mercoledì 17 ottobre 2018

Il Vaticano profondo resiste a Papa Francesco

Quest’articolo è uscito sul numero di giugno del 2018 di Limes, dedicato al tema: “Francesco e lo Stato della Chiesa”. La riforma a singhiozzo della Curia, resistenze e conflitti, affari e processi. Il conflitto con il card. Muller.


 A poco più di cinque anni dall’elezione di Papa Francesco, è possibile individuare e ricostruire alcune delle strategie adottate da Bergoglio nel governo della Curia vaticana, intesa sia come luogo di potere tradizionale che come complessa macchina amministrativa. 


E se è vero, come si sente ripetere spesso, che la vera riforma introdotta dal Papa non va rintracciata tanto nelle nelle strutture quanto nei contenuti e nelle forme dell’evangelizzazione, per cui la ‘parola’, il magistero nel suo insieme, conta più del numero di decreti emanati da qualche congregazione vaticana, allo stesso tempo è necessario tener conto degli effetti concreti prodotti dall’azione di governo di Papa Francesco sulla Curia romana e sui suoi dicasteri. D’altro canto non va dimenticato che molti dei cardinali elettori, pur appartenenti a visioni e sensibilità ecclesiali differenti, concordarono però su un punto nei giorni del conclave del 2013: ovvero la necessità di cambiare radicalmente le cose a Roma dove troppi scandali sul fronte finanziario, vicende opache simili a intrighi di corte come quella del primo ‘vatileaks’, una serie crescente e clamorosa di incidenti comunicativi scaturiti da contrasti interni agli apparati, avevano pregiudicato in buona parte il pontificato di Benedetto XVI e fatto vacillare l’autorità della Santa Sede.

A questa urgenza di mettere ordine nella cittadella vaticana, di rendere più trasparenti i processi finanziari, di restituire una dignità all’istituzione, Papa Francesco ha nel tempo aggiunto e sovrapposto un altro elemento: quello di riportare i singoli dicasteri – i ministeri vaticani - a un ruolo di servizio alla Chiesa universale e al vescovo di Roma privandoli, almeno in parte, di una funzione di ‘comando’ sulla cattolicità. D’altro canto la Chiesa “ospedale da campo” e non più “dogana”, non più giudice inappellabile della morale ma appunto madre misericordiosa, non poteva più avvalersi di un Vaticano legislatore universale implacabile, in particolare sui temi bioetici.

Nell’”Evangelii gaudium”, l’esortazione apostolica pubblicata nel novembre 2013 (documento programmatico del pontificato secondo le stesse intenzioni del Papa), a pochi mesi dalla sua elezione, Bergoglio affermava: “Non credo neppure che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare ‘decentralizzazione’ ”. Fin dal principio, dunque, si delineava un modello di Chiesa alternativo rispetto a quello dei decenni immediatamente precedenti; Francesco provava a seguire una strada originale, radicata nel solco del Concilio Vaticano II, per quanto non priva di difficoltà. A partire da questa impostazione di fondo si può ben comprendere come il rapporto del Papa con le istituzioni vaticane sia stato complesso, caratterizzato da alti e bassi, da problemi e punti di svolta.

Lo scontro fra il Papa e la Curia  
Francesco puntava in effetti a ridimensionare il potere della Curia, riformare e semplificare le strutture - in primo luogo le finanze -, introdurre novità legislative per dare seguito alla propria idea di Chiesa e intervenire sui dossier più critici: dagli scandali legati agli abusi sui minori a quelli relativi alla gestione delle risorse economiche. Per fare questo, fin dal principio, ha istituto un organismo, il C9, composto appunto da 9 cardinali fra cui il Segretario di Stato, il cui compito era quello di coadiuvarlo nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa. In realtà il C9, mai trasformatosi in un organismo stabile ma riunendosi a scadenze di vari mesi, si è rivelato strumento poco duttile, per quanto abbia svolto ben 24 sessioni di lavoro e esaminato circa 100 dossier.  Tuttavia solo nel giugno del 2018 è emersa dai lavori del gruppo una prima bozza della nuova costituzione apostolica della Curia romana (titolo provvisorio: “Predicate Evangelium”), il documento andrà a sostituire la “Pastor Bonus” di Giovanni Paolo II, l’iter del testo però non è ancora concluso. Se l’elaborazione finale della costituzione è lenta, nel frattempo sono stati introdotti diversi cambiamenti legislativi e organizzativi che già delineano a sprazzi i nuovi assetti e fanno intravedere i contorni della riforma vaticana.


Se il percorso fin qui compiuto è un dato di fatto indiscutibile, allo stesso tempo, col passare degli anni, sono restate intatte alcune contraddizioni nel modo di operare del Papa nei confronti della Curia. Quest’ultima resta sempre – nei pronunciamenti papali - in parte astronave aliena, in parte strumento di governo indispensabile per un pontefice che ha forti attitudini e istinti politici. Francesco è insofferente allo sfarzo, al lusso, sfoggiati da diversi alti prelati, un po’ anche alla magnificenza dei palazzi vaticani in sé, al clima da sottogoverno che si respira in certi uffici, all’antico clientelismo romano con ascendenze nobiliari, riservatezze cardinalizie e assunzioni plebee, a quel sentimento così tipico della città eterna in ragione del quale tutto è destinato, appunto, a passare e allora è meglio non turbare troppo il tran-tran delle cose, delle abitudini, dei poteri.

Francesco è un Papa americano, viene da una famiglia di emigranti, è figlio di una Chiesa, quella latinoamericana, divorata dalle passioni e dalle ideologie, in cui il Concilio Vaticano II più che suscitare il dibattito sul celibato sacerdotale, ha aperto la strada all’ “opzione preferenziale per i poveri” mettendo in discussione la ‘naturale’ coincidenza fra Chiesa e poteri politici ed economici costituti. L’elezione del primo Papa non europeo e soprattutto di un paese dell’emisfero sud – questo elemento non va mai dimenticato – ha sconvolto insomma la tranquillità vaticana anche perché il mandato ricevuto da Francesco era in effetti quello di cambiare le cose, di rompere le consuetudini se queste, per esempio, prevalevano sulla legalità, la trasparenza, la correttezza dei comportamenti, l’etica cristiana. In tal senso, l’azione del Pontefice argentino non è esente da limiti anche rilevanti ma indubbiamente la Chiesa, con Bergoglio, ha giocato una carta sorprendente dimostrando - ancora una volta -  una capacità di reazione ai momenti più acuti di crisi, anche istituzionale, fuori dal comune.

In ogni caso Francesco ha toccato con mano la difficoltà di riformare la macchina vaticana con la quale si è ripetutamente scontrato; e se i discorsi per i tradizionali auguri natalizi alla Curia sono diventati l’occasione puntualmente colta dal Papa per durissime requisitorie contro il serpeggiare di maldicenze complotti, corruzioni, inimicizie che feriscono la Chiesa (con una scelta che assomigliava da vicino a una sorta di attacco al quartier generale), il Papa ha usato, il 21 dicembre del 2017, anche il registro dell’ironia rivolgendosi proprio ai rappresentanti della Curia vaticana. “Parlando della riforma – ha detto nell’occasione -  mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le ‎riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».‎ Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa”.

In termini concreti poi, dal punto di vista dell’opinione pubblica, qualcosa è cambiato in modo profondo. Se nei lunghi decenni dell’éra Woytila-Ratzinger, i documenti diffusi dai vari dicasteri vaticani – in particolare quelli provenienti dalla Congregazione per la Dottrina della fede, ma non solo, si pensi anche alla Pontifica accademia per la Vita o al Pontificio consiglio per i Migranti e gli itineranti – erano accolti dall’opinione pubblica con grande attenzione e diventavano immediatamente la voce del “Vaticano”, esprimevano cioè la posizione ‘definitiva’ su un certo argomento (si trattasse di omosessualità, dialogo con l ‘Islam, migrazioni o embrioni), questo automatismo di fatto si è rotto fino quasi a scomparire con Bergoglio. 

Non va dimenticato che con Papa Francesco la più importante discussione aperta e serrata sui temi etici è avvenuta nel corso dei due assemblee sinodali sulla famiglia (cui hanno partecipato centinaia di vescovi) dove, per la prima volta dopo molto tempo, sono emerse pubblicamente posizioni diverse, sensibilità, contrapposizioni. Si è trattato di un doppio evento che ha di colpo svuotato l’assolutismo dottrinario e ideologico dei dicasteri vaticani, proprio perché ha messo in scena la diversità di opinioni e ragionamenti – anche la forte opposizione al Papa – presenti nell’episcopato mondiale. Il risultato più rilevante dei due sinodi non è stato tanto nella faticosa apertura alla comunione per i divorziati risposati, quanto nel mostrare, per così dire in pieno giorno, la varietà di posizioni e opzioni presenti su diverse tematiche, diversità che erano anche culturali, geografiche, storiche per cui i vescovi di diverse nazioni o aree continentali avevano punti di vista derivanti anche dai percorsi delle differenti chiese. Ed è appunto su questo crinale che si è verificata la rottura più profonda fra Papa Francesco e la Curia: l’esclusività dei palazzi vaticani era motivata dalla centralità dottrinale e quindi dal compito supremo – e retorico, spesso solo di facciata - di uniformare l’orbe cattolico sotto la guida di Roma. Francesco ha messo in crisi questo dato in modo radicale.

Il conflitto Muller Bergoglio
Di una simile frattura è stata simbolo quasi perfetto la contrapposizione fra il prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede già nominato da Benedetto XVI, il cardinale Gerhard Ludwig Muller, e lo stesso Francesco. Quando il Papa ha messo mano ai temi della famiglia, Muller ha rivendicato la superiorità del suo dicastero in certe materie anche rispetto all’autorità del Papa; in sostanza l’ex Sant’Uffizio era, secondo il porporato tedesco, il garante autentico della parola di Cristo e non poteva essere superato dal magistero, per quanto autorevole, di un pontefice. E’ noto poi che alcuni cardinali hanno provato a “correggere” pubblicamente Papa Francesco per i suoi presunti errori dottrinali; la contesa si è conclusa con l’allontanamento di Muller dal dicastero della Congregazione – alla scadenza del quinquennio l’incarico non è stato rinnovato (luglio 2017) – e la nomina di un nuovo prefetto gesuita, moderato, colto, monsignor Luis Francisco Ladaria, certamente in linea con Bergoglio.

Quello fra Muller e Bergoglio è stato un conflitto decisivo nel delineare le nuove funzioni della Curia vaticana, forse un po’ sottovalutato nella lettura che ne è stata data prettamente teologica. Il cambiamento di priorità nell’evangelizzazione, l’apertura alla comprensione della condizione umana per come essa si presenta, hanno dunque prodotto un mutamento istituzionale a Roma. Francesco ha quindi lasciato le porte semi-aperte alle interpretazioni locali del Vangelo riservandosi, come vescovo di Roma, il diritto-dovere di avere però l’ultima parola su determinate e dirimenti questioni.

Il Papa e il card. Muller
Si tratta di un metodo imperfetto, certo, che risente di molti fattori, ma in ogni caso il peso specifico dei dicasteri è diminuito, la loro funzione è tornata ad essere quella di coadiuvare il Papa e le chiese locali. Nei primi anni del pontificato bergogliano, va detto, i funzionari vaticani, spiazzati dallo stile iper-comunicativo di papa Francesco e dal suo continuo e tutt’altro che casuale aggiramento delle consuetudini, “non sapevano che fare” (come riferivano un po’ sbigottiti) in un misto di sorpresa e fastidio per il venir meno di ruolo e quindi anche di senso e status. Nel merito, poi, conta che alcuni uffici e ‘ministeri’ sono stati accorpati e hanno acquisito una maggior corrispondenza con li magistero di Francesco, in tal senso valgano due esempi: in primis la nascita del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale che ha raccolto in sé le funzioni prima divise fra “Iustitia et Pax”, “Consiglio per i migranti e itineranti”, “Cor Unum” (iniziative di solidarietà verso le popolazioni dei Paesi poveri) , “Consiglio per gli operatori sanitari”. E’ nato così una sorta di mega-dicastero sociale che, come è facile comprendere, riveste un ruolo di primo piano nella visione del Papa argentino. Altro caso è quello del nuovo “Dicastero per i laici, la famiglia e la vita”; anch’esso riunisce funzioni prima separate ed ha particolare rilevanza nell’impostazione unitaria delle diverse tematiche voluta da Bergoglio. Da sottolineare che alla guida del ‘ministero’ sociale c’è un africano, il cardinale ghanese Peter Turkson, e di quello per i laici un americano, il cardinale Kevin Joseph Farrell. Così accade che in una fase di transizione convivano organismi che interpretano già la riforma e altri che sopravvivono in una sorta di limbo istituzionale.

Su un altro versante, tuttavia, il Papa non ha affatto rinunciato alle prerogative dello ‘Stato’ vaticano, anzi ha cercato di superare la crisi interna lavorando in tre direzioni: rafforzare la diplomazia (considerato per altro le importanti iniziative negoziali intraprese dalla Santa Sede in questi anni), riorganizzare le finanze, attivare il sistema giudiziario. In quest’opera è stato coadiuvato dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, diplomatico fra i più esperti e stimati a livello internazionale. Il tentativo è quello di mantenere intatta l’autonomia e la sovranità della Santa Sede dentro il nuovo sistema geopolitico sfruttando al massimo il soft-power morale esercitato dal Papa e dai suoi rappresentanti negli organismi sovranazionali: dall’Unione Europea, al Consiglio d’Europa, alle agenzie delle Nazioni Unite. Il che ha alcune implicazioni che qui possiamo solo accennare.

Trasparenza finanziaria 
L’adeguamento al sistema di norme internazionali relative alla trasparenza finanziaria, per esempio, porta con sé l’adesione alla normativa dell’Ue in materia monetaria (cosa che il Vaticano ha fatto); fra le altre cose, quindi, richiede la capacità di esercitare un’azione giudiziaria autonoma nei confronti dei reati connessi al riciclaggio o a malversazioni finanziarie come richiesto da Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che vigila sulla legislazione di contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo dei vari Paesi. Ancora, l’introduzione nella stessa legislazione vaticana di norme sempre più severe per reprimere il fenomeno degli abusi sui minori, comporta di conseguenza la capacità di istruire processi che vadano oltre la rappresentazione scenica ma abbiano contenuti giudiziari reali, con relativa eventuale esecuzione della pena. E indubbiamente sul fronte processuale la macchina amministrativa vaticana fa fatica a fare sul serio fino in fondo, anche perché si tratta di un percorso del tutto nuovo. In tal senso, si tenga presente che due procedimenti esemplari e di rilievo sono iniziati di recente Oltretevere e costituiranno un importante banco di prova. Nel primo caso di tratta del processo istruito contro l’ex presidente dello Ior Angelo Caloia, accusato insieme ad altri di autoriciclaggio e peculato in una vicenda dai contorni finanziari complessi e denunciata fin dal 2014 dallo stesso Istituto per le opere di religione.

Il 30 maggio, scorso, poi, è stato rinviato a giudizio mons. Carlo Alberto Capella per “detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità”. Capella aveva lavorato in Segreteria di Stato fino al 2015, successivamente era stato mandato a svolgere servizio come secondo Segretario presso la nunziatura di Washington. La segnalazione sulle attività illegali del diplomatico è partita dal Dipartimento di Stato della Casa Bianca ma già il Canada, dove il sacerdote aveva trascorso un periodo di tempo, aveva emesso un mandato di arresto. Si comprenderà come entrambi i casi siano di primo piano e assai delicati per il contesto che si portano dietro. La sfida, per la giustizia vaticana, è dunque di prim’ordine, anche perché si tratta di affrontare una realtà del tutto nuova gestita con mezzi ridotti come ridotte sono le strutture statali del Vaticano.

Ma può il piccolo Stato retto da un leader religioso, con il suo Governatorato, il suo tribunale, la gendarmeria, le guardie svizzere, funzionare come uno Stato ‘normale’? Può assumere le regole di uno ‘stato di diritto’ con la divisione dei poteri e il resto? E’ realmente in grado di portare a termine procedimenti giudiziari tanto complessi? Ma soprattutto può compiere il passo della rinuncia al diritto canonico – almeno parzialmente -  per adeguarsi in tutto e per tutto a una legislazione laica? Certo, in materia di reati finanziari una simile scelta è obbligata: se si intende restare dentro il sistema economico globale, aderire alle norme riconosciute dagli Stati è un fatto inevitabile. In tal senso va riconosciuto che il  superamento dell’opacità  nella gestione finanziaria è in corso, ma la trasparenza dei bilanci vaticani invece resta un obiettivo annunciato più volte e non ancora raggiunto. Nel corso dell’ultima riunione del C9, il Segretario del Consiglio per l’Economia, monsignor Brian Ferme, ha informato i cardinali sullo stato delle cose e ha evidenziato quelli che ha definito “risultati positivi”, ovvero: “una procedura uniforme per la preparazione dei bilanci preventivi e consuntivi; una maggiore attenzione alle spese; una maggiore cooperazione e comprensione della riforma finanziaria; un graduale cambiamento di mentalità circa la trasparenza e l’accountability”. Ora serve passare però dalle parole ai fatti, pena anche il rischio di una crisi di risorse e funzioni.

Legge civile e legge della Chiesa
 Il dualismo fra legge della Chiesa e legge civile è emerso più volte nei casi di pedofilia in cui i provvedimenti di rimozione di un vescovo o la riduzione allo stato laicale di un sacerdote, decisioni prese dal Vaticano, non sempre sono riconosciuti come significativi da un’opinione pubblica che si aspetta, di fronte a crimini di questo tipo, regolari processi civili con relative pene o assoluzioni. Tuttavia non va sottovalutato l’importanza del giudizio canonico che costituisce il primo passo per rompere la regola non scritta dell’omertà o dell’insabbiamento, si tratta del passaggio formale, legislativo, che cambia la Chiesa ‘dall’interno’ e modifica la sua relazione col mondo e anzi, spesso, la denuncia canonica apre la strada alle indagini delle magistrature civili. Ma certo al di là di considerazioni di carattere più generale, gli interrogativi posti restano. 

Il tema che si era cominciato a porre nello scorcio finale del pontificato di Benedetto XVI per diventare sempre più centrale negli anni di Francesco (non a caso dominati dalla questione della “riforma”), è quello di riuscire a mantenere l’indipendenza della Santa Sede – condizione da sempre giudicata indispensabile dai pontefici per esercitare liberamente il proprio magistero - coniugandola con la modernità, non restandone insomma esclusi (in questo caso prevarrebbe l’emarginazione dal sistema delle relazioni degli Stati). Sfida capitale, come si capirà; resta da vedere – e non è poco – se il Vaticano, e la Chiesa in senso generale, riusciranno a trovare anche in questo caso una strada originale rinunciando ad alcune prerogative e funzioni amministrative dello Stato moderno e valorizzando al contrario il profilo ecclesiale, universale (anche diplomatico) e spirituale della Santa Sede nel contesto contemporaneo.


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