martedì 4 dicembre 2018

La croce e la spada: gli indios e Papa Francesco, passando per Bruce Chatwin e Pinochet

Quest'articolo è stato pubblicato sull'inserto domenicale della Provincia di Como, 'l'Ordine' , l'estate scorsa. Una sorta di resoconto sul tema indios-Amazzonia: dai rischi ambientali alle battaglie degli indigeni, dalle 'reducciones' dei gesuiti, ai massacri delle popolazioni locali. Il cammino della croce della spada, fra indipendenza e 'conquista'

“Probabilmente i popoli originari dell’Amazzonia non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora. L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: da una parte, il neo-estrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali; dall’altra parte, la minaccia contro i vostri territori viene anche dalla perversione di  certe politiche che promuovono la ‘conservazione’ della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli amazzonici che la abitate”. Con queste parole, Papa Francesco, toccava il tema della presenza indigena in Amazzonia il 19 gennaio scorso in Perù, a Puerto Maldonado, parlando di fronte alle popolazioni della foresta venute ad ascoltarlo.

Bergoglio ha in tal modo cambiato l’approccio a una serie di questioni fra loro collegate a partire dal concetto di biodiversità; quest’ultima, nella prospettiva offerta dal Pontefice, non va più intesa solo come salvaguardia dell’ambiente: bisogna invece parlare di ecologia umana, cioè del legame profondo che unisce popolazioni e ecosistema; in tal modo si stabilisce un nesso fra culture autoctone (indigene), cura della terra e difesa della foresta pluviale. Francesco disegna l’ipotesi di un nuovo umanesimo, fondato sul rispetto di tutte le forme di vita e delle diverse comunità, e lo oppone modello uniformante dei consumi e del profitto ad ogni costo. E’ questo, del resto, il nucleo centrale dell’enciclica “Laudato sì”, un testo che parla al mondo contemporaneo, ma il cui impianto è sudamericano, indigenista, amazzonico (e questa di certo è una novità di assoluto rilievo per la Chiesa). C’è dunque anche un filone indio nel magistero del Papa.

Il caso dell’Amazzonia, d’altro canto, è esemplare della connessione inscindibile fra popolazioni, ambiente e sviluppo economico. Nei 5,5 milioni di chilometri quadrati di foresta pluviale che si espande nei territori di 8 nazioni, vivono 350 popoli indigeni, appartenenti a oltre duecento gruppi linguistici differenti, ma la loro sopravvivenza è minacciata dallo sfruttamento incontrollato delle risorse della foresta. Fra i pericoli maggiori le oltre 250 dighe in cantiere che rischiano di alterare in modo drastico l’ecosistema fluviale della regione; a queste si aggiungono venti progetti di costruzione di autostrade e 800 concessioni per l’estrazione di metalli, petrolio e gas in aree protette. Altre 6.800 richieste sono, al momento, all’esame di autorità e governi. La pressione è tale che, negli ultimi anni, già il 17 per cento dell’Amazzonia è stata distrutta, mentre il processo di deforestazione appare sempre più implacabile.

Si pensi che il 60 per cento del territorio del solo Perù è occupato dalla foresta amazzonica dove vivono, in condizioni spesso di estrema povertà, 330mila indios, divisi in 55 etnie e 1.375 comunità. Inoltre, il 75 per cento del territorio amazzonico peruviano è stato dato in “appalto” a grandi imprese petrolifere e minerarie senza che i nativi fossero consultati, come previsto dalla Convenzione 169 dell’ Oil (Organizzazione mondiale del lavoro). D’altro canto Francesco nel corso dei suoi diversi viaggi in America Latina - in Ecuador, in Bolivia, in Cile, in Perù, in Messico - ha affrontato ripetutamente il problema delle popolazioni indigene, delle sofferenze che ad esse sono state inflitte dalla ‘conquista’, cioè dal colonialismo spagnolo e portoghese, e poi da regimi militari o democratici succedutisi dall’800 ad oggi, e quindi dell’importanza di conservare e rendere vivo quel tesoro di culture e tradizioni che hanno piena cittadinanza nel mondo.

Resti di una reduccion dei gesuiti
Bergoglio, insomma, quale primo Papa latinoamericano, sembra aver tenuto conto della lezione derivante dalla tradizione gesuitica che in Sud America aveva dato vita alle celebri  ‘reducciones’, in particolare in Paraguay, cioè grandi missioni in cui gli indios non venivano schiavizzati ma erano invece protagonisti attivi di un modello virtuoso di sviluppo agricolo, educativo, di evangelizzazione e emancipazione. Le reducciones’ divennero tanto competitive che, intorno alla metà del 1700, furono distrutte dalle corone di Spagna e Portogallo, non senza aver prima opposto una resistenza armata che venne repressa nel sangue. I gesuiti non furono gli unici missionari a costruire grandi ‘haciendas’ agricole in cui potevano vivere gli indios in America Latina, d’altro canto l’evangelizzazione del continente ebbe diverse fasi e visse di momenti drammatici e cruenti, come di prospettive inedite.

 “La conquista dell’America Latina a partire dal ‘500, può essere vista il come proseguimento della ‘reconquista’ spagnola, in tal senso bisogna tener conto del fatto che l’evangelizzazione accompagna sia la ‘reconquista’ della Spagna che la conquista dell’America Latina”, ci spiega Massimo De Giuseppe, esperto di storia latinoamericana e docente di storia contemporanea all’università ‘Iulm’ di Milano. “I conquistadores come Cortez e Pizarro – rileva ancora De Giuseppe - hanno avuto facilmente la meglio sulle popolazioni indigene grazie a tre elementi: acciaio, cavalli e polvere da sparo, la spada e la croce camminano insieme. Ma ci sono anche elementi di tutela degli indios fin dall’inizio, grazie anche al ruolo della Chiesa. Nascono le grandi haciendas indigene in cui il clero naturalmente ha un ruolo molto forte. La Chiesa, da parte sua, fa concessioni molto forti alla Spagna, per esempio in materia di nomina dei vescovi. Concessioni che in Europa non avrebbe fatto; in cambio le sue grandi haciendas hanno una forte autonomia”.  “Ci sono missioni gigantesche – precisa ancora lo studioso - come le ‘reducciones’ gesuitiche (che occupavano quasi tutto l’odierno Paraguay), raccontate anche nel celebre film ‘Mission’. Nell’800 con il processo di indipendenza che riguarda l’America Latina e la liberazione dalla dominazione spagnola, gli indios persero alcune di queste prerogative e guadagnarono però la cittadinanza, cosa che, per esempio, non avvenne con l’indipendenza del nord America per gli indiani il cui destino fu invece quello delle riserve”.  Ma naturalmente la storia della Conquista dell’America Latina è anche, e in modo decisivo, una storia di violenza, espropriazione, schiavitù, di morte causata da epidemie scoppiate a causa di malattie portate dagli spagnoli e sconosciute alle tribù e alle comunità indigene.

Rappresentanti delle popolazioni indigene in Brasile
Da un punto di vista generale, secondo le statistiche più recenti, sono circa 40 milioni gli indios che ancora vivono in America latina (l’8% della popolazione totale), suddivisi in moltissimi gruppi e che occupano una grande quantità di territori: dal Messico passando per Guatemala e El Salvador, e poi giù lungo tutto il cono sud dell’America fino alla Terra del fuoco. Le nazioni indigene più importanti in ordine decrescente sono: quetchua, maya, aymara, nahuatl, mapuche. Questi gruppi si trovano a cavallo dei confini di Stati diversi fra i quali Perù, Bolivia (quetchua e aymara), Ecuador, Colombia, Argentina, Cile (aymara e mapuche), Guatemala, Messico Honduras, El Salvador (maya). Ma esistono poi moltissimi gruppi minori, o gruppi estinti o in via di estinzione; uno dei casi più celebri è quello delle popolazioni fuegine della Patagonia a cavallo fra Cile e Argentina, composte da varie tribù, fra le quali gli Ona e gli Yamana, decimati dal morbillo e dal vaiolo, malattie portate dagli europei, ma anche perseguitati, cacciati e imprigionati (ne parla diffusamente lo scrittore-viaggiatore inglese Bruce Chatwin, nel volume ‘In Patagnia’). 

Fra i primi a imbattersi nei fuegini troviamo Charles Darwin, il celebre studioso che li descrisse però in termini dispregiativi come quasi appartenenti a una razza inferiore.  D’altro canto, in Argentina, la storia degli indios fu segnata dalla stagione della ‘conquista del deserto’, una sorta di epopea della frontiera in versione sudamericana; la vicenda ebbe inizio quando i nuovi arrivati europei decisero di impadronirsi della Patagonia e di vaste pianure sotto la guida del generale Julio Argentino Roca. Si trattò in realtà di una campagna militare drammatica che durò per circa un ventennio a partire dal 1870, e che pose di fatto fine alla presenza indigena in Argentina.  Al seguito di Roca si mossero anche i missionari salesiani sul cui ruolo nel genocidio indigeno si è molto discusso. Da una parte l’evangelizzazione forzata delle popolazioni indie contribuì alla loro fine, per un altro verso le missioni salesiane provarono a opporsi ai più sanguinari rappresentanti della ‘conquista’.


“All’appuntamento col riconoscimento dei propri diritti – ha scritto Marzia Rosti, docente di storia e istituzioni delle Americhe all’università di Milano -  i popoli originari sono giunti dopo discriminazioni, assimilazioni forzate, eliminazioni fisiche e sottrazione delle terre che dall’epoca della Conquista e della colonizzazione si snodarono per tutta l’America Latina dell’Ottocento, quando le nuove élites politiche creole e meticce promossero nazioni indipendenti bianche e omogenee”. “Seguirono nel Novecento – rileva ancora la studiosa in un intervento per la fondazione Feltrinelli -  le luci e le ombre dell’indigenismo e, poi, la ‘emergencia indígena’ degli anni Ottanta, cioè l’emergere di movimenti indigeni che a livello nazionale e internazionale articolarono percorsi paralleli di rivendicazione e negoziazione dei diritti, ottenendone, negli anni Novanta, l’accoglimento nelle riforme degli ordinamenti e con l’approvazione della Convenzione Oil 169 (Organizzazione mondiale del lavoro) sui popoli indigeni e tribali in Stati indipendenti (1989) e della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui popoli indigeni (2007)”.

Tuttavia, se ci fu anche un percorso di emancipazione indigena e acquisizione dei diritti fondamentali, non va dimenticato come un ruolo repressivo venne svolto dalle dittature militari in diversi Stati del continente, dal centro al sud America. In Cile agli indios è stato riservato un trattamento simile a quello subito dalle grandi tribù indiane degli Stati Uniti: persecuzione e riserve. Per questo la visita del Papa in Cile, a Temuco, nella regione dell’Auracanìa, località in cui negli anni della dittatura militare di Augusto Pinochet moltissimi indios Mapuche furono imprigionati, torturati e uccisi, ha avuto un significato di particolare rilievo (ed è stata in parte osteggiata da settori dell’episcopato cileno).

Il dittatore  cileno Augusto Pinochet
“Questa terra, se la guardiamo con occhi di turisti – ha detto il Papa nel corso dell’omelia celebrata nell’aerodromo di Temuco il 17 gennaio del 2017 -  ci lascerà estasiati, però dopo continueremo la nostra strada come prima, ricordandoci dei bei paesaggi che abbiamo visto; se invece ci avviciniamo al suolo, lo sentiremo cantare: ‘Arauco ha un dolore che non posso tacere, sono ingiustizie di secoli che tutti vedono commettere’”. “In questo contesto di ringraziamento per questa terra e per la sua gente – aggiungeva Francesco - ma anche di sofferenza e di dolore, celebriamo l’eucaristia. E lo facciamo in questo aerodromo di Maqueue, nel quale si sono verificate gravi violazioni di diritti umani. Offriamo questa celebrazione per tutti coloro che hanno sofferto e sono morti e per quelli che, ogni giorno, portano sulle spalle il peso di tante ingiustizie. E ricordando queste cose, rimaniamo un istante in silenzio, pensando a tanto dolore e a tanta ingiustizia. Il sacrificio di Gesù sulla croce è carico di tutto il peccato e il dolore dei nostri popoli, un dolore da riscattare”.

D’altro canto, non può essere dimenticato che lo stesso Bergoglio ha indetto per il 2019 un sinodo dei vescovi dedicato all’Amazzonia, fatto senza precedenti nella vita della Chiesa, testimonianza concreta di un cambio d’epoca. In effetti, proprio sulle tematiche relative alla tutela dell’ambiente e dei diritti dei popoli indigeni, si è mobilitata da tempo la Chiesa amazzonica; quella brasiliana ha aperto la strada per prima, ma oggi non è più sola. E’ nata infatti nel 2014 la Repam, Rete ecclesiale panamazzonica che riunisce rappresentanti delle popolazioni indigene, vescovi, sacerdoti, missionari, esponenti di organizzazioni della società civile di diversi Paesi della regione, il cui scopo è difendere e valorizzare la biodiversità della foresta e della sua gente. 

All’inizio di marzo, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, ‘grande elettore’ di Bergoglio in conclave e presidente della Repam, a proposito dell’ultima visita del Papa nella regione amazzonica del Perù, ha detto: “Papa Francesco veniva da Roma in una vera e molto significativa periferia dell’Amazzonia. Periferia maltrattata, sofferente, spogliata da progetti estrattivi predatori, degradata e contaminata dalle imprese minerarie, dalla deforestazione e dall’agrobusiness, che dopo aver estratto tutta la ricchezza delle risorse naturali, se ne vanno con le valigie piene, senza lasciar niente di buono alle popolazioni locali, ma solamente la devastazione”. “Tutta l’Amazzonia – ha aggiunto - soffre questo processo e rischia di sparire. Con quest’Amazzonia minacciata, in questa periferia, con queste popolazioni angosciate di fronte al loro futuro, specialmente con gli indigeni, il Papa ha voluto incontrarsi per unire la sua voce profetica e incoraggiante alla voce della gente dell’Amazzonia”.

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