotte da frati cui era stata affidata la cura del patrimonio dell’Ordine, senza la piena conoscenza e il consenso né del precedente né dell’attuale Definitorio generale». 

Tre anni dopo, nel dicembre del 2017, padre Perry, avvertiva tutti i suoi confratelli di una novità: «negli ultimi mesi, su incarico del Definitorio generale, -scriveva il religioso - la società PricewaterhouseCoopers SpA (Pwc) ha condotto una seria revisione globale delle attività economico-finanziarie della Curia generalizia e delle case dipendenti dal Ministro generale, la cui contabilità è gestita in maniera centralizzata dall’economato generale. Tale revisione ha riguardato le strutture e i procedimenti di contabilità, i metodi di lavoro e il sistema di controllo interno». Pwc è una delle principali multinazionali che opera nell’ambito della consulenza finanziaria, legale e fiscale a livello internazionale e, fra l’altro, è anche consulente del Vaticano per la revisione dei conti dei singoli dicasteri della Santa Sede in vista della pubblicazione dei nuovi bilanci vaticani. Da ‘frate sole e sorella luna’ fino alla Pwc il passo non è tanto breve, ma i tempi evidentemente cambiano.

Sull’altra sponde del Mediterraneo, approdando in ‘Terra Santa’, incontriamo problemi simili:  seri dilemmi finanziari (investimenti rivelatisi non sostenibili nell’università americana di Madaba, in Giordania, fortemente voluta dall’ex patriarca cattolico, Fouad Twal) hanno travolto infatti anche il Patriarcato latino di Gerusalemme per il quale, non a caso, il Papa ha nominato un amministratore apostolico,  padre Pierbattista Pizzaballa, francescano, allo scopo di mettere ordine in una situazione incresciosa.

Secondo cifre che girano da tempo sui media il valore dei beni immobili della Chiesa a livello mondiale si aggira intorno ai 2mila miliardi di euro (probabilmente una cifra per difetto), mentre circa un quinto del patrimonio edilizio in Italia sarebbe di proprietà di enti collegati alla Chiesa. Sono calcoli difficili da fare, perché dietro i numeri c’è una realtà fin troppo ramificata fatta di diocesi, parrocchie, congregazioni religiose maschili e femminili, enti morali, scuole, università, ospedali, case di cura, gruppi assicurativi, confraternite, associazioni, movimenti laici e così via. Un mondo, insomma, che corrisponde all’universalità della Chiesa cattolica, tuttora la prima religione al mondo se si guarda al numero dei battezzati. In questa galassia i beni, le risorse economiche, non sono tutte controllate da un ‘centro’, cioè il Vaticano, ma dipendono dalle diocesi, dagli ordini religiosi, dai movimenti, dalle parrocchie; in parte queste diverse istituzioni aiutano Roma, ma in buona misura sostengono i costi - a livello nazionale o locale - per mantenere strutture, organizzazioni, servizi, missioni.
 Chiese potenti, lobby e banche
Il che non è privo di conseguenze: la forza di determinati gruppi all’interno della Chiesa dipende pure e in modo decisivo dalla loro dalla forza economica. Episcopati come quello statunitense o tedesco sono, tradizionalmente, fra i maggiori donatori verso il Vaticano e hanno una fortissima autonomia finanziaria. Secondo una recente inchiesta del quotidiano economico tedesco Handelsblatt, nel 2017 la Chiesa tedesca ha messo insieme circa 6 miliardi di euro (l’appartenenza o meno a una confessione religiosa in Germania viene espressa nella dichiarazione dei redditi, da qui il prelievo automatico a favore di questa o quella Chiesa).  In generale le 27 diocesi tedesche, secondo tali stime, potrebbero contare su un patrimonio di circa 26 miliardi di euro. Negli ‘States’ la Chiesa, attraverso le sue diocesi e le sue strutture, possiede ovviamente moltissimi beni immobili, ma è anche motore di un pezzo importante di welfare attraverso la gestione di scuole, case per anziani, ospedali, centri sociali. Da qui anche la necessità di investimenti massicci sul piano finanziario al fine di garantire entrate sufficienti per far funzionare una simile quantità di servizi.

Si pensi inoltre, a grandi organizzazioni mutualistiche, oggi divenute lobby potenti, come i ‘Cavalieri di Colombo’, nati nel 1882, i quali si presentano come  «una società di mutuo soccorso, una confraternita di uomini cattolici che fu costituita per prestare assistenza finanziaria ai propri affiliati e ai loro familiari». Oggi rappresentano una potenza finanziaria mondiale grazie ai programmi assicurativi diffusi in America che ne fanno un gigante del settore. Nel 2013 vantavano un patrimonio di circa 20 miliardi di dollari, nel 2015 – secondo il National Catholic Report – contavano su quasi 2 milioni di membri (unicamente uomini) e avevano fatto registrare entrate per 3,2 miliardi di dollari. Una parte di questo denaro va in beneficienza (sempre nel 2015, 1,55 miliardi di dollari). I Cavalieri finanziano anche una televisione (Ewtn, Global catholic television network) e altri mezzi d’informazione, promuovono le posizioni più tradizionaliste e conservatrici della Chiesa americana e sono fra i principali finanziatori delle campagne pro-life; tuttavia faceva parte dei Cavalieri anche il presidente John Fitzgerald Kennedy, democratico, cattolico di origini irlandesi; all’organizzazione appartiene anche il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston, presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, e uno dei più stretti e autorevoli collaboratori di papa Francesco (nonché il candidato statunitense al papato nell’ultimo conclave).


Lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, ha fatto emergere altri aspetti legati al nodo delle finanze ecclesiali. In particolare negli Stati Uniti, nel corso degli ultimi vent’anni, sono state moltissime le cause di risarcimento portate avanti da ex vittime di abusi contro le singole diocesi, i procedimenti giudiziari sono costati centinaia di migliaia di dollari alla chiesa americana portando, in alcuni casi, singole diocesi al fallimento finanziario. Di recente, poi, lo scandalo è esploso in Australia, paese in cui alcune inchieste governative hanno portato alla luce migliaia di episodi di abusi avvenuti negli ultimi decenni, in prevalenza in istituzioni religiose ma non solo. Ebbene, secondo un’indagine condotta dal quotidiano australiano “Morning Herald”, la Chiesa cattolica nella terra dei canguri sarebbe proprietaria di un patrimonio immobiliare stimato in 30 miliardi di dollari australiani (circa 19 miliardi di euro), il che renderebbe l’istituzione uno dei maggiori proprietari di beni immobili del Paese. Secondo il giornale di Sydney, le istituzioni ecclesiastiche sarebbero quindi più ricche di quanto dichiarato nelle testimonianze raccolte nel corso delle indagini sugli abusi sessuali sui minori e avrebbero perciò versato meno di quanto dovuto. L'inchiesta del “Morning Herlad” si basava sui dati provenienti dalle amministrazioni locali che hanno permesso 1.860 valutazioni di proprietà della Chiesa nel solo Stato di Victoria, successivamente le informazioni raccolte sono state proiettate su scala nazionale.

C’è poi il caso dell’Opus Dei il cui patrimonio immobiliare in apparenza è tutto sommato non particolarmente rilevante, e tuttavia, attraverso enti e istituzioni collegati con la ‘Obra’ gli immobili riconducibili alle attività dell’organizzazione fondata da José Maira Escrivà de Balaguer, sono moltissimi non solo in Spagna, ma anche in città come Roma, Milano, Palermo. Più esplicitamente, invece, “Murray Hill Place”, il grande grattacielo di New York, sede dell’Opus Dei in America finito di costruire nel 2001, è costato 69 milioni di dollari, secondo quanto spiega la stessa organizzazione. Ancora, nell’area Opus Dei c’è, storicamente, lo spagnolo “Banco Santander”, uno dei grandi soggetti finanziari d’Europa, i cui rappresentanti o si trovano nel board dello Ior – la banca vaticana -  attualmente (Mauricio Larrain, Santander Cile, già a capo della Business school dell’Università Los Andes, in Cile, pure dell’Opus Dei), o ne sono stati al vertice, si pensi al banchiere italiano Ettore Gotti Tedeschi.

 Vaticano, bilanci incerti
 Se lo Ior, il celebre Istituto per le opere di religione, ha un patrimonio di circa 6 miliardi di euro, cifra non eccezionale per un istituto bancario sia pure sui generis, più difficile è – da sempre – venire a sapere quale sia l’entità del patrimonio direttamente ascrivibile al Vaticano, vale a dire alle 140 ‘entità’ che ad esso fanno capo. In anni recenti, Papa Francesco ha avviato un processo di messa a norma della situazione finanziaria della Santa Sede, di adeguamento agli standard internazionali della normativa sulla trasparenza, di modernizzazione del vetusto e opaco sistema finanziario interno alle mura leonine. Allo scopo è stata creata una Segreteria per l’Economia incaricata di revisionare i bilanci secondo criteri contabili riconosciuti, di stabilire i budget, di verificare il rispetto di questi ultimi e realizzare politiche di risparmio e razionalizzare la spesa. Il risultato però resta incerto. Toccata la boa del quinto anno di pontificato, i nuovi bilanci della Santa sede non hanno ancora visto la luce, è trapelata è invece una certa resistenza, una ritrosia di dicasteri, uffici, dipartimenti, a fornire le informazioni necessarie.

Nel marzo 2017, l’ultima nota sui bilanci ‘in fieri’ diffusa dal Vaticano, riferiva di un disavanzo di 12,4 milioni per la Santa Sede (i dicasteri, la Curia), e di un surplus di 59,9 milioni di euro per il Governatorato (la macchina statale vera e propria, la gendarmeria, le poste, le telecomunicazioni e via dicendo), quest’ultimo «principalmente dovuto alle ricorrenti entrate derivanti dalle attività culturali, in particolar modo quelle collegate ai Musei»; si tratta naturalmente dei Musei vaticani, fonte decisiva di entrate per i sacri palazzi (Nel 2011 hanno incassato più di 91 milioni di euro). Sorge però una domanda inevitabile: dietro questi ‘più’ e ‘meno’ che cifre complessive ci sono? Bisogna risalire al 2012 per farsene un’idea poiché il Vaticano ha smesso di fornire le cifre complete relative a entrate e uscite. In ogni caso nel 2012 il bilancio della Santa Sede faceva registrare circa 250 milioni di entrate e 248 milioni di euro di uscite; il bilancio del Governatorato toccava i 260 milioni in entrate e 238 milioni di passivo. Altre due voci – che normalmente non vengono elencate nei dati ufficiali dei bilanci consuntivi della Santa Sede – riguardano le “spese pastorali” e quelle per la “carità”, sempre con riferimento al solo Vaticano. Nel primo caso, ancora nel 2012, si registravano circa 73 mln di entrate e 72 mln di uscite, nel secondo, oltre 276 mln di euro di entrate e 274 mln di uscite. Negli ultimi anni, in ogni caso, i bilanci della Santa Sede hanno visto un prevalere di passività.

L'interno dello Ior, la 'banca vaticana'
Tuttavia c’è da chiedersi: le cifre rese note a ‘pezzi’ sono attendibili? E’ assai probabile che siano largamente incomplete. Nel 2014, per esempio, l’ex prefetto della Segreteria per l’Economia, il cardinale George Pell (ora sottoposto a procedimento giudiziario in Australia per abusi sui minori) disse che il quadro finanziario non era poi così negativo poiché, spiegò, in particolari conti di vari dicasteri, erano stati “riposti” 1,3 miliardi di euro mai messi a bilancio. La notizia suscitò un certo sommovimento Oltretevere. Si tenga inoltre presente che non è dato sapere quale sia la rendita del vasto patrimonio immobiliare del dicastero di Propaganda Fide (la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli), il dicastero più ricco del Vaticano dal bilancio in attivo. Altresì il bilancio dell’Apsa - ovvero l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica - non viene reso noto, almeno ufficialmente. E non si tratta di cosa da poco poiché l’Apsa controlla beni immobili e investimenti finanziari dal valore rilevante in Italia e all’estero (diverse società hanno sede in Svizzera). Non entrano poi nel calcolo, voci in grado di determinare passività pesanti come quelle destinate al fondo pensioni. Secondo quanto ha spiegato lo stesso card. Pell è questa una delle questioni più allarmanti, il fondo pensioni faceva infatti registrare un deficit annuo di circa 30 milioni di euro. 

Significativo in ogni caso che il Vaticano, presentando il quadro relativo al bilancio 2015, in una breve nota alla stampa, precisava come per una piena attuazione di principi contabili riconosciuti internazionalmente e per una revisione contabile di tutti gli organismi vaticani, “sarà, necessario qualche anno”.  Su indicazione del Consiglio per l’economia – che ha compiti di vigilanza sui dicasteri vaticani e sul Governatorato - il Papa ha preso atto del bilancio 2015, ma non l’ha approvato. E’ utile rilevare, infine, che due fonti significative di entrate per la Santa Sede sono rappresentate dal contributo dello Ior, poco più di 50 milioni di euro ogni anno, e dai contributi provenienti delle conferenze episcopali locali, una cifra superiore ai 20 milioni di euro l’anno (ma i numeri dicono che tale ‘aiuto’ sta diminuendo progressivamente col passare del tempo). Molto ha certamente fatto Papa Francesco la trasparenza, si pensi alla messa a regime dell’Aif (il cui atto di nascita risale al 2010 ma è solo negli ultimi anni che ha cominciato a funzionare realmente), l’Autorità d’informazione finanziaria capace di svolgere un’opera di vigilanza e contrasto verso i fenomeni di riciclaggio del denaro sporco e finanziamento al terrorismo; l’Aif collabora con altre numerose Uif (unità d’informazione finanziaria) nel mondo, con enti di vigilanza nazionale e controlla in modo particolare lo Ior che ormai da qualche anno pubblica il suo bilancio. Se tutto questo è vero, molto ampia resta l’area grigia, cioè il velo che copre lo stato reale delle cose.

Curare gli infermi, fra tradizione e business
Se è frequente che grandi organizzazioni o conferenze episcopali contribuiscano alle esigenze del Vaticano, svolgano intense attività economiche o finanzino interventi sociali e caritativi nei Paesi poveri, ogni tanto il meccanismo s’inceppa. E’ accaduto di recente che l’americana “Papal Foundation” (un patrimonio di circa 215 milioni di dollari nel 2015), il cui scopo è “servire il Papa e la Chiesa cattolica” e nel cui board troviamo i vertici della Chiesa a stelle e strisce (la presiede mons. Donald Wuerl, arcivescovodid Washington), si sia rifiutata di offrire il proprio aiuto al Vaticano. Il caso è quello celebre dell’Idi, l’Istituto dermopatico dell’Immacolata di Roma (centro d’eccellenza per la cura delle malattie della pelle a livello italiano e europeo), di proprietà dei padri Figli dell’immacolata concezione, precipitato nel 2013 in un crac finanziario gravissimo (845 milioni di euro di passivo), con accuse di riciclaggio e bancarotta fraudolenta, beni sequestrati dalla magistratura, 24 rinvii a giudizio, padre Franco Decaminada, ex responsabile sanitario dei religiosi, finito sotto processo. La “Papal Foundation” doveva intervenire con una somma di circa 25 milioni di euro per contribuire a salvare la struttura; ma la richiesta è sembrata eccessiva ai vertici della Fondazione, il consiglio di amministrazione si è diviso anche perché la vicenda, dal punto di vista finanziario, è tutt’altro che risolta e rappresenta una grana di prim’ordine per la Regione Lazio e il governo (nonché per lo stesso Vaticano). 

D’altro canto il capitolo sanitario resta uno dei più delicati e complessi di questa vicenda. L’assistenza ai malati, ai poveri, fa senz’altro parte della tradizione storica della Chiesa e del cristianesimo, in oriente come in occidente, e anzi, per molti versi, la nascita del concetto stesso di ospedale è strettamente intrecciata allo sviluppo delle attività caritative di ordini religiosi ospedalieri, di congregazioni, di uomini e  donne di fede che si dedicarono alla cura degli infermi. Ma un conto è la storia un altro la cronaca; si pensi al celebre cardinale Fiorenzo Angelini, oggi scomparso, assai temuto e rispettato nel mondo farmaceutico, fedelissimo di Giulio Andreotti; Angelini diventò primo presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari (nel 1985, una sorta di ministero della salute d’Oltretevere) e rapidamente acquisì il soprannome di ‘sua sanità’ restando in carica fino al 1996. In tutto il mondo, secondo dati diffusi qualche anno fa dal Vaticano, ci sono circa 124 mila strutture sanitarie cattoliche, di queste circa 40 mila si trovano in Europa. Un complesso di opere gigantesco, in molti casi efficiente, quasi sempre in relazione con realtà politiche e amministrative locali più che con il Vaticano (con la parziale eccezione dell’Italia). Di certo gli ultimi decenni sono stati segnati da frequenti scandali, cattiva gestione, fallimenti, operazioni finanziarie spericolate.

La connection con la Lega nord
Basta fare qualche passo indietro rievocare la figura di Stefano Bonet, imprenditore veneto di area leghista condannato a 5 anni per riciclaggio nell’ambito dell’inchiesta su Umberto Bossi e l’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, accusati di truffa ai danni dello Stato (i famosi 49 milioni della Lega nord relativi alla maxi truffa sui rimborsi elettorali) e per questo condannati. Bonet, nel 2011, secondo quanto emerse dalle indagini, stava cercando di ricevere dal Vaticano un mega appalto in ambito sanitario, ovvero la realizzazione di un osservatorio mondiale della sanità cattolica per monitorare tutti gli ospedali che, in un modo o nell’altro, facevano capo alla Chiesa e alle sue organizzazioni. I contatti ben avviati con vari intermediari fra le due parti del Tevere, non andarono in porto perché il bubbone giudiziario scoppiò prima.

All’epoca dei fatti capo del ‘ministero vaticano della sanità era un polacco, mons. Zygmunt Zimowski. Oggi il monsignore è scomparso e il dicastero della sanità è stato soppresso da Papa Francesco nel 2017; al suo posto è stata creata una Pontificia commissione sulla sanità cattolica, presieduta dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, che sta cercando di  mettere ordine in un dossier non facile. In mezzo c’è stata la riorganizzazione del Bambin Gesù - ospedale vaticano finanziato anche dallo Stato italiano, centro all’avanguardia nelle cure pediatriche - dopo varie e pesanti vicende opache sul fronte amministrativo e gestionale. In ogni caso, che l’intero settore sanitario cattolico vivesse una stagione di forte sofferenza, era certificato dall’assemblea generale dell’Aris, l’Associazione religiosa istituti socio-sanitari, tenutasi  nel 2015; dall’assise emergeva  che: «non ci sono alternative: per salvare il salvabile le istituzioni socio-sanitarie gestite da enti e congregazioni religiosi devono trovare nuove sinergie tra loro, fare rete non a parole ma con fatti concreti, e farlo in tempi rapidissimi, altrimenti sarà tutto il sistema sanitario religioso a correre seriamente il pericolo di scomparire dal panorama sanitario nazionale».

Qualcosa di simile affermava Mariella Enoc, chiamata a guidare il Bambin Gesù da Papa Francesco, nel corso di un convegno tenutosi al Policlinico Gemelli di Roma nell’aprile del 2015: “Certamente – affermava la Enoc -  bisogna riconoscere che non siamo esenti da colpe. Le nostre istituzioni sanitarie sovente non gestite con grande trasparenza, ce lo dobbiamo dire: abbiamo avuto scandali anche molto brutti. Tutto questo non ci ha giovato e non ci giova. E difendere unicamente il nostro diritto alla sopravvivenza in nome dell’essere cattolici rischia di portarci fuori strada. Noi dobbiamo difendere il diritto a poter curare soprattutto le fasce più deboli”. Il dibattito insomma ferve, le risorse finanziare diminuiscono a causa della crisi internazionale, si restringono nel frattempo le vocazioni a livello mondiale e, di conseguenza, viene meno il servizio offerto da congregazioni religiose femminili che, spesso, sopperivano con una manodopera quasi gratuita ad alcune necessità degli ospedali cattolici. In questa prospettiva, come si può comprendere, tutto si tiene. 

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